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Alla direzione Pd si userà la metafora dell’Abruzzo per dimezzare W.

16/12/2008

Roma. Alle 19 e 56, mentre le dichiarazioni del Pdl sul voto in Abruzzo si fanno sempre più fitte e baldanzose, a rompere il cupo silenzio del Partito democratico è Arturo Parisi. “Dinanzi alla fuga degli elettori del Pd – dichiara – mi auguro che Veltroni rinsavisca”. Con un terzo delle schede scrutinate, il dato politicamente più rilevante, almeno per gli equilibri interni, non sta nella scontata sconfitta del candidato dipietrista Carlo Costantini, sostenuto da Pd e Italia dei valori, fermo al 41 per cento (mentre il candidato del Pdl, Giovanni Chiodi, è dato già oltre il 50). Il dato più rilevante è nel risultato del Pd, che ancora alle politiche di aprile prendeva in Abruzzo il 33,5 (con l’Italia dei valori al 7) e precipita ora al 20,5 (con l’Idv al 14,7). Un risultato che rischia di trasformare la direzione della riscossa veltroniana e del “nuovo Lingotto” (dal discorso pronunciato da Veltroni al Lingotto di Torino all’inizio della sua campagna per le primarie) in una sorta di processo al segretario. “La sconfitta del Pd in Abruzzo è netta e meritata per i troppi errori del gruppo dirigente nazionale e regionale, mi attendo una seria autocritica già nella relazione di Veltroni alla direzione”, dichiara il deputato Pierluigi Mantini, convinto che ora occorra “prendere le distanze” da Antonio Di Pietro e riprendere un dialogo con l’Udc. Il responsabile dell’organizzazione Beppe Fioroni prova a spostare l’attenzione sull’affluenza. “In Abruzzo ha vinto l’astensione”, dice. Ma Parisi già dichiarava finita “l’illusione della corsa solitaria”, mentre per Stefano Menichini, direttore di Europa, adesso è “il momento di rompere questa alleanza fasulla e suicida con l’Idv”.
Certo è che il risultato abruzzese significherà altro lavoro per Giorgio Tonini e Goffredo Bettini, da giorni impegnati sulla relazione che il segretario leggerà alla direzione di venerdì. Entrambi si erano ormai convinti della necessità di fare chiarezza dentro il partito, abbandonando le circonlocuzioni diplomatiche e le altre mille mediazioni espressive che hanno caratterizzato tutte le precedenti riunioni (vocazione maggioritaria che però non significa autosufficienza, partito aperto che però non vuol dire senza tessere, nuovo centrosinistra che però non significa tornare alle vecchie coalizioni rissose). Dalla vecchia direzione alla nuova, passando per l’Assemblea costituente, tutte le riunioni degli organismi dirigenti del Pd erano state infatti precedute – proprio come questa – dall’annuncio della resa dei conti decisiva, con una relazione del segretario tutta all’attacco e con la richiesta di un solenne “voto di fiducia”. Ma poi si erano sempre concluse con una tacita tregua tra le diverse correnti, sempre regolarmente violata, fino alla successiva riunione. E al successivo, equivoco compromesso, sulle alleanze come sul modello di partito, sulle riforme istituzionali come su tutto il resto. Un esito che appare a questo punto ancora più probabile, anche per la direzione di venerdì. Ed è evidente sin d’ora che in quella sede l’analisi del voto sarà solo la figura retorica per parlare di tutto questo. “Costantini prende meno voti dei partiti che lo sostengono”, dichiara Paolo Fontanelli, responsabile Enti locali del Pd, sottolineando la sua capacità di traino per l’Idv, ma non per la coalizione. E aggiunge: “La proposta del Pd di fare una grande coalizione in Abruzzo anche con l’Udc avrebbe portato il centrosinistra alla vittoria”. (il Foglio, 16 dicembre 2008)

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