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Il partito della decadenza

12/10/2007

In copertina c’è Luca Cordero di Montezemolo, intento a ravviarsi i capelli sotto il titolo: “Il partito della decadenza”. Siccome non è un libro scritto per farsi degli amici, a completare l’illustrazione delle premesse ideologiche, politiche ed estetiche dell’autore – Lodovico Festa – c’è pure il sottotitolo: “Gli anni di Prodi e Montezemolo”. Sbaglierebbe, però, il lettore di sinistra che si lasciasse trarre in inganno dal sottotitolo, accantonando il pamphlet come propaganda berlusconiana. Nel momento di maggiore isolamento del governo Prodi e della sua maggioranza, infatti, chiunque avesse davvero a cuore le sorti del centrodestra tutto dovrebbe fare meno che aprire – proprio ora – uno scontro tanto aspro con quello che Festa chiama affettuosamente il “piccolo establishment”. E che sarà pure piccolo rispetto alla grandezza (interpretiamo il pensiero dell’autore) di Gianni Agnelli e di Enrico Cuccia, ma gode ancora di una discreta influenza sulla politica italiana. Anzi, per paradossale che possa sembrare, se una critica può essere mossa all’autore è di farlo sin troppo grande, questo “piccolo establishment”. Quasi che tutto il bene (pochino) e tutto il male (parecchio) di questi ultimi anni dipendesse dagli editoriali e dai titoli di prima pagina del Corriere della Sera, cioè da Paolo Mieli, che è poi il vero obiettivo polemico del libro. Il “piccolo establishment” di cui si parla è costituito infatti dal “clan Montezemolo” (che oltre al presidente di Confindustria comprende Luigi Abete e Diego Della Valle), Marco Tronchetti Provera, il Corriere della Sera di Mieli “e, sullo sfondo, il mondo Fiat e Capitalia… naturalmente in rapporto-scontro con Giovanni Bazoli”. Ma appare chiaro sin dall’inizio a quale dei suddetti protagonisti l’autore riconosca consapevolezza di sé e delle proprie azioni, e a quali no. Basta un esempio. Dopo avere citato l’editoriale con cui Sergio Romano “scomunicava” una possibile cordata Colaninno-Berlusconi per Telecom, così Festa commenta: “Nella chiara ispirazione di Mieli all’articolo di Romano si intravede tutta la filosofia del ‘piccolo establishment’, che, mentre predica l’esigenza di accordi bipartisan, in realtà è terrorizzato da una reale stabilizzazione dell’Italia, da una fine delle varie emergenze, a partire da quella giudiziaria, che sole consentono a un ristretto circolo mediatico-finanziario di esercitare una spropositata funzione di regia sulle vicende della società italiana”. Questa, dunque, la tesi centrale del libro (e il cuore della sua ispirazione “democratica”, si potrebbe dire). Eppure, se il punto di partenza è chiaro, il punto di arrivo lo è meno. Naturalmente Festa non nasconde – anzi, dichiara apertamente – la sua convinta adesione alle posizioni della Casa delle libertà e di Silvio Berlusconi in particolare, considerate come l’unico fattore di movimento della società italiana. E il movimento per Festa è l’unica soluzione possibile per contrastare la palude in cui il centrosinistra – ma solo per ultimo – ha lasciato il paese. Il centrosinistra e più precisamente Romano Prodi, naturale alleato di questo antico Partito della decadenza, nel tentativo di farsi garante dell’equilibrio tra le pulsioni conservatrici della Cgil e quelle del “piccolo establishment” (a loro volta nemici disperatamente bisognosi l’uno dell’altro, per sostenersi e legittimarsi a vicenda). Una lettura che forse, qui, sconta qualcosa della vis polemica dell’autore, e che non convince pienamente nello spiegare il successivo scontro, violentissimo, tra Prodi e quello stesso establishment. Ma si tratta pur sempre di un pamphlet, non certo di un manuale di storia.
Nella sua ricostruzione, infatti, Festa sposa senza esitazione la linea della Confindustria berlusconiana e “movimentista” di Antonio D’Amato, sconfitta proprio dal successore Montezemolo (ma forse non per sempre, come sembrò dimostrare a suo tempo la tumultuosa assemblea di Vicenza, con i fischi a Della Valle e le ovazioni per Berlusconi). Confida in “manager senza partito” come Sergio Marchionne in Fiat e come Alessandro Profumo in Unicredit. Confida in un centrodestra che, nonostante tutto, negli anni del suo governo, dalla legge Biagi alla riforma delle pensioni, qualche segno di movimento lo ha dato. Per uscire dalla palude, in breve, l’autore confida da un lato in Berlusconi, dall’altro nella buona volontà di tutti coloro che ai perversi meccanismi descritti nel libro si sono dimostrati, almeno in parte, estranei.
Ma se le prime responsabili dell’attuale “impaludamento” sono quelle forze che, a partire dal Corriere, da sempre sono nemiche giurate di ogni “stabilizzazione”, resterebbe da chiedersi se anche le forze politiche che con loro si sono più duramente scontrate (da Silvio Berlusconi a Massimo D’Alema), alla fin fine, non abbiano accettato le regole di quello stesso gioco. Accettando cioè di allinearsi alle campagne del Partito della decadenza – ora gli uni, ora gli altri – nell’illusione di poterle utilizzare contro gli avversari. Per esserne invece, tutti, regolarmente utilizzati. (il Foglio, 12 ottobre 2007)

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  1. 11/07/2009 21:27

    Dopo ore di navigazione sono riuscito a trovare quello che mi interessava, ho letto il tuo articolo e l’ho trovato interessante.
    Grazie Claudio

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