Il trionfo di Mps, banca che piace alla finanza che piace
Roma. Nella guerra per Antonveneta e Bnl, due anni fa, sono caduti: un governatore della Banca d’Italia, un discreto numero di finanzieri apparentemente inarrestabili, il presidente di Unipol. E per poco non ci rimettevano la testa pure segretario e presidente del maggior partito della sinistra. Ma anche il conquistatore di Antonveneta, Rijkman Groenink, presidente della banca olandese Abn Amro, non si è goduto a lungo la vittoria (avvenuta per intervenuto arresto degli avversari e sequestro “cautelare” delle loro azioni, disposti dal gip Clementina Forleo). Poco dopo, infatti, Abn è stata scalata da un consorzio di banche, tra cui il Santander. E il Santander ha venduto l’Antonveneta al Monte dei Paschi di Siena. E così, apparentemente senza sparare un colpo, il presidente di Mps Giuseppe Mussari si è portato a casa una delle due banche al centro di tante contese. Contese che avevano spaccato la sinistra, con l’Unipol (e i vertici dei Ds) da un lato, il Monte e un nutrito gruppo di autorevolissimi esponenti del centrosinistra dall’altro. Lo si potrebbe definire il trionfo della finanza perbene. Dalla stessa parte, infatti, stava tutto intero quello che si usa chiamare “salotto buono”.
Non per nulla, in un’intervista dell’agosto 2006 sul Corriere della Sera, il giornalista premetteva che Mussari “non sembra avere nulla del finanziere tutto stock option e rendimenti”. E a conferma dell’assunto, il banchiere cominciava così: “Di manovra economica parliamo dopo. Vorrei iniziare dal Libano. L’ultima prova che la situazione internazionale, senza uno sviluppo ordinato ed equo, è destinata a vedere sempre nuovi focolai di tensione”. Più recente ma non meno illuminante, poi, l’intervento di Mussari a un convegno dell’Abi mostrato qualche giorno fa dalle telecamere di Report. “C’è un clima in questo paese sulle banche che è oggettivamente inaccettabile – ha scandito tra gli applausi dei colleghi – e non è inaccettabile solo per chi pro tempore presiede una banca o per chi come Alessandro (Profumo, ndr) presiede un grandissimo gruppo, è inaccettabile per tutte quelle migliaia di persone che lavorano in banca e che sono stufe di essere considerate… la frase che mi verrebbe è dura… diciamo: persone poco trasparenti nella loro generalità. E’ ora, come dire, di smetterla”. Ecco – come dire – la “banca etica” della sinistra dei valori.
Certo si può restare interdetti dinanzi ai lamenti per le campagne di stampa contro le banche (che in Italia, direttamente o indirettamente, controllano gran parte dei giornali). Sarebbe un errore, però, considerare i continui richiami all’etica di Mussari come semplice retorica. “Cosa esiste di più etico – ha detto una volta a margine di un congresso dell’Acri – del sapere che una parte dei soldi delle nostre banche va alle Fondazioni, che rendono più bello e più giusto il nostro paese?”. Non è retorica perché l’alta finanza, in Italia, ha molto a che vedere con l’etica, e persino con l’estetica. Basta leggere i giornali: da un lato i mille articoli sull’accento di Stefano Ricucci, sui capelli di Danilo Coppola, sulle vacanze di Gianpiero Fiorani; dall’altro, interviste come quella di Alberto Statera su Repubblica all’ex capo di Abn, il 20 luglio scorso: “Do you know the Billionaire, mister Groenink?”. E lui: “No, purtroppo I don’t know, ma se si riferisce a quel luogo in Sardegna di cui si racconta qualche eccesso mondano, le devo confessare che preferisco di gran lunga la quiete della mia campagna senese”. E ancora: “Rijkman tradotto in italiano significa ‘uomo ricco’: lei è molto ricco?”. Risposta: “Sì, ricco moralmente”. Sotto la quiete della campagna senese, però, si è combattuta in questi anni una battaglia cruenta. Il Diario di Enrico Deaglio (quello della copertina sul “compagno Ricucci”) ha raccontato con dovizia di dettagli l’eroica resistenza guidata da Mussari contro la piovra politico-affaristica guidata da Giovanni Consorte. “Sarà Siena a salvare la sinistra?”, attaccava l’articolo del 26 agosto 2005. Sia come sia, i senesi hanno vinto, e da oggi possono rimandare al mittente le accuse di chiusura provinciale e mancanza di iniziativa. Ora sono la terza banca d’Italia. E in affari, come in politica, chi vince ha sempre ragione. L’Unipol, invece, ha perso, anche per l’opposizione di Siena. Oggi, uscito Consorte, le ambizioni della compagnia sembrano assai ridimensionate, e le coop torneranno forse a “occuparsi di supermercati”, secondo lo sprezzante invito formulato a suo tempo da Luca di Montezemolo. (il Foglio, 10 novembre 2007)
