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Per Bertinotti l’Arcobaleno è tramontato con Prodi

13/06/2008

Roma. Tra le ragioni della “débâcle” Fausto Bertinotti mette al primo posto il governo di Romano Prodi, che ha fatto fare alla sinistra un gigantesco “salto all’indietro”. Ma non cerca alibi, tantomeno un capro espiatorio. Dopo un silenzio lungo due mesi, dopo quel terribile 13 aprile che ha lasciato la Sinistra Arcobaleno senza neanche un parlamentare eletto e con appena il 3 per cento dei voti, dopo le sue dimissioni da ogni incarico nel partito, non è per polemizzare con il Pd che Bertinotti torna a parlare. Parla da semplice “militante”, come ora si definisce, ma sempre a modo suo (non proprio il modo di parlare caratteristico di ogni semplice militante). Lo fa con una “giornata di studi” promossa dalla sua rivista, “Alternative per il socialismo”, partendo dalle grandi trasformazioni del capitalismo mondiale, dalla crisi di civiltà e dalla crisi italiana. In Italia c’è “una latitanza, un’assenza, un vuoto”, denuncia. “Il lavoro culturale è stato devastato. Vorrei ricordare l’Italia delle riviste, delle case editrici, della convegnistica”. Nichi Vendola, governatore della Puglia e candidato dei bertinottiani alla guida di Rifondazione, riprende lo spunto e allarga il discorso (che era già abbastanza largo di suo, per la verità, spaziando dalla crisi della convegnistica in Italia al concetto di “rammemorazione” in Walter Benjamin). Vendola parla della carente “propensione egemonica” della sinistra, sottolinea la capacità del capitalismo di nascondere la sua dimensione storico-sociale, quindi torna agli intellettuali e si fa capire con un esempio chiaro: un tempo l’intellettuale impegnato per antonomasia era Pier Paolo Pasolini, in questi anni è stata Oriana Fallaci. Insomma, come riassumerà poco più tardi Franco Russo: “Non avremmo vinto nemmeno se come dirigenti avessimo avuto Lenin e Trotzky”. Nel frattempo, in un’altra e concorrente iniziativa, Paolo Ferrero si tiene più sull’attualità e indica come modello di successo il “partito del pomodoro” degli ex maoisti olandesi. E se Bertinotti dice che il governo ha fatto fare alla sinistra un “salto all’indietro”, Ferrero la esorta invece a compiere nientemeno che “un salto verso il basso”, dalla dimensione istituzionale alla società.
Intervenendo al convegno bertinottiano, il senatore (dalemiano) del Pd Nicola Latorre chiarisce che “la stagione dell’Unione non è più riproponibile”, che “forse la separazione consensuale (tra Veltroni e Bertinotti, ndr) era un’esigenza tattica necessaria, ma sarebbe un errore considerarla una scelta strategica”. E che comunque “anche in base all’interessante relazione di Walter Veltroni all’ultima direzione del Pd, si tratta ora di misurare i margini di rilancio di una strategia di alleanze”. Ferrero, che non gode evidentemente dell’appoggio dei dalemiani ma ha in compenso buone chance di vincere il congresso, accusa Latorre di sottovalutare la (comune) sconfitta e ribadisce: “Bisogna smetterla di pensare che la parola governo voglia dire di per sé pesare di più, essere più efficaci”.
Lo scontro tra Ferrero e Vendola si caratterizza dunque sempre più come la scelta tra ritorno all’antagonismo e all’orgoglio di partito da un lato (Ferrero), rilancio dell’Arcobaleno unitario e di una prospettiva di governo dall’altro (Vendola). Ma le parole venute dalla “giornata di studi”, a cominciare da quelle di Bertinotti – convinto che in Italia si vada ormai verso un “regime leggero”, come ha scritto sulla sua rivista – sembrano sfumare parecchio la distinzione, almeno sul versante della vocazione governativa, in questa strana giornata al centro congressi Frentani, a suo tempo sede del Pci romano, a due passi dall’Università “La Sapienza”. E fa un certo effetto ascoltare, in questa sede, Franco Russo che denuncia il venir meno del primato della politica “cui il Pci ci aveva educato”, al termine di un’articolata ricostruzione dei grandi processi politico-economici mondiali in corso dal Seicento a oggi, a partire da Thomas Hobbes e Adam Smith. “Se non esiste più questo primato, dove dobbiamo attaccarci?”, domanda sconsolato, evidenziando la scarsa concretezza del dibattito in corso. “Noi di Rifondazione questa riflessione l’abbiamo fatta – conclude – ma forse non l’abbiamo portata alla sua logica conseguenza”. (il Foglio, 13 giugno 2008)

