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Self-control

06/11/2007

Negli ultimi giorni sono rimasto a letto con l’influenza e mi sono occupato molto poco delle cose del mondo. Senza falsa modestia, mi sembra che gli effetti si siano visti. Non voglio dir nulla sul pacchetto sicurezza, la convocazione urgente del governo da parte del sindaco di Roma e tutto quello che ne è seguito. Figuratevi, io sono anni che penso a una crociata contro i pesci piccoli. Penso che bisognerebbe farne proprio una battaglia di principio, una guerra culturale, un manifesto politico: noi siamo per prendere i pesci piccoli. Dico sul serio, ma sarebbe un discorso lungo, quindi mi riservo di tornarci quando la mia temperatura corporea sarà scesa almeno al livello che i sondaggi di Veltroni accreditano al Pd. E in quell’occasione, già che ci siamo, magari riparliamo pure della stazione Tor di Quinto, di illuminazione stradale e di strade non asfaltate, oltre che di “riforma intellettuale e morale” – concetto gramsciano che Veltroni ha utilizzato per parlare di quello che la nascita del Pd avrebbe dovuto scatenare nella società italiana, e che a leggere i giornali di questi giorni mi pare saggio non rievocare. In compenso sui giornali ho letto del nuovo “esecutivo”, che i veltroniani definiscono “segreteria” e che gli antiveltroniani definiscono “staff” del segretario, in cui si segnala la presenza di Vincenzo Cerami, ma non voglio parlare neanche di questo. Dico solo che avrei capito Federico Moccia – ora non prendetemi alla lettera – uno che ha venduto milioni di copie senza essere amico di nessuno, relativamente giovane, venuto fuori dal nulla. Ma Vincenzo Cerami, con tutto il rispetto, che ci fa nell’esecutivo del Partito democratico? La mia impressione è che Veltroni giochi sempre con lo stesso schema, contro qualsiasi avversario e persino senza avversari, che si presenti col solito 8-1-1 pure alle partite di beneficenza. Insomma, la mia impressione è che sia un pessimo allenatore, e temo lo sappia anche lui (e per questo voglia scendere in campo il più presto possibile, lasciando la panchina a qualcun altro o meglio ancora a nessuno). Ma per la verità non volevo parlare nemmeno di questo, perché alla fin fine non me ne importa nulla. Tutta questa stupida metafora dell’allenatore e del giocatore mi serve solo per dire che ieri è morto il più grande eroe della mia infanzia. E adesso posso anche tornare a letto.

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