Perché il Pd, alla sua prima volta, è molto nervoso
Roma. Alle primarie del Partito democratico mancano ormai meno di due settimane, anche se non si direbbe. L’impressione è che la lunga gestazione, invece di caricare di enfasi l’evento, abbia finito per anestetizzarlo. Eppure si tratta di una novità significativa: per la prima volta, e sin dal suo atto di nascita, un partito decide di offrire a tutti i cittadini – con il pagamento di un euro e la sottoscrizione di una semplice dichiarazione di adesione “al processo costituente”, non al partito – la possibilità di decidere attraverso il voto chi debba guidarlo. Scegliendo dunque non solo il leader nazionale, ma anche i segretari regionali e tutti i componenti delle assemblee costituenti – nazionale e regionali – che del nuovo partito dovranno stabilire regole, natura, identità. In breve, alle primarie del 14 ottobre non si voterà soltanto per un segretario, ma per un intero gruppo dirigente. Più che di primarie, infatti, bisognerebbe parlare a tutti gli effetti di congresso, sia pure con la non piccola differenza che per votare non sarà necessaria la tessera. Fatto sta che i promotori dell’evento, negli ultimi tempi, appaiono sempre più nervosi.
La scelta di abbassare dai cinque euro inizialmente previsti a uno la quota da pagare; la formula della semplice “adesione al processo” invece che al partito (soluzione che si deve al sottile Giuliano Amato); la scelta di abbassare anche le previsioni ufficiali sull’affluenza – nonostante l’abbassamento del contributo economico e dell’impegno personale richiesto ai partecipanti – sono tutti segnali della buona volontà, ma anche della crescente preoccupazione dei dirigenti. Ancora all’inizio di questo mese Piero Fassino parlava senza timore di due milioni di votanti. Oggi, quando Rosy Bindi dice che se fossero la metà sarebbe un insuccesso, le sue parole suscitano autentica indignazione. Eppure, con 35 mila candidati – tra assemblee nazionale e regionali, infatti, tanti sono – per raggiungere un simile obiettivo basterebbe che ognuno, in media, ne portasse 28.
Liste, collegi e candidati
I collegi delle primarie ricalcano quelli della legge elettorale con cui si votò nel 2001 (il cosiddetto Mattarellum). Le liste presentate nei 475 collegi – si legge sul sito Internet dell’Ulivo – sono 2.227 (il sito parla di liste, al plurale, perché si riferisce ai singoli collegi, di qui la cifra stratosferica). Di queste 2.227, le liste a sostegno di Walter Veltroni sono ben 1.181, così suddivise: la lista “Democratici con Veltroni” – il cosiddetto “listone istituzionale”, o più semplicemente “Veltroni 1” – presente in 474 collegi (manca, ironia della sorte, proprio quella di Sergio Chiamparino a Torino, la cui ammissione è ancora sub judice per questioni di firme); la lista “Con Veltroni. Ambiente, Innovazione e Lavoro” – fondata da Giovanna Melandri e da Ermete Realacci, ma senza Realacci che all’ultimo momento è finito nel listone istituzionale – presente in 285 collegi; la lista “A sinistra per Veltroni”, presente in 245 collegi. “Fanno inoltre riferimento a Walter Veltroni – aggiunge la nota publicata sul sito – altre 177 liste presentate con denominazioni diverse a seconda del territorio”.
La lista di Rosy Bindi (“Con Rosy Bindi. Democratici, davvero”) è presente in 471 collegi. La lista di Enrico Letta (“I Democratici per Letta”) è presente in tutti i 475 collegi (l’unica, almeno fino all’eventuale riammissione di Chiamparino). Mario Adinolfi, con la lista “Generazione U”, è presente in 55 collegi. Pier Giorgio Gawronski (“Gawronski. Il coraggio di cambiare”) è presente in 28 collegi. Infine, Jacopo Gavazzoli Schettini ha presentato la lista “Noi per il Partito democratico” in 16 collegi (ma poi ha deciso di appoggiare Gawronski, per non disperdere le debolezze).
