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La repubblica delle mani libere

22/11/2007

Roma. Fino alla settimana scorsa, alla sola ipotesi di aprire un dialogo con gli avversari sulla legge elettorale, Silvio Berlusconi rispondeva che non c’era nulla di cui discutere. E fino a non molto tempo prima, nell’Unione, accettare una simile ipotesi significava esporsi alla più infamante delle accuse, quella di “inciucio”. Ma questo accadeva ai tempi in cui un invisibile muro di Berlino divideva in due campi tutte le forze politiche, unico e invalicabile confine del bipolarismo italiano: con Berlusconi o contro di lui. Per discutere di riforme, allora, il segretario del principale partito di maggioranza, Massimo D’Alema, doveva incontrare i suoi interlocutori clandestinamente, alle famose cene in casa di Gianni Letta. Incontri destinati peraltro a non rimanere segreti a lungo.Sulla stampa di sinistra, a cominciare dall’Unità, “il patto della crostata” venne presentato più o meno come una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov. Ieri, invece, è stato lo stesso ufficio stampa del Pd a comunicare che l’incontro tra Veltroni e Berlusconi sulle riforme si terrà venerdì 30 novembre. Non è noto il menu, ma difficilmente attirerà un’attenzione paragonabile ai dessert di casa Letta. Forse perché il piatto forte è già stato servito, consumato e digerito. Il “nuovo asse” di cui parlava lunedì Piero Ostellino sulla prima pagina del Corriere della Sera, quello tra Veltroni e Berlusconi, non fa più scandalo. “E’ come la minigonna – commenta Peppino Caldarola – ormai non si volta più nessuno”. E forse proprio per questo, oggi, potrebbe funzionare. O forse perché, come ricorda un altro ex dalemiano, Claudio Velardi, la questione è psicologica, per non dire fisiognomica: “Veltroni non ha il baffo che insospettisce, la sua immagine è così immacolata da consentirgli di andare tranquillamente all’incontro con l’Impero del male senza neanche il bisogno di inventare una scusa”.
Estetica, politica o fisiognomica che sia la questione, però, Walter Veltroni aveva previsto tutto, e con quasi due anni di anticipo. Lo dimostrano le cronache della direzione ds dell’11 gennaio 2006, la prima dopo la pubblicazione delle telefonate tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. Fabio Mussi, tra i più critici, si era lamentato di quanto facesse male “sentire la destra dire che è finita la superiorità morale e intellettuale della sinistra”. Alfredo Reichlin, dalla parte opposta, aveva spiegato che “la lotta si fa dura perché molto alta è la posta”. E il futuro presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva replicato a Reichlin – e ovviamente non solo a lui – che errori in quella vicenda i vertici dei Ds ne avevano commessi eccome. Nel bel mezzo di questo accalorato dibattito, però, il futuro segretario del Pd aveva spiazzato tutti. E dopo essersi detto pienamente d’accordo tanto con Reichlin quanto con Napolitano, aveva affermato che la prima cosa da fare nella nuova legislatura – cioè in questa – sarebbe stata proprio “un appello alla coalizione di centrodestra per scrivere insieme regole condivise sul riassetto delle istituzioni”. D’Alema, però, lo aveva interrotto subito. “Stavolta vi trovate un altro”, aveva detto l’allora presidente dei Ds, con evidente allusione all’infelice esito della Bicamerale. Ma a quanto pare, e con il concorso dello stesso D’Alema, un altro adesso se lo sono trovato. Veltroni, per l’appunto.
Le analogie con la stagione della Bicamerale certo non mancano: anche qui c’è il leader del principale partito di maggioranza, fuori dal governo, che tratta con il leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi. E al governo, traballante, c’è sempre Romano Prodi. “La vera novità – nota Velardi – è la mossa di Veltroni, che si è scrollato di dosso, con grande coraggio, tutto quel milieu nuovista e antiberlusconiano che pure lo ha sempre sostenuto”. Una novità positiva anche per il governo Prodi, che così potrà svolgere “la funzione che più gli si confà”, quella di governo tecnico. “Perché il governo Prodi, non esprimendo alcuna mission politica – assicura Velardi – è tecnicamente un governo tecnico, oggi come nel ’96”.
Chi invece dai tempi della Bicamerale non ha cambiato posizione è Arturo Parisi. E con lui tutti gli ulivisti schierati a favore del referendum, contrari alla linea delle “mani libere” e più che insospettiti dall’idea veltroniana del “partito a vocazione maggioritaria”. Dunque contrarissimi al sistema tedesco (che ieri, però, ha incassato un discreto appoggio di Napolitano, che ha detto di ammirarne “lo spirito bipartisan”). “Il proporzionale – sostiene l’ulivista Franco Monaco – danneggia più noi che il centrodestra, perché è tra noi che la tendenza alla divisione è più forte, e questo Veltroni non può non saperlo”. Eppure, nel centrosinistra, in molti sono convinti che il vero obiettivo dell’asse Veltroni-Berlusconi sia proprio il referendum tanto caro agli ulivisti. Clemente Mastella lo dice apertamente. “E’ lo stesso inizio scoppiettante della Bicamerale, poi finisce che fa saltare il tavolo – dichiara il ministro, parlando di Berlusconi perché Veltroni intenda – lo conosco, questa pantomima porta al referendum”.
Anche tra i sostenitori di Veltroni, però, non mancano i cupi presagi. Proprio ieri, per esempio, Repubblica ha pubblicato le intercettazioni che svelerebbero “l’alleanza segreta tra Rai e Mediaset”. E Marco Travaglio, per fare un altro esempio, sempre ieri scriveva sull’Unità che Berlusconi “ha deciso di buttarsi su Veltroni” non appena Gianfranco Fini ha cominciato a parlare di “legge sulle televisioni”. Se nel ’97-98 il patto della Bicamerale non resse perché “la sinistra non accettò la bozza Boato sulla giustizia” – come sostiene Caldarola – l’asse Veltroni-Berlusconi rischia dunque di franare sull’altro grande tabù della sinistra: le televisioni. Proprio per questa ragione, infatti, il senatore Antonio Polito propone di scoprire le carte. “La questione Rai-Mediaset è ormai parte della costituzione materiale del paese – afferma – dunque va messa sul tavolo delle riforme, accanto alla legge elettorale”. Un’ipotesi che a sinistra difficilmente susciterà un coro di lodi. Nonostante sospetti e accuse incrociate, però, il vero oggetto dell’incontro di venerdì 30 tra Veltroni e Berlusconi sembra assai più prosaico, almeno per il segretario del Pd. E cioè capire se il Cav. vuole davvero il sistema tedesco – posizione che i veltroniani considererebbero un incomprensibile regalo all’Udc – o se non gradisca invece un sistema spagnolo (tipo il Vassallum) che permetterebbe a entrambi di coltivare la propria vocazione maggioritaria con le mani finalmente libere, senza legarsele ai capricci di una nuova cosa centrista. Una crostatina, insomma. (il Foglio, 22 novembre 2007)

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