Ebbene sì, finalmente possiamo dirlo, Antonio Gramsci era comunista
Il convegno “Gramsci nel suo tempo”, che si apre domani a Bari, riveste un certo interesse anche per chi non sia particolarmente versato nel dibattito su stabilizzazione capitalistica e rivoluzione mondiale, tattica del “fronte unico” e svolta del X Plenum, tesi leniniana dell’insuperabilità delle contraddizioni interimperialistiche e tesi ultraimperialista della progressiva unificazione del mondo.
Il primo motivo d’interesse del convegno, organizzato da quell’Istituto Gramsci che da sempre amministra la memoria e la diffusione dell’autore dei “Quaderni del carcere”, sta proprio nel fatto che il pensiero di Antonio Gramsci viene collocato innanzi tutto nelle vicende del (e nel dibattito interno al) movimento comunista internazionale, secondo un approccio filologicamente un filino più scrupoloso di quello seguito in passato, ma che certo non è una novità di oggi. Basti pensare all’analoga ricollocazione di un’altra icona della storia del Pci, Enrico Berlinguer, operata pochi anni fa da Silvio Pons, direttore del Gramsci, con il suo “Berlinguer e la fine del comunismo”.
Volendo sintetizzare in una battuta la prima ragione d’interesse del convegno, si potrebbe dunque dire così: conclusa la storia del Pci e delle sue filiazioni – con la nascita del Pd – si può finalmente raccontarne (davvero) la storia, cominciando col dire che Antonio Gramsci, ebbene sì, era comunista. O per dirla più seriamente, e con le parole usate nella sua relazione da Roberto Gualtieri, che il problema con cui si misura Gramsci nei Quaderni è fondamentalmente uno: “La definizione di una strategia politica concreta attraverso cui tradurre sul terreno nazionale il problema dell’egemonia del proletariato che Lenin aveva saputo risolvere in Russia con la creazione di un nuovo stato”. Il punto di partenza della sua riflessione, insomma, era la rivoluzione sovietica. Rimanendo sul filo del paradosso, si potrebbe aggiungere che non solo la nascita del Pd sembra avere reso possibile che l’Istituto Gramsci parli in questi termini del suo eroe eponimo, ma anche l’inverso, e cioè che proprio il fatto che l’Istituto Gramsci possa parlare della storia del Pci come di un pezzo della storia del comunismo mondiale, in fondo, è la prova di quanto quella storia sia definitivamente conclusa, dunque di quanto il Pd sia davvero un nuovo partito (e non soltanto un partito nuovo, per parafrasare i classici, come Pds e Ds). A onor del vero – e anche dell’Istituto presieduto da Giuseppe Vacca – da tempo i cosiddetti studiosi di area si sono affrancati dall’obbligo di officiare quotidianamente il rituale della genealogia De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci. Albero genealogico che aveva un ruolo essenziale nella costruzione del “partito nuovo” perseguita da Palmiro Togliatti. Dunque è tanto più interessante che Gualtieri (storico, vicedirettore del Gramsci, ma anche membro del comitato