3 commenti leave one →
  1. 13/06/2008 13:08

    c’ero anch’io alla “giornata di studi” in cui mi è parso che qualche passaggio di Bertinotti vada verso una accresciuta consapevolezza della sconfitta (nel PD aspettiamo ancora una riflessione seria) coniugata ad una interessante analisi della “composizione culturale” della nuova destra italiana. Meno efficaci, come al solito, i passaggi sul da farsi: la rammemorazione benjaminiana non basta (glielo ha ricordato Franco Russo appunto) come non bastano né sono mai bastate le parole magiche: sogetti, precari, territorio, conflitti, declinazioni plurali etc.
    Ancora più preoccupante mi è parso, e non è la prima volta, l’intervento di Niki Vendola che ci spaccia analisi sulla società televisiva che sarebbero state vecchie nell’82 e in più ripropone (con un linguaggio emotivo e retorico) come proposta politica quello che per me è il vero cancro della cosiddetta sinistra radicale: una sinistra che non lotta nelle contraddizioni contemporanee ma contro la scomparsa del suo paesaggio sociale ideale. Qualsiasi trasformazione è vista come ristrutturazione del Capitale e pertanto da impedire (è la formula della modernizzazione senza modernità di Bertinotti che infatti non funziona) inanellando una teria di NO: no tav, no vat, no global, no logo, no dalmolin e poi no alle riforme istituzionali, non al protocollo sul welfare, no alla missione in libano…
    Il paesaggio ideale della sinistra radicale è quello degli anni ’60: ottenere vantaggi per i lavoratori stando all’opposizione. Ferrero e Diliberto sono i più affezionati a questo schema, ma anche Vendola lo accarezza, così sembrano muoversi goffamente nel presente e non saper parlare del futuro, per questo si evocano le rammemorazioni di Benjamin con il suo angelo con la testa volta all’indietro (tra l’altro mi pare Benjamin intendesse tutt’altro).
    Più interessante l’intervento di Anubi Lussurgiu che si interrogava sul perché a destra ha saputo farsi interprete della globalizzazione sia in fase ascendente che in fase di crisi, mentre la sinistra no-global, col suo carico almeno quinquennale di analisi critiche sulla globalizzazione, non è minimamente presa in considerazione dall’elettorato circa quest’aspetto. Ho il sospetto che questa domanda dovrebbe far fischiare le orecchie anche alla sinistra riformista (a proposito, ci convince ancora questo aggettivo?)

  2. 13/06/2008 13:15

    dimenticavo: spero anch’io che vinca vendola in modo da aprire il paesaggio politico a schemi diversi, le autosufficienze non fanno bene né a noi né a loro, però questa vittoria pare sempre più difficile, si spera nelle federazioni del sud e nella maggiore mobilitazione della base di vendola, comunque per ora nessuno si sente di giurare che non ci sarà una scissione. per questo vendola abbassa molto i toni governativi e arrota quelli antagonisti. la rete dei movimenti sta per ora alla finestra e aspetta il vincitore.

  3. aleppe permalink
    13/06/2008 13:21

    Bertinotti parla di vuoto, di carenza di analisi.
    Ma il verboso eccesso di analisi in cui lui e Vendola si sono di nuovo voluttuosamente immersi ieri, nonostante i lutti elettorali, innamorati del suono di alcune parole ricorrenti, nonostante lische e erre blese, la dice lunga su una delle ragioni della debacle.
    La fuga nella analisi è un pattern classico della antropologia di sinistra e Bertinotti in materia è un campione.

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