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Il “nuovo centro” di Tremonti, il ritorno di Prodi e le cause politiche della guerra sui conti

21/01/2009

Roma. Parlare di una rivalutazione di Romano Prodi, come pure sui giornali si è cominciato a fare, sarà magari affrettato. L’elogio dell’Ulivo e del suo fondatore da parte di Renato Soru sarà stato forse sopravvalutato. E può darsi che all’inatteso omaggio del nemico di sempre, Giulio Tremonti, sia stato attribuito un significato politico superiore alle reali intenzioni del ministro (anche se, a quanto scrive la Stampa, qualcuno si è premurato di preavvertire l’ex premier, affinché non si perdesse la scena). Due fatti sono però incontrovertibili: il primo è che il clima attorno a Romano Prodi è molto cambiato. Il secondo è che le parole di Tremonti sono soltanto l’ultimo anello di una lunga catena.
Il ministro dell’Economia è da tempo al centro di uno scontro trasversale agli schieramenti politici, che dietro l’aspetto teorico (la valutazione sulle cause e sulla natura della crisi economica internazionale) e strettamente economico (le ricadute della crisi sull’Italia e le misure necessarie a fronteggiarla) nasconde uno scontro politico di prima grandezza. Sul piano economico, da un lato sta chi, come la Confindustria, chiede al governo maggiori stimoli alla domanda; dall’altro chi, come Tremonti, sostiene che una crisi provocata da eccesso di debito non può essere curata con altro debito; tanto meno in Italia, dove il governo (o per meglio dire il ministro dell’Economia) vede proprio nell’altissimo debito pubblico il suo principale vincolo.
Sul piano politico, l’aspetto curioso di questa guerra – che si combatte da tempo sui giornali a colpi di interviste, analisi e previsioni di segno opposto – è che il Partito democratico è schierato con la Confindustria (il governo pensi innanzi tutto a stimolare i consumi), mentre a sostegno della linea “rigorista” seguita da Tremonti sono schierati, tra gli altri, eminenti personalità del centrosinistra quali Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi. Ma accanto ai loro interventi si potrebbero citare anche quelli di numerosi economisti e intellettuali, che se del fondatore dell’Ulivo non sono personalmente amici, ne condividono spesso formazione e frequentazioni: da Salvatore Bragantini e Alberto Quadrio Curzio (sul Corriere della Sera) a Luigi Spaventa (su Repubblica).
E’ all’interno di questo scontro trasversale che si spiega dunque la costante polemica di Tremonti contro il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, tracimata persino sulle previsioni del suo istituto (a dir poco fosche), che il ministro considera come parte della stessa offensiva. Previsioni che sono state però confermate dall’Unione europea. “Ne prendiamo atto”, ha dichiarato ieri Tremonti a denti stretti. Ma subito ha aggiunto: “In un mondo che sta cambiando di continuo chi può dire che nel 2010 cresceremo e di quanto… Non c’è uno che scende dal Sinai con le tavole del pil: un conto è avere l’obbligo di fare previsioni, un altro è crederci”.

“Leadership culturale”
Com’è naturale, essendo in gioco non solo la direzione della politica economica, ma anche gli equilibri interni alla maggioranza, a Tremonti non mancano gli oppositori interni, a cominciare da Gianfranco Fini. Ma la linea del fronte divide anche il Pd, dove a Tremonti non mancano invece i sostenitori. Nel corso dell’ultima direzione del 19 dicembre, per esempio, il dalemiano Roberto Gualtieri ha invitato a meditare “più attentamente” la collocazione del partito “nel dibattito tra i sostenitori di un più incisivo intervento a sostegno dei consumi e i fautori della prudenza”. Per poi aggiungere che “la posizione rigorista assunta da Giulio Tremonti appare inevitabile, e si colloca oggettivamente in continuità con le politiche perseguite dai governi dell’Ulivo”. Un elemento che a suo giudizio avrebbe dovuto scoraggiare analisi affrettate sulla “crisi della destra”, nel momento in cui si starebbe delineando invece un “nuovo centro” (e non è senza significato che l’intervento si chiudesse con la proposta di rinnovare a Prodi l’offerta della presidenza del Pd). A questo ipotetico “nuovo centro” tremontiano non difettano né la base teorica (la riscoperta dell’economia sociale di mercato), né gli appoggi politici (da Umberto Bossi a Gianni Alemanno, che ieri ha definito quella di Tremonti “una grande leadership programmatica e culturale che va rispettata”), né rapporti consolidati con le potenti fondazioni bancarie guidate da Giuseppe Guzzetti (vicinissimo a Giovanni Bazoli). (il Foglio, 21 gennaio 2009)

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