Il Pd non è ancora nato, ma già non sa a chi dare i resti
Ai vertici del Pd non tutti ne sono stati informati, e quelli che ne sono informati preferirebbero sorvolare. Ma il fatto è che tra i costituenti appena proclamati, peraltro dopo ben 72 ore di attesa – e sempre con l’eccezione dei collegi Campania 1 e 2 – circa un centinaio (tra assemblea nazionale e assemblee regionali) rischia di perdere il posto prima ancora dell’inizio dei lavori. In compenso, un centinaio di trombati, qualora decidesse di fare ricorso, avrebbe altissime probabilità (per non dire la certezza) di rientrare all’ultimo minuto tra i 2.800 eletti. Un problema non da poco, che rischierebbe oltretutto di alimentare veleni e sospetti a non finire. Ragion per cui, al momento, sembra che la linea prevalente nel Pd sia quella di non dire niente a nessuno, sperando che le incolpevoli vittime non si avvedano della fregatura. Il problema riguarda i voti non sufficienti a far scattare un seggio (i “resti”) raccolti dalle liste, computati in un complicatissimo sistema di compensazione circoscrizionale. Talmente complicato che in 19 regioni è stato applicato in un modo, quello (quasi certamente) sbagliato, e in una sola, la Toscana, nel modo (quasi certamente) corretto. Si tratterebbe insomma di stabilire chi debba beneficiare dei seggi previsti per il “recupero” dei resti: coloro che hanno preso più voti in assoluto (più esattamente: i primi dei non eletti nelle liste, bloccate, che hanno preso più voti in assoluto) o coloro che hanno preso più voti in proporzione al numero dei voti validi nel collegio? Buon senso e regolamento – almeno secondo i toscani, che così l’hanno applicato – dicono che la risposta corretta è la seconda. Tutti gli altri, per ora, preferiscono non dire niente. (il Foglio, 19 ottobre 2007)