Tra le liste nazionali a sostegno di Veltroni, in realtà, avrebbe dovuto essercene anche una quarta. Dopo avere scatenato la caccia al rutelliano lungo tutta la penisola, infatti, i popolari sembravano avere ritrovato un punto di intesa con il presidente della Margherita. Popolari e rutelliani ritenevano infatti di essere stati penalizzati nella composizione delle liste, specialmente a Roma (dove in parecchi avevano da eccepire su “certe candidature della società civile con diversi mandati parlamentari alle spalle”). Così era nata la quarta lista per Veltroni, per strappare posti preziosi ai candidati veltroniani. E significativamente intitolata: “Partecipazione territorio e solidarietà con Veltroni”. In pratica, la lista della riscossa margheritina. Il progetto è stato però rapidamente abbandonato, e il marchio è reperibile ormai soltanto in una decina di collegi di provincia, per esempio a Pomezia e Velletri.
In totale, come detto, le liste Veltroni ammontano a 1.181, che per 475 collegi fanno una media di 2,4 liste Veltroni a collegio. Ma la media dice poco. E poi, alle liste per l’assemblea costituente nazionale, bisogna affiancare quelle per le assemblee regionali. Come ha ricordato di recente Oscar Giannino su Libero, per esempio, in Lombardia le liste Veltroni (che alla segreteria regionale appoggia il ds Maurizio Martina) arrivano addirittura a sei: “Democratici Lombardi per Veltroni e Martina”, “A sinistra per Martina”, “Democratici della Lombardia per Martina”, “Progetto Lombardia con Martina”, “Giovani democratici per Martina” e “Cittadini della Legnanese per Martina”. E siccome anche Letta appoggia Martina, contro le sei liste veltroniane rimane la sola Rosy Bindi, che schiera “Con Bindi e Sarfatti rinnoviamo la politica”.
Ma se in Lombardia ci sono fino a sei liste Veltroni a sostegno di Martina, un caso perfettamente speculare è quello della Campania, dove le liste Veltroni hanno la bellezza di tre candidati alla segreteria regionale, in guerra aperta tra loro (con insulti volanti e ricorsi pendenti). E il bello è che in una regione dove i Ds governano da anni, con Antonio Bassolino, nessuno dei tre viene dai Ds. Né il candidato scelto da Ciriaco De Mita (che Bassolino ha dovuto accettare), Tino Iannuzzi, né il rutelliano Sandro De Franciscis, né Salvatore Piccolo (appoggiato dal sindaco ds di Salerno, Vincenzo De Luca, in odio a Bassolino). Contro i tre candidati democristiani-veltroniani, per la cronaca, con Enrico Letta si schiera stoicamente Eugenio Mazzarella, professore di Filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli.
Gli assenti
Nonostante la moltiplicazione di liste e candidati, però, forse il dato più significativo di queste primarie non sta nei presenti, ma negli assenti. Almeno a giudicare dal dibattito sui giornali, infatti, si direbbe che la geografia del nuovo partito sia già cambiata, prima ancora del voto.
Se Franco Marini e i suoi popolari erano troppo impegnati dietro le quinte, e dunque dalla scena principale di queste primarie sono scomparsi per scelta, e se Francesco Rutelli dalla scena del Partito democratico è scomparso per scelta altrui – come abbiamo già ricordato – vittima di una campagna mirata e implacabile, altre illustri personalità del futuro partito, a questo punto, sembrano invece scomparse in circostanze misteriose. A cominciare da Pierluigi Bersani e Anna Finocchiaro.
Fino a un minuto prima dell’investitura veltroniana, Bersani e Finocchiaro erano dati da tutti i giornali come sicuri candidati alla segreteria (almeno uno dei due). Candidati da Massimo D’Alema, per la precisione, e cioè dall’altro grande assente dalla scena di queste primarie. Proprio lui che fu il primo – e per lungo tempo il solo – nell’estate del 2003, a raccogliere l’invito di Romano Prodi a fare una lista unitaria dell’Ulivo, rilanciando con la proposta di costruire invece un vero e proprio partito, che nascesse dalla fusione Ds-Margherita (e, allora, Sdi). Romano Prodi e Massimo D’Alema sono oggi presidente e vicepresidente del Consiglio. Eppure, nel grande evento da loro tanto lungamente preparato, non sembrano avere oggi un posto in prima fila. In compenso, la fondazione Italianieuropei ha annunciato che ospiterà le primarie del Pd su Second Life. (il Foglio, 3 ottobre 2007)
