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Perché Veltroni è convinto che ormai “nessuno lo può fermare”

30/10/2007

Roma. L’immagine del Partito democratico proiettata da Walter Veltroni sulla fiera di Milano, quella di un partito “a vocazione maggioritaria” fondato sul “primato del cittadino-elettore attivo” e sulla “discontinuità”, non poteva piacere a tutti. Del resto, non era certo questa l’intenzione del segretario, nell’algido allestimento della prima assemblea democratica senza simboli di partito né di coalizione. Nemmeno quel ramoscello d’ulivo con cui pure i democratici sono stati eletti, impresso sulla scheda elettorale a elezioni europee, politiche e amministrative. E così, davanti a duemilaottocentocinquantatré attoniti delegati, in gran parte provenienti dai gruppi dirigenti di Ds e Margherita, si è materializzata di colpo l’immagine del partito veltroniano. E ha smaterializzato in un attimo architetture, apparati e liturgie secolari: un partito senza tessere, senza simboli e senza alleati, lanciato a bomba verso le elezioni anticipate. Un’immagine che non potendo, né volendo, piacere a tutti, a molti non è piaciuta affatto. Non è piaciuta, per esempio, ad Arturo Parisi, che ieri lo ha detto apertamente in un’intervista a Repubblica. Ma non è piaciuta nemmeno a Franco Marini, che lo dirà apertamente alla prima occasione. Per motivi opposti nelle premesse ideologiche, ma convergenti nell’attacco all’idea di partito veltroniana: un partito “antidemocratico”, “preconfezionato”, “plebiscitario” per Parisi, massimo teorico della democrazia governante; un partito semplicemente “evanescente” per Marini, massimo pratico della democrazia governata (dai partiti, dalle correnti e dalle tessere). Veltroni, però, è convinto di non potere aspettare. “Sa che può trovarsi da un momento all’altro in campagna elettorale – spiega un suo autorevole consigliere – ed è per questo che deve dare un’accelerazione”. Tanto, una volta in campagna elettorale, “i Fioroni e i D’Alema possono mugugnare un po’, ma che possono fare?”. Veltroni sa anche che “la sua partita si gioca tra pochi mesi”. Dunque il passaggio più significativo del suo discorso di Milano, paradossalmente, sarebbe quello in apparenza più scontato, quando ha detto che alle prossime elezioni Berlusconi rappresenterà il vecchio, essendo già stato più volte presidente del Consiglio, mentre “il Partito democratico”  (cioè lui) rappresenterà il nuovo. Parole che hanno già il sapore della campagna elettorale. E che rispecchierebbero quella che è ormai una ferma convinzione del segretario. La convinzione di “potersela ancora giocare”. Per questo, alla costituente, Veltroni ha dovuto imprimere una forte accelerazione. Per questo – e chissà per quanto – buona parte degli organismi dirigenti  (provvisori, s’intende, come in Italia si chiamano tutte le cose definitive) in un modo o nell’altro saranno facilmente orientati o direttamente nominati da lui.
Da Milano, però, una buona parte dei delegati ha già fatto filtrare  sui giornali tutta la propria rabbia, o si appresta a farlo. A cominciare da Pierluigi Bersani, il primo a opporsi pubblicamente al “partito liquido”, che descrivono furibondo. Massimo D’Alema, invece, continua a ostentare una superiore serenità. Il giorno prima dell’assemblea, per esempio, si trovava all’Auditorium di Roma, invitato da Goffredo Bettini, per vedere un vecchio film: “La rabbia”. Singolare opera girata per metà da Pier Paolo Pasolini e per metà da Giovanni Guareschi. Alla domanda di un giornalista sui suoi impegni per l’indomani, poco prima della proiezione, D’Alema risponde: “Sarò a Milano, ovviamente, per assistere ai lavori dell’assemblea costituente”. I suoi collaboratori assicurano che questo è esattamente quello che ha fatto: assistere. Ma c’è anche chi assicura il contrario, e cioè che il documento finale letto in gran fretta da Veltroni e fatto approvare all’assemblea senza nemmeno un minuto di discussione – causa prima dell’indignazione di tanti delegati – sia stato oggetto di una lunga e faticosa mediazione, e proprio tra Walter Veltroni e Dario Franceschini da un lato, Beppe Fioroni e Massimo D’Alema dall’altro. E forse proprio per questo il documento ha suscitato le proteste di Arturo Parisi e Rosy Bindi (ma anche di Enrico Letta). Con quel documento la costituente ha dunque approvato, nell’ordine: l’elezione di Dario Franceschini a vicesegretario (“Prima ancora che lo statuto ne preveda la carica e ne definisca i poteri”, protestano Bindi e Parisi); l’elezione di Mauro Agostini a tesoriere (scelto da Veltroni, ovviamente); l’elezione dei coordinatori provinciali – volgarmente detti segretari di federazione – il prossimo 24 novembre, da parte degli eletti delle costituenti nazionale e regionali (come Veltroni aveva preannunciato ai segretari regionali, che non avevano affatto gradito); la convocazione entro il 23 dicembre di assemblee dei votanti alle primarie “per costituire il Partito democratico nei territori”, ai quali votanti sarà poi consegnato un certificato di “Fondatore del Pd” (“Di forma rettangolare e regolarmente plastificato”, ironizzano gli oppositori del “partito senza tessere”, convinti di averla spuntata); l’elezione di tre commissioni da cento membri l’una: codice etico, statuto e carta dei valori (dove si troveranno insieme Paola Binetti e Piergiorgio Odifreddi, entrambi candidati con Veltroni alle primarie); la riconvocazione della costituente entro il 28 febbraio, per ratificare le decisioni delle commissioni (altro dettaglio che non è piaciuto molto ai delegati).
Questo dunque il testo che Veltroni ha fatto approvare al termine della giornata di sabato. A quanto pare, un classico documento di compromesso, che in politica significa sempre terreno di scontro aperto sull’interpretazione di ogni singola virgola. Il grosso dei dirigenti di Ds e Margherita, per esempio, sottolinea la vittoria del “partito solido”, sostenendo la sostanziale identità tra il certificato di fondatore e la tessera. “I certificati hanno solo un valore simbolico”, sostiene Stefano Ceccanti. “I militanti lavoreranno per creare una struttura a disposizione degli elettori. Avranno più responsabilità, non più diritti”. E per spiegarsi, Ceccanti ricorre a un parallelo: “E’ la secolarizzazione di un modello di ecclesiologia post-conciliare, per cui il sacerdozio ministeriale (gli iscritti) è al servizio della comunità nel suo insieme, cioè del sacerdozio comune dei fedeli (gli elettori)”.
Nel suo discorso alla costituente Romano Prodi ha lasciato cadere più volte le parole “tessera” e “iscritti”. Parisi ora grida alla “democrazia interna” tradita, al mancato rispetto di quelle che fino a ieri chiamava “burocrazie di partito”. Veltroni, intanto, corre dritto per la sua strada. Già mercoledì dovrebbe nominare la segreteria del Pd, riservando a ministri e dirigenti ostili, al massimo, un posto in “direzione”. E’ convinto che la sua partita comincia tra pochi mesi e che con Berlusconi “se la può ancora giocare”. E, soprattutto, che a questo punto “nessuno lo può fermare”. (il Foglio, 30 ottobre 2007)

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