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Il Pd riscopre l’intervento pubblico nell’economia e riabilita Antonio Fazio

15/10/2008

Roma. Perché, dinanzi alla crisi, il nostro sistema bancario si è dimostrato più solido? Alla sua risposta, Pierluigi Bersani premette un pudico “per quanto possa risultare amaro”. Matteo Colaninno, invece, lo ripete senza perifrasi: “Forse perché le nostre banche sono più prudenti, ma anche perché c’è stata la vigilanza della Banca d’Italia, che funziona oggi con Mario Draghi e ha funzionato ieri con Antonio Fazio”. Il seminario del Partito democratico sulla crisi finanziaria si apre dunque con la notizia di una “riabilitazione” inattesa. E assai significativa. Le principali accuse contro Fazio, al tempo delle polemiche sulle scalate bancarie del 2005, si incentravano infatti sulla vigilanza, ma andavano anche ben oltre. Per molti, Fazio era il campione di un’idea medievale, campanilistica, autarchica, che frenava l’internazionalizzazione del nostro sistema bancario,  allontanandolo dai modelli (allora) vincenti.
Oggi, però, quel panorama è cambiato parecchio. E sebbene nessuno parli di “svolta”, qualcosa sta cambiando anche nel Pd. Non si tratta solo di banche, ovviamente. E nemmeno, a ben vedere, soltanto di economia. Si direbbe piuttosto che lo stesso impianto politico-culturale, l’identità e il messaggio del Partito democratico siano tornati in discussione. E sotto accusa, se non Veltroni, almeno quei veltroniani da tempo schierati sulla linea della Terza via blairiana. Del resto, qualcosa di simile era già emerso dal convegno dei popolari ad Assisi, dove in molti avevano esortato a rivedere le parole d’ordine del Pd in materia di rapporti tra economia e politica, rivalutando decisamente il ruolo dello stato (e non solo in condizioni di emergenza come le attuali).
“Io credo che in effetti una parte di noi si sia fatta influenzare da quell’ideologia liberista che ora ci mostra i suoi frutti”, ammette ad esempio Stefano Fassina. D’altra parte, spiega, non solo nel Pd, ma già nei Ds e nella Margherita convivevano impostazioni diverse. “Ricordo ad esempio quando ai tempi della riforma Dini una parte di noi ripeteva che bisognava dare più spazio alla previdenza a capitalizzazione,  insistendo molto sul cosiddetto ‘opting out’… c’era l’idea che affidandosi alla finanza saremmo stati tutti meglio, che i rendimenti non avrebbero fatto altro che crescere, all’infinito”.
Consulente economico del governo ombra ed esponente della direzione del Pd, Fassina è stato tra i relatori della recente conferenza economica del partito, dove si è guadagnato le pubbliche lodi dello stesso Walter Veltroni. Non sorprende, pertanto, che difenda il programma presentato dal partito in campagna elettorale, che giudica “equilibrato”. Ma sottolinea anche come sia stata troppo a lungo sottovalutata – almeno “da alcuni” – la “rilevanza dell’intervento pubblico nell’economia”, confidando nel “mito del mercato che si autoregola, che può fare a meno della politica”. Questo non significa, precisa subito, che in Italia non servano “liberalizzazioni, concorrenza e politiche di bilancio oculate”. Significa però che “lo stato non deve limitarsi a fare le regole, a fare soltanto l’arbitro”, perché può e deve fare anche altro, “a cominciare da un po’ di politica industriale”. Ed è chiaro che in quel “ventaglio” di posizioni presente nel Pd, secondo Fassina, oggi occorre scegliere con maggiore attenzione, tra chi queste cose le diceva anche quando andavano meno di moda. Lui, intanto, può vantarsi di averle scritte in un libro (curato assieme a Vincenzo Visco) dal significativo titolo “Governare il mercato”.
Forse ancora più radicale è il giudizio di Roberto Gualtieri, anche lui esponente della direzione del Pd, oltre che vicedirettore dell’Istituto Gramsci. Cose simili, da parte sua, Gualtieri potrebbe vantarsi di averle dette anche lui, da ultimo a gennaio in occasione del decennale della fondazione ItalianiEuropei (dove tra l’altro aveva invitato la sinistra a “gettarsi alle spalle tanta sciocca ironia sull’Iri dei panettoni”).
“Il vero problema – spiega – non sta tanto nel programma elettorale o nelle singole proposte di oggi, che sono spesso giuste e ragionevoli, ma nella cultura politica. E’ qui la nostra debolezza. Ed è per questo che le nostre giuste proposte non sono percepite come parte di una visione più generale, che faccia capire cos’è oggi una moderna forza riformista”. L’errore principale per Gualtieri sta nell’aver assunto il dogma della “distinzione organica” tra politica ed economia, “sia come obiettivo da perseguire, sia come categoria analitica”. Un errore che porta a credere che “l’attuale crisi sia figlia di un mercato sregolato, mentre è figlia di una determinata forma di regolazione politica dell’economia”. A dimostrazione del fatto, aggiunge, che alla storia della separazione tra politica ed economia gli americani per primi non ci hanno mai creduto. (il Foglio, 15 ottobre 2008)

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