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Spingendo la notte più in là

02/09/2007

Venerdì sera sono passato un minuto da mia madre prima di andarmene a casa. L’ho trovata davanti al televisore che trasmetteva un’intervista al giornalista Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano nel 1972, dopo la campagna di stampa che lo indicò come l’assassino dell’anarchico Giuseppe Pinelli. L’inchiesta condotta a suo tempo da Gerardo D’Ambrosio, che ha dimostrato tra l’altro come il commissario non si trovasse nemmeno nella stanza al momento della tragedia, non è bastata a cancellare gli effetti di quella campagna, che si sentono ancora oggi, forse anche su di me. Fatto sta che mentre salutavo e facevo per andarmene, Calabresi (mi fa un certo effetto chiamarlo così, come se quel nome fosse indelebilmente associato a suo padre e non potesse trasferirsi al figlio) ha detto qualcosa che mi ha colpito, a proposito dei parenti delle vittime e del modo in cui la stampa, la politica e tutti noi ci confrontiamo (o non ci confrontiamo) con loro. Mi sono voltato verso mia madre e le ho detto: “Ma è un gigante”. E così sono rimasto lì in piedi, sulla soglia, fino alla fine dell’intervista, in cui presentava il suo libro: “Spingendo la notte più in là – Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo” (Mondadori). Dopo aver comprato i giornali, ieri mattina, ho riconosciuto la copertina – l’edicola sotto casa mia è anche una mezza libreria, come ormai quasi tutte le edicole, del resto – sono tornato indietro e l’ho comprato. L’ho aperto solo a notte inoltrata, prima di andare a dormire, senza nessuna intenzione di leggerne più di qualche riga, e invece non mi sono mosso dal divano fino all’ultima pagina. E ho ritrovato, quasi con le stesse parole, il discorso che mi aveva colpito in televisione:

“A casa abbiamo sempre provato fastidio quando ci veniva chiesto di dare il via libera a una scarcerazione o a una grazia, perché rifiutiamo questa idea medievale che i parenti di una vittima decidano della sorte di chi è ritenuto colpevole”.

Naturalmente ci sarebbero molte altre cose da dire, a proposito dei parenti delle vittime e della memoria. A proposito degli scaffali delle librerie e delle pagine dei giornali e delle trasmissioni televisive in cui si parla degli anni del terrorismo, in cui parla sempre chi farebbe bene a tacere, in cui non parla mai chi avrebbe qualcosa da dire (e sarebbero molti), in cui raramente si parla delle vittime e dei loro familiari (quasi mai interpellati). Di loro si parla il meno possibile, perché un minuto dopo apparirebbe evidente a tutti la miseria dell’intero dibattito, che va avanti da oltre trent’anni ed è semplicemente fasullo. Ma questo è un problema che non riguarda soltanto gli anni del terrorismo. Anche se, forse, comincia proprio da lì.

2 commenti leave one →
  1. Franceso permalink
    22/11/2007 21:38

    Che idea si è fatto della morte dell’anarchico Pinelli in questura?

    «Ci ho lavorato tanto, volevo capire che ruolo aveva avuto mio padre. Dagli atti processuali ho visto che mio padre non era in quella stanza. La sentenza del giudice D’Ambrosio mi sembra scritta e argomentata molto bene. E lui scrisse che Pinelli morì cadendo per un malore.

    C’è un punto che non mi convince: il questore di allora fece errore scellerato. Non chiarì subito gli addebiti, e poi disse che si era suicidato perché aveva commesso la strage.
    E questo ha lasciato una larga zona di opacità sul comportamento della questura».

  2. Pereira permalink
    31/03/2008 18:02

    Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla
    bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha
    trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo
    Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga
    del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di un’odiosa coercizione.

    “Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore,
    Marcello Guida, e l’indegna copertura nelle persone. di Giovanni Caizzi e Antonio Amati – il nostro
    sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi
    in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a questa fiducia senza la quale
    Morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di
    ricusazione.

    “Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto-rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l’allontanamento dai loro uffici
    di coloro clic abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di conoscere î n loro qualsiasi rappresentanza
    della legge, dello stato, dei cittadini.”

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