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Apparato vuoto e partito sobrio, la doppietta di Veltroni

08/11/2007

Roma. Walter Veltroni, a quanto pare, pensa che vincere non sarebbe sufficiente. Adesso, dentro il Pd, deve stravincere. Soprattutto se il governo Prodi si apprestasse davvero a passare indenne il voto sulla Finanziaria, come Veltroni si augura pubblicamente (e forse, in cuor suo, teme). Perché allora, parola del segretario, comincia “un altro film”. Un film in cui Veltroni è deciso a rivendicare per sé la parte del protagonista. Non per nulla domenica scorsa ha nominato l’esecutivo del Pd lasciando ai margini dalemiani e popolari, ieri ha ottenuto l’elezione di Antonello Soro a capogruppo (nonostante i dissensi diffusi, specie tra dalemiani e popolari, che avrebbero preferito Sergio Mattarella) e nei prossimi giorni annuncerà la direzione, anche questa nominata da lui. Quell’organismo più largo che avrebbe dovuto controbilanciare l’esecutivo, con la presenza di tutti i maggiori dirigenti. Un organismo snello, si era detto, da non più di quaranta membri. E per questa ragione – aveva spiegato Veltroni – senza i segretari regionali. Negli ultimi giorni, però, il numero sembra essere raddoppiato e l’impressione è che il grosso delle new entry, ferma restando l’esclusione dei segretari regionali, sarà composto da sindaci. Si delinea così una clamorosa doppietta. A un esecutivo fatto in gran parte di veltroniani e rutelliani si affiancherebbe infatti un’analoga maggioranza in direzione, con l’ingresso di amministratori come Sergio Chiamparino e Massimo Cacciari.
La partita non riguarda però soltanto gli assetti. Qui certo avrà un peso la scelta – annunciata ma non ancora ufficializzata da Veltroni – di far presiedere la conferenza dei segretari regionali da Goffredo Bettini (prospettiva che non entusiasma né Dario Franceschini né buona parte dei segretari, che ne uscirebbero di fatto commissariati). Ma conterà molto anche il ruolo che i diversi organismi sapranno conquistarsi. “Arrivano i nostri leader”, ha detto ieri ad esempio Massimo D’Alema, incrociando alla Camera Roberta Pinotti, membro dell’esecutivo. “Non cominciamo subito a sfottere”, gli ha risposto lei. E così i collaboratori del ministro degli Esteri spiegano la sua posizione: “Il punto, per dirla con Kennedy, è se Walter si domanda cosa può fare lui per il Pd, o cosa può fare il Pd per lui”. Nel primo caso, se cioè “vorrà fare davvero il segretario di un grande partito democratico, e non di un comitato elettorale”, avrà in D’Alema e in tutti gli altri dirigenti alleati preziosi (dicono). Nel secondo caso, se cioè considererà il partito “uno staff del segretario”, vorrà dire che del partito si occuperà qualcun altro.
Intanto, però, domani Veltroni inaugurerà il loft. Nuova e ariosa sede del Pd, in cui già si prefigura l’architettura della nascente creatura: un partito senza tessere, senza correnti e senza simboli (l’Ulivo sembra destinato a fare da sfondo, in dissolvenza, dietro il semplice logo “Pd”). Bisogna evitare assolutamente un partito “piramidale, apparaticizzato e gerarchizzato”, ha spiegato ieri Veltroni, convinto che il Pd debba avere una “struttura sobria”, “a rete” e “transnazionale”. Un modello che ricorda molto da vicino il Partito radicale di Marco Pannella. “E pure, nelle parole, il ‘partito a rete’ affidato a Pietro Folena nel ’99”, osservano gli apparatcik (ex diessini). Ma è evidente che se il governo supera la Finanziaria, come ha detto ieri proprio Veltroni ai deputati del Pd, dal 15 novembre “comincia un altro film”. E un altro film comincia anche per lui, che all’idea del voto anticipato aveva fatto più di un pensierino. Se la spallata berlusconiana va a vuoto, insomma, i tempi si allungano per tutti. E si avvicina la prospettiva di un vero congresso del Pd già in primavera.
E’ in vista di questa lunga marcia che Veltroni sembra dunque essersi deciso a non fare prigionieri nel Pd. Nel nuovo film vuole la parte del protagonista. E infatti ha già annunciato che dopo la Finanziaria farà un appello alla Cdl sulle riforme, per trovare una soluzione “entro il 2008”. Ma subito è arrivata la risposta di Gianfranco Fini: “Intanto dica qual è la linea del suo partito”. Tasto dolente, visto che nel suo partito Veltroni è il solo a non volere il modello tedesco. Ma se dal 15 novembre comincia un altro film, per il 16 la fondazione dalemiana Italianieuropei ha già pronta la colonna sonora: un convegno sulla legge elettorale che sarà tutto un inno al modello tedesco. Per il centrodestra ci saranno Fabrizio Cicchitto, Pier Ferdinando Casini e Roberto Maroni (cioè tutti meno Fini, che con Veltroni è il principale nemico del modello tedesco). E ci sarà, naturalmente, Veltroni. Lì dunque si vedrà, per dirla con Kennedy, se anche lui affermerà: “Ich bin ein Berliner”, o se punterà a stravincere. (il Foglio, 8 novembre 2007)

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