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La società civile s’indigna ma non vota

24/02/2009

Roma. Tutto si può dire, ma non che i giornali facessero il tifo per lui, Dario Franceschini, lo scontato vincitore della più rapida corsa alla segreteria che la storia dei partiti ricordi. A leggere le previsioni dei cronisti e le opinioni dei commentatori di tutti gli orientamenti, i sondaggi on line, le dichiarazioni di sindaci, intellettuali e militanti di base, dinanzi alla scelta tra convocare nuove primarie e ratificare lì per lì un segretario “reggente” di fatto già incoronato dal gruppo dirigente, l’assemblea non avrebbe dovuto esitare un istante. E in effetti non ha esitato, ma la marea verde delle deleghe che in un attimo si sono alzate ha sommerso proprio l’ipotesi delle primarie, e poco dopo anche l’unico sfidante di Franceschini, il caparbio Arturo Parisi. Il leader degli ulivisti ha preso infatti solo 92 voti, meno delle firme necessarie per presentare la candidatura. “Ha fatto cambiare idea anche a otto che l’avevano proposto?”, si è domandato un blogger su Internet. Ma il mistero è stato svelato poco dopo dal “fuori onda” di Franceschini, che al tavolo della presidenza – a microfoni accesi – domanda ad Antonello Soro se abbia fatto male a far raccogliere firme per Parisi, perché “non ce la faceva coi numeri”. La protesta della società civile, la sollevazione popolare contro gli oligarchi, la rivolta della base contro la nomenclatura – previste se non date addirittura per scontate da tanti giornali – sono finite così. Ed era una fine ingloriosamente simbolica, con i rivoltosi costretti a chiedere sottobanco un po’ di firme in prestito, come un oligarca qualsiasi. Ma c’era poco da fare. E lo si era capito subito, sin dal primo mattino, guardando l’immota platea dei delegati. “Secondo me li hanno sedati”, ha detto, lì per lì, Lucia Annunziata. “Quando ci sono di mezzo i califfi della politica la società non conta nulla”, dice Giampaolo Pansa, che all’ipotesi della “rivolta della base” non aveva mai creduto. “E poi – aggiunge – la maggior parte dei componenti l’assemblea è rimasta a casa, quelli che hanno votato erano solo una parte”.
Le prime reazioni alla scelta dell’assemblea, in ogni caso, non paiono incoraggianti. “La rabbia del web”, era il titolo dell’editoriale dell’Unità di ieri. “E la nomenklatura si salvò”, titolava il Corriere della Sera due giorni fa. Franceschini non l’ha presa bene. “Ma scusate – ha domandato in un’intervista a Repubblica – la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le 2000 persone elette con le primarie? Quella è gente vera, non virtuale”. Per la verità, gli eletti sarebbero parecchi di più. E i presenti, sabato, parrecchi di meno. Almeno per la parte che riguarda l’assemblea, però, Franceschini non è il solo a pensarla così. “Per me – dice Miguel Gotor, giovane storico e commentatore per la Stampa – il risultato dell’assemblea è stato la conferma di quanto non funzioni lo schema della società civile buona in opposizione a un ceto politico corrotto e allo sbando. Uno scenario figlio della vecchia retorica sul ‘popolo dei fax’ che i giornali, più che prevedere, sembrano propiziare… ma insomma, quelle erano 1.500 persone. Tutto si può dire meno che sia stata una decisione di vertice”. E poi, dice Edmondo Berselli, i partiti sono partiti, e cioè organizzazione, struttura, istituzione. “E aspettarsi l’insurrezione dalle istituzioni mi pare troppo”.
Resta lo stupore di chi nel Pd vedeva innanzi tutto il partito delle primarie, il partito nuovo che la finiva con i vecchi riti, il partito degli elettori e della società civile. Ma erano queste la natura e la missione del Partito democratico, o semplicemente della segreteria Veltroni? “Di certo – risponde Gotor – questo è quanto della segreteria Veltroni meno mi è piaciuto: il continuo appello alla legittimazione che gli veniva dalle primarie del 2007, che come sappiamo erano invece cariche di artificiosità… un cedimento a una cultura plebiscitaria, incentrato su questo continuo investimento del segretario nel rapporto diretto, mistico/mediatico, con la base, che poi, quando diventava elettorato, si è visto come rispondeva”. E ora sappiamo anche come ha risposto l’assemblea. Ma il fatto che l’insurrezione non possa venire dall’istituzione, come dice Berselli, è una verità a doppio taglio. La rivolta, infatti, non venne da lì nemmeno nel 2002, quando Nanni Moretti scatenò i girotondi con il suo grido contro i dirigenti con cui “non vinceremo mai”. Sul palco, dietro di lui, c’era Piero Fassino, che era stato appena eletto segretario dei Ds. E in un regolare congresso. (il Foglio, 24 febbraio 2009)

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