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Una “posizione prevalente” che nel Pd non prevale mai

22/01/2009

Roma. L’ultimo episodio viene dal dibattito sul testamento biologico che si è aperto martedì nel gruppo parlamentare del Partito democratico, dove la discussione della proposta di mediazione elaborata da Marina Sereni si è conclusa con la decisione di non metterla ai voti, non essendoci accordo sul tema più scottante: inserire o no alimentazione e idratazione tra le cure che il paziente può rifiutare (che poi è esattamente la questione al centro del caso Englaro, causa del rinnovato interessamento delle forze politiche al tema del testamento biologico). La conclusione ufficiale è che nella riunione è emersa comunque “una posizione prevalente”. Ma nel Pd sono in pochi a esserne soddisfatti. “Come tanti altri parlamentari – dice ad esempio la senatrice Franca Chiaromonte – ritengo che non esistano tre posizioni possibili, ovvero quella favorevole, quella contraria e quella prevalente. Esistono, invece, legittime posizioni personali che si esprimono con un voto libero e secondo coscienza. Quello che viceversa non può esistere è che queste posizioni individuali blocchino la libera espressione maggioritaria di un partito nelle aule parlamentari come nella società”. Ignazio Marino, che alla proposta sul testamento biologico lavora da tempo, non nasconde la sua irritazione: “Al Pd serviva un sì o un no, tutto il resto è del diavolo”.
La citazione evangelica del professor Marino si potrebbe però estendere a molti altri campi. A Napoli, per esempio, Walter Veltroni ha parlato della necessità di un “gigantesco rinnovamento”, annunciando più volte che nulla sarebbe stato più come prima, ma sia Antonio Bassolino sia Rosa Russo Iervolino sono ancora lì, e l’unico a dimettersi è stato il neoeletto segretario provinciale Luigi Nicolais, cioè l’uomo che avrebbe dovuto guidare il “gigantesco rinnovamento”. Pure in questo caso si potrebbe dire che sia emersa da tempo una “posizione prevalente” – anche Massimo D’Alema ha dichiarato più volte “concluso” il ciclo di Bassolino – ma l’impressione è che nel Pd la “posizione prevalente” non prevalga mai. “Titanismo verbale”, lo definisce l’ulivista Mario Barbi, convinto che la radice del problema sia l’illusione che “le parole possano esorcizzare i fatti, dimenticando che in politica anche i fatti parlano”.
Parlano i fatti e parlano anche i dirigenti del Pd. Il presidente del Piemonte, Mercedes Bresso, ieri ha dichiarato la disponibilità della sua regione a ricevere Eluana Englaro in una struttura pubblica per interrompere l’alimentazione. E il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, si dice pienamente d’accordo con lei. Per il relatore della legge sul testamento biologico, Raffaele Calabrò (Pdl), questa “triste e surreale vicenda” dimostra proprio l’urgenza di una legge, perché “solo così la vita, valore indisponibile per laici e credenti, non dipenderà più dagli umori di un politico né dall’interpretazione di un magistrato”. E nel Pd la posizione di Bresso e Chiamparino sarà pure prevalente, ma dovrà comunque fare i conti con quella, per citare solo l’esempio più radicale, di Paola Binetti.
“’Ringrazio sentitamente l’onorevole Paola Binetti – ha dichiarato ieri il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione – per la decisione di sottoscrivere il disegno di legge di cui sono firmatario sulle indicazioni anticipate di cura… contestualmente chiedo all’onorevole Binetti di poter apporre anche la mia firma al suo disegno di legge”. Tra laici e teodem, con i popolari in mezzo, il dibattito nel Pd è tutt’altro che chiuso. E non solo sul testamento biologico. Nonostante tutto, qualcuno ha ancora voglia di scherzarci su, ironizzando sui progressi compiuti con il passaggio dal “ma anche” alla “posizione prevalente”, per poi concludere: “Sulla collocazione europea è difficile dire se la linea sia ancora un ‘ma anche’ o già una ‘posizione prevalente’, di sicuro, pure lì, non è una decisione”. Altra antica questione, questa, che non è ancora stata risolta. E che le imminenti elezioni europee riporteranno presto al centro dell’attenzione. Ma in questo caso sarà difficile appellarsi alla libertà di coscienza. (il Foglio, 22 gennaio 2009)

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