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Dietro la follia di Arturo, bipartitista imperfetto

31/10/2007

Roma. E’ stato il primo e per molto tempo il solo, per dodici anni, a dire che bisognava sciogliere Ds e Margherita per fondare il Partito democratico. E a nemmeno ventiquattro ore dalla costituente del Pd, dice che così non vale e che quasi quasi se ne va. E’ stato il primo, e sempre da solo, che ha esortato Walter Veltroni a candidarsi alla guida del Pd. Ma quando tutti si sono convinti ad appoggiarlo, a nemmeno due settimane di distanza, è stato anche il primo a dire che Veltroni proprio non andava bene. E’ stato il più strenuo sostenitore del primato della società civile e del partito leggero. E ora che alla costituente Veltroni annuncia un partito fondato sul primato del “cittadino-elettore attivo”, ecco che lui, invece di esultare, parla di partito “antidemocratico”, “preconfezionato”, “plebiscitario”. E’ stato il più implacabile avversario dei “signori delle tessere” e dei “burocrati di apparato”. E ora che davanti agli eletti delle primarie il neosegretario annuncia un partito leggero e aperto alla società civile, lui invoca nientemeno che la “democrazia interna”. In tutti questi anni, insomma, è stato Arturo Parisi. E oggi più che mai, abituato com’è alla solitudine, non sembra minimamente intenzionato a smettere.
E così, oggi, in molti s’interrogano sulle mosse del ministro della Difesa. Gad Lerner, sull’Unità, deve difenderlo dall’accusa d’incontentabile rompiscatole. In compenso, da tempo nessuno lo accomuna più a un semplice portavoce di Romano Prodi. Nulla infatti potrebbe essere più distante dal solido realismo prodiano dell’idealismo parisiano, cui si deve il celebre slogan “meglio perdere che perdersi”.
A volte sembra quasi che Parisi si consideri più un leader spirituale che un leader politico. Un leader che affida la possibilità del riscatto esclusivamente alla forza del suo messaggio, e per questo, da sempre e ancora in questi giorni, tanti leader politici suoi alleati lo hanno rimproverato di prendere la parola solo sui giornali, invece che nei competenti organismi (per esempio la costituente). Per questo la sua corrente è durata poco. Perché al destino dei singoli Parisi non è minimamente interessato (motivo di tanti problemi, per Prodi, a cominciare dal micropartito dell’ex parisiano Willer Bordon). Perché un leader spirituale, al contrario di un generale (o di un leader politico), non può permettersi il lusso di barattare la salvezza dell’anima con la sopravvivenza terrena delle sue truppe. Dunque non è vero, se qualcuno lo ha mai pensato, che Parisi oggi si opponga a Veltroni semplicemente per difendere Prodi e il suo governo. Questa, semmai, può essere la ragione per cui a Veltroni si oppongono i prodiani, secondo la distinzione di Stefano Cappellini tra ulivisti wahabiti, simili a quel clero saudita disposto a giustificare qualsiasi compromesso pur di legittimare la dinastia regnante, e l’ulivismo qaedista di Parisi, che punta soltanto all’unità della grande umma democratica. Un esito che sarà possibile, però, solo con l’avvento della democrazia governante e del bipartitismo. Senza queste precondizioni, infatti, si avranno solo “fusioni fredde” e segretari “scelti dagli apparati”. Di qui la posizione di Parisi sul referendum (ovviamente a favore). Di qui le molteplici posizioni di Prodi sullo stesso tema. Non per nulla fu la diplomatica dichiarazione di Veltroni proprio sul referendum – “Lo sostengo ma non lo firmo” – a scatenare uno dei primi e più violenti attacchi di Parisi. Veltroni replicò che la ragione della sua cautela era il timore di destabilizzare il governo, e si disse sorpreso del fatto che Parisi non ci arrivasse, dimostrando così di non aver capito nulla del suo interlocutore. Se Parisi oggi parla di “democrazia interna” tradita non è perché si sia convertito al culto degli apparati, ma perché nel documento finale approvato dalla costituente, e da Veltroni, vede semmai proprio la mano degli “oligarchi”, i nemici di sempre (come Massimo D’Alema e Franco Marini). Se attacca il partito “a vocazione maggioritaria” veltroniano, non lo fa per difendere le “coalizioni disomogenee”. Quello che contesta è la “vocazione”, perché quello che vuole è il fatto compiuto, il bipartitismo – quindi il referendum – che farebbe del Pd il partito di tutto il centrosinistra, contrapposto al partito del centrodestra. Ecco l’obiettivo della sua vita. E se Veltroni vorrà davvero imboccare quella strada, come sempre, troverà ancora Parisi al suo fianco. E pochi altri. Come sempre. (il Foglio, 31 ottobre 2007)

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