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Veltroni farà il sindaco fino alla fine, “a meno che non serva prima come leader alle elezioni”

12/10/2007

Roma. Goffredo Bettini ripete più volte che la costruzione del Partito democratico e la candidatura di Walter Veltroni non nascondono nessuna insidia per Romano Prodi. Dell’impegno a difesa del governo, al contrario, Bettini si proclama una “testimonianza vivente”, con il mal di schiena che gli viene dalle sfibranti votazioni cui si sottopone regolarmente, in qualità di senatore ds. Ma quando conferma che “Walter arriverà fino alla fine del suo mandato di sindaco”, nonostante le polemiche nella maggioranza (a cominciare da Rifondazione) e fuori (ultimo Beppe Grillo), precisa: “A meno che prima non ci sia la necessità di metterlo in campo come leader del centrosinistra alle elezioni, si capisce”. Un’ipotesi che comunque “non solo non auspico – aggiunge subito – ma lavoro attivamente perché non si verifichi”.
Quanto alle primarie, quando mancano appena un paio di giorni e le previsioni sull’affluenza sono le più disparate, Bettini dice semplicemente che “un milione sarebbe un successo, ma in cuor mio spero che arriviamo a sfiorarne due”. A questo proposito, giusto ieri, i giornali scrivevano che con quella cifra (salvo improbabili rimonte dei suoi sfidanti) il successo di Veltroni sarebbe incontestabile, e ben più difficile per Prodi resistere alla richiesta di un “segnale di rinnovamento” avanzata prima dallo stesso Veltroni e poi dal capogruppo Anna Finocchiaro. In una parola: rimpasto. “Una discussione folle – commenta Bettini – Veltroni ha detto semplicemente che noi siamo disponibili. E che sosterremo Prodi sia che decida ridurre il numero dei ministri, sia che decida di non farlo”. Detto questo, e debitamente sottolineato “il valore etico e politico enorme” di quella disponibilità, a Rosy Bindi che parla di una mossa da Prima Repubblica Bettini non risparmia una battuta: “Nella Prima Repubblica i partiti intervenivano sul governo per aumentare il numero dei loro ministri, non per ridurlo. Del resto, si sa, al cuor settario non si comanda”. Il problema dei rapporti tra partito e governo, però, esiste. E il senatore diessino, che del sindaco di Roma è da anni il vero stratega,  lo riconosce apertamente. “Sulle grandi questioni politiche, economiche e ideali al Partito democratico deve essere lasciata la libertà di dispiegare pienamente la sua visione e le sue proposte, come Veltroni ha fatto in questi mesi su tutti i temi principali, dal fisco alle riforme istituzionali. D’altronde, se tutti diciamo che il Partito democratico nasce con un’ambizione più alta e con un orizzonte più lungo di una legislatura, come potrebbe essere diversamente?”. E’ quello che il sindaco ha definito un “partito a vocazione maggioritaria”, sostenendo che il Pd, proprio in nome di questa autonomia politico-culturale, all’occorrenza deve essere pronto anche a presentarsi da solo alle elezioni. Un’ipotesi che sembra però difficilmente compatibile con l’esito del referendum, che pure Veltroni sostiene. “Con la legge che esce dal referendum – afferma Bettini – effettivamente questa possibilità non ci sarebbe, ma sarebbe comunque un po’ meglio della legge attuale. Diciamo che sarebbe come passare da una padella a un’altra padella, nessuna delle quali mi entusiasma”. Il primo obiettivo resta comunque quello di “permettere al Pd di sviluppare autonomamente la sua proposta politica e culturale”. E a chi dice che i partiti sono in crisi, Bettini replica che se sono in crisi è perché “sono incastrati in involucri che vanno ben oltre le alleanze da stabilire al momento del voto”. Involucri in cui restano “permanentemente ingabbiati” e in cui “si offuscano le differenze politiche e culturali tra gli uni e gli altri”, finendo così per apparire tutti uguali. Un’analisi che sembra andare dritta dritta verso il sistema tedesco. “Il sistema tedesco ha due vantaggi e un difetto – sostiene il senatore ds – perché riduce la frammentazione con lo sbarramento al 5 per cento e permette ai partiti di presentarsi con la propria autonoma proposta politica, ma ha il difetto di riportarci al tempo delle ‘mani libere’, quando i governi si decidevano dopo il voto”. E questo, come ha ribadito recentemente Dario Franceschini, non è accettabile. Per il resto, dice Bettini: “Io non m’impicco a un sistema elettorale, e non ci s’impicca nemmeno Walter. Se si può trovare un accordo su un sistema italo-tedesco, che abbia quei vantaggi e non abbia il difetto che dicevamo, si provi pure questa strada”. Quale che sia la legge elettorale, insomma, quello che gli sta a cuore è “l’autonomia politica e culturale”. Un’autonomia che deve venire, però, da un “grande sforzo collettivo”. Perché “da troppi anni noi abbiamo tante grandi personalità solitarie, mentre è tempo che il gruppo dirigente senta la responsabilità di questo lavoro comune, in cui occorre tenere dentro tutte le nostre maggiori personalità, contrastando la tendenza a una deriva correntizia, per gruppi di potere”. Su questo, garantisce Bettini, “Walter sarà molto attento, perché non ha nessuna voglia di essere un leader solitario”. (il Foglio, 12 ottobre 2007)

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