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Da Firenze alla Sardegna, nel Pd esplode la “questione primarie”

09/12/2008

Roma. La decisione di sospendere le primarie del Partito democratico per la candidatura a sindaco di Firenze, che a quanto pare saranno sostituite con primarie di coalizione, non è solo la conseguenza di quella che i giornali già chiamano “balcanizzazione” del Pd – con quattro, dicasi quattro, diversi candidati dello stesso partito – né è solo l’effetto delle polemiche sulla “questione morale”, con il sindaco Leonardo Domenici che s’incatena per protesta davanti alla sede di Repubblica e con l’assessore Graziano Cioni (indagato) che non vuole rinunciare a candidarsi, nonostante le pressioni del vertice (si dice che Dario Franceschini avesse chiesto addirittura di sospenderlo). Il fatto è che la soluzione pensata per la crisi fiorentina, nel bel mezzo degli scandali che da Napoli all’Abruzzo mettono l’intero partito sotto accusa, almeno sulla stampa, è il frutto di un più generale ripensamento sulle primarie. Ripensamento che in realtà è in corso da tempo. A cominciare proprio da Walter Veltroni, che il problema aveva posto sul tavolo già all’ultima riunione con i segretari regionali. A Firenze, però, i diretti interessati non sembrano averla presa bene. “I segretari del Pd non hanno capito niente”, attacca Lapo Pistelli. “Vogliono azzerarci tutti e quattro e far calare l’angelo dal cielo per correre a sindaco di Firenze? Che ci provino. Ma io, sia chiaro, dichiaro guerra fin da ora”. E il bello è che secondo le indiscrezioni Pistelli sarebbe stato il candidato dei veltroniani. Il presidente della provincia Matteo Renzi, pure lui candidato (e pure lui intercettato al telefono con Cioni), dichiara che “le regole non si cambiano a gioco iniziato” e che lui si ritira solo “se corre Alberto Gilardino”. Fatto sta che al momento le primarie sono ufficialmente sospese, in attesa che a Roma si decida il da farsi. Alla riunione del 2 dicembre, però, il pensiero del segretario era stato espresso molto chiaramente, dal diretto interessato come dal responsabile dell’organizzazione, Beppe Fioroni, come dal coordinatore dell’iniziativa politica, Goffredo Bettini. “Il Pd non può ridursi a un organizzatore di primarie… i dirigenti devono capire quando le primarie sono utili ad allargare la partecipazione e il consenso e quando invece rischiano di ridurli”, aveva detto Veltroni tra gli applausi dei segretari regionali (peraltro tutti eletti, come lui, alle primarie del 14 ottobre). “Dovremo fare un check up su come viene utilizzato questo strumento – aveva proseguito il segretario – che rischia di tenere il partito impegnato in una consultazione permanente e di distrarre i dirigenti dai problemi reali”. E Bettini, di rincalzo: “Il Partito democratico non può divenire una giungla”. Nella stessa riunione, infatti, si era anche affrontata la proposta del “Pd del nord” (bocciata da tutti) e il possibile commissariamento del partito in Sardegna, dopo la contestata elezione della segretaria Francesca Barracciu (vicina al presidente Renato Soru, peraltro ancora dimissionario). Ma anche quest’ultimo caso, in fondo, è figlio dello stesso problema. Nato cioè quando il presidente della Regione Soru e il suo storico antagonista nel Pd, Antonello Cabras, si sfidarono alle primarie per la segreteria regionale. Primarie vinte da Cabras, che sei mesi dopo dovette dimettersi, per evitare una crisi irreversibile nei rapporti con la giunta guidata da Soru (con l’ulteriore paradosso che alle contestuali primarie nazionali, Cabras appoggiava Veltroni, mentre Soru stava con Enrico Letta). Per non parlare delle primarie per la candidatura alla guida dell’Abruzzo, organizzate dopo la caduta di Ottaviano Del Turco – primarie invero sui generis, ma è un altro discorso – inutilmente vinte da Donato Di Matteo. Inutilmente, perché poco dopo il Pd ha chiuso l’accordo di coalizione con Antonio Di Pietro, che prevedeva la candidatura di un esponente dell’Italia dei valori (anche se ufficialmente Di Matteo si è ritirato perché indagato). Infine, anche le continue tensioni tra il sindaco Sergio Chiamparino e il segretario del Pd piemontese Gianfranco Morgando, in fondo, risalgono alle primarie del 14 ottobre (dove Chiamparino, come lo stesso Veltroni, appoggiava un altro candidato).
Alla radice, come si vede, il problema è sempre lo stesso. Se il Pd non è un partito leggero e “all’americana”, dove le figure del dirigente e dell’eletto coincidono, le primarie finiscono per creare due figure entrambe legittimate da un voto popolare e pertanto destinate a confliggere (come in Piemonte). E soprattutto, se il Pd abbandona il bipartitismo – in cui sono partito e coalizione a coincidere – le “primarie in un partito solo” provocano, come in Abruzzo, esiti non meno paradossali. (il Foglio, 9 dicembre 2008)

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