Le lettere di Amato a Craxi, così svapora una Riserva della Repubblica
Roma. Da un lato stanno la lettera scritta a mano, la semplice cartolina o l’elegante biglietto strappati agli archivi e all’augusta solennità della loro polvere, a distanza di anni; dall’altro, l’intimità violata delle intercettazioni telefoniche e delle loro scurrili trascrizioni, esposte al pubblico ludibrio a distanza di ore. La linea di demarcazione è una differenza sottile, che separa due generi letterari e due diversissime categorie di protagonisti: da una parte, le grandi autorità della Repubblica, con i loro raffinati epistolari e i loro palpitanti diari, che non contengono mai nemmeno un errore di ortografia, a maggior gloria delle istituzioni e delle patrie lettere; dall’altra, principi decaduti e finanzieri decadenti, assieme a politici di prima e seconda grandezza, mai però grandi abbastanza da nobilitare con il loro nome un intero genere letterario – quello dei verbali d’intercettazione – irrimediabilmente confinato nella pulp fiction.
E’ la violazione di questa regola non scritta del giornalismo italiano, la mancata osservanza della sottile distinzione tra testimonianza storica e testimonianza in procura, tra sacro e profano, quel che più colpisce nei documenti pubblicati ieri da Repubblica. E soprattutto in quel titolo, in prima pagina, su Giuliano Amato e sulla sua lettera a Bettino Craxi, scritta nel 1993, in piena Tangentopoli. In prima pagina, tra le tante che avrebbero potuto scegliere, a Repubblica, vanno a scegliere proprio quella di Amato. Il biglietto in cui Silvio Berlusconi ringrazia Craxi per il decreto sulle tv, per dire, in prima non è nemmeno citato, perché lo spazio è interamente occupato dal ministro. Con seguito di due paginate e copie fotostatiche degli originali. Con tutte le lettere citate sceneggiate attraverso foto degli interlocutori, sottotitoli, freccette e didascalie, neanche fossero intercettazioni. Giuliano Amato finisce così inchiodato alle sue parole di quasi quindici anni fa. “Caro Segretario – scrive a Craxi l’allora presidente del Consiglio – prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare”. Estinguere “reati di codice” magari non sarà possibile, prosegue, ma “credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile”. E aggiunge: “Ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita”. E’ il decreto passato alle cronache come “salva-ladri”, presentato dal governo Amato e ritirato dopo la clamorosa protesta in tv del pool di Mani pulite. Nessun oscuro segreto, dunque. Anzi, in una lettera che sarà pubblicata oggi su Repubblica, il ministro degli Interni spiega che il documento dimostra semmai la sua volontà di agire alla luce del sole e nel pieno rispetto delle regole. Ma è evidente il colpo inferto alla sua immagine di riserva della Repubblica, sempre in cima alla lista delle possibili figure di garanzia, quando si parla di governi istituzionali. Specie per quel passaggio in cui auspica che “la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile”, e che “la macchia d’olio si allarghi”. D’altra parte, Amato non è nuovo a simili rovesci improvvisi. Quando nel ’92 era in corsa per il Quirinale, per esempio, Antonio Padellaro intervistò sull’Espresso Franco Bassanini, e il titolo era tutto un programma: “Dottor Amato e Mr Hide”. Presentato allora come il diabolico “delfino di Craxi”, oggi quasi come il precursore delle “leggi ad personam”, ma sempre sulla base di notizie stranote. Un po’ come le intercettazioni Rai-Mediaset. E infatti, chi ieri vedeva in quelle intercettazioni un “siluro” contro il dialogo Veltroni-Berlusconi, oggi vede nelle lettere di Craxi un missile nucleare contro il più accreditato successore di Romano Prodi a Palazzo Chigi (il tempismo è in realtà spiegabilissimo, dato che la Fondazione Craxi ha appena finito di riordinare le carte ed è stata Stefania Craxi a renderle pubbliche). Quasi che i direttori di giornale si recassero ogni sera nelle cantine: cosa potrei accompagnare a un editoriale contro il dialogo? Consiglierei un Bergamini del 2004, direttore. E contro il governo istituzionale? Beh, qui andiamo sulla Grande Réserve de la République, roba per palati fini, ci vuole almeno un Amato del ’93.
Ovviamente non funziona così. O forse ha funzionato così all’inizio, anni fa, finché tutti – direttori, cronisti e lettori – da quel vino sono rimasti inebriati. Ridotti a berne sempre di più, come tutti gli alcolizzati, e di qualità sempre più scadente. (il Foglio, 7 dicembre 2007)
