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E il terzo giorno arrivarono i capicorrente, decisi a restare

18/10/2007

Roma. Il primo giorno è stato il giorno dei tre milioni di cittadini, “dieci volte i partecipanti ai congressi di Ds e Margherita” (Veltroni). Il secondo giorno è stato il giorno del segretario, che ha esordito dicendo che nel Pd “non ci saranno correnti”. E il terzo giorno, ieri, è stato il giorno dei capicorrente.
Goffredo Bettini, sul Mattino, dice che “il Pd deve partire da zero” e che “Walter dovrà essere un leader libero” (sia pure “in una squadra forte”). Affermazioni cui sembra quasi rispondere in tempo reale l’intervista di Nicola Latorre alla Stampa: “Nessuno pensi a un uomo solo al comando”. Segue Beppe Fioroni, nel pomeriggio, dal salone transatlantico della Camera: “L’area cattolico-popolare e liberaldemocratica rappresenta almeno il 50 per cento dell’assemblea costituente”. Poco dopo e pochi metri più in là, dalla sala stampa, Rosy Bindi dice che il risultato delle primarie impone una “gestione collegiale”, un partito in cui “ciascuno porta il suo contributo e poi, insieme, si fa la sintesi”. Quanto al retroscena pubblicato dalla Stampa, secondo cui Veltroni punterebbe a “una costituente lampo per frenare le correnti”, il ministro della Famiglia non fa nessun riferimento esplicito, ma è arduo credere che non l’abbia letto quando spiega che la costituente dovrà “scrivere lo statuto, definire il progetto e il programma del partito, definire gli organismi dirigenti e le regole per eleggerli…”. Insomma, per fare tutte queste cose e per farle come si deve, si capisce che “ci vorrà del tempo”. Fioroni poi è quasi irridente: “Leggo che secondo qualcuno deve durare poco… Per me se finisce nel giro di poche ore va anche bene, però non mi iscrivo a questo dibattito su quanto deve durare. Io dico solo che l’assemblea deve avere il tempo di scrivere lo statuto, di costruire il nuovo partito…”. E si ricomincia.
Nel frattempo, a settantadue ore dal voto, i risultati definitivi proclamati un po’ da tutti, in realtà, sono ancora provvisori. Ma anche la lettura dei dati provvisoriamente definitivi riserva delle sorprese. Doveva essere il trionfo della società civile contro gli apparati, del voto d’opinione contro i signori delle tessere. Anche per questo in tanti si aspettavano una forte affermazione della combattiva Rosy Bindi, che nel dibattito aveva praticamente oscurato il mite Enrico Letta. E’ finita con Bindi al 12,8 e Letta all’11,7. Anche perché l’affluenza è stata molto più alta al sud che al nord, dove tradizionalmente è più forte il voto d’opinione e dove Bindi ha preso infatti, in media, quasi il 20 per cento (con punte del 30). Mentre Letta, che pure si era presentato come il candidato riformista capace di parlare ai giovani e ai ceti produttivi del nord, il grosso dei suoi voti lo ha preso al sud (e 50 dei suoi 217 seggi in Puglia), grazie a candidati come l’europarlamentare dalemiano Gianni Pittella (già definito da Bettini “signore delle preferenze”). E’ vero che in Calabria Bindi ha stracciato il rivale con uno stratosferico 30 per cento, ma è vero anche che in Calabria era appoggiata dal presidente della regione, Agazio Loiero. Stesso discorso per Letta in Basilicata, sostenuto dal presidente Vito De Filippo. Dunque affluenza più forte al sud che al nord, trainata dai “signori delle preferenze”, e fortissima anche nelle regioni rosse (dove Veltroni sfonda quota 80 per cento) trainata dai “signori dell’apparato”.
“Dopo tanti anni ho rivisto i pulmini carichi di elettori” confessa Bindi a margine della conferenza stampa. E poi, tra il serio e il faceto, aggiunge: “Intendiamoci, li avessi avuti, li avrei guidati anch’io”. Con 35 mila candidati c’era forse da aspettarselo. E da aspettare, visto che ancora ieri sera una nota dell’Ulivo avvertiva che i “risultati ufficiali” sarebbero arrivati al più presto, “eccettuate le circoscrizioni Campania1 e Campania2”. Colpisce però che quasi ovunque, persino nel Lazio, le liste dei segretari regionali che sostengono Veltroni prendano più voti di Veltroni (anche sottraendo loro i voti delle liste di Bindi e Letta, dove queste li appoggiavano). E colpisce il risultato non proprio brillante dei sindaci del centronord, considerati sicuri protagonisti della “nuova stagione” democratica, come Sergio Chiamparino a Torino e Leonardo Domenici a Firenze. E la società civile, e la discontinuità, e la democrazia governante? “E’ stata una grande vittoria della democrazia che si organizza”, risponde l’ultimo nostalgico di Palmiro Togliatti rimasto nel Pd. “Di una nuova forma di organizzazione della democrazia”, corregge – si fa per dire – il senatore Latorre. (il Foglio, 18 ottobre 2007)

2 commenti leave one →
  1. apolide permalink
    18/10/2007 15:21

    Speriamo che, almeno, il settimo giorno si riposino, da tutto questo caotico indaffararsi per spartirsi le poltrone…

    ciao

    Apolide

  2. 18/10/2007 19:32

    Beh, ti consglio di seguire cosa sta capitando al PD del Piemonte dove un mio caro amico, Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio regionale, con la lista “A Sinistra per Veltroni” ha messo in crisi i piani di Chiamparino, Bresso e Fassino per la segreteria regionale, appoggiando Morgando anziché Susta http://blog.robertoplacido.it/
    Ciao! Alessandro

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