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Uno due tre

27/11/2007

Si parla ormai di “riforma della legge elettorale” (o semplicemente “riforma elettorale”) come se cambiare legge elettorale equivalesse a fare la riforma della sanità o della giustizia. Ferma restando la vacuità della stessa retorica del “fare le riforme” di questo e di quello – che è anzi non solo vacua ma profondamente dannosa – qui siamo dinanzi a un evidente salto di qualità, a una vacuità al quadrato. A conferma dell’assunto, da oltre quindici anni ci si spiega che occorrono riforme istituzionali per assicurare la famosa “governabilità” (io poi sarei proprio curioso di chiedere a tanti illustri politologi di scuola angloamericana come si traduca in inglese questo termine misterioso: “governance”, per caso?) e da settimane tutti a ripetere che ci vuole una legge elettorale capace di “produrre” due partiti del 35-40 per cento. Dei voti, s’intende, come se il voto degli italiani così come si è espresso in questi anni fosse una variabile impazzita, la prova di un difetto nell’ingranaggio, un baco del sistema. Un problema tecnico, insomma, la cui soluzione va affidata pertanto a un’opportuna “riforma” del sistema di conteggio. Perché a questo dovrebbe servire – innanzi tutto – una legge elettorale: a contare. Non è vero?

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