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Andiamo avanti tranquillamente

01/02/2011

La pseudo-inchiesta del Giornale sulla Boccassini (anticipata da una battuta allusiva di Vittorio Feltri, come d’abitudine,  in un’intervista a Libero del 20 gennaio) non era che l’ennesima dimostrazione di quello che già sapevamo tutti, non sulla Boccassini, ma sul Giornale (e su Libero, e su Berlusconi). Ciò non toglie che vedere la polizia che sequestra i computer della giornalista autrice del pezzo e di suo figlio, e perquisisce anche la redazione del Giornale, non è una buona notizia. In primo luogo, perché perquisire la redazione di un quotidiano (e la casa di una giornalista) non è uno scherzo, in un paese democratico. In secondo luogo, perché da alcuni lustri vediamo verbali che dovrebbero essere coperti da segreto finire sistematicamente sui giornali, e ormai persino sui telegiornali, praticamente in tempo reale. Penso – l’avrete capito – agli interrogatori del caso di Avetrana che il Tg1 del garantista Augusto Minzolini, non avendo tempo di farli declamare tutti riga per riga, mise sul sito internet in versione integrale. On demand, per dir così. Ma non c’è niente da fare, i tanti giornalisti che di questo campano son sempre lì a spiegarci che scoprire da dove mai traggano origine, queste maledette fughe di notizie che infestano le inchieste giudiziarie, in pratica, è impossibile. E come si fa, signora mia? Sapesse per quante mani passano, queste maledette carte: e ci sono i cancellieri, e c’è la polizia, e poi l’usciere, il bidello, il maggiordomo. Quando però i documenti riservati finiti sui giornali non sono di un pm, ma su un pm, ecco qua: abbiamo già il nome del principale sospettato, e perquisizioni a tappeto, e tutto quello che non abbiamo visto quando si trattava di tutti gli altri. Ricchi e potenti o morti di fame. Principi, ministri o poveri disgraziati. Ed erano tanti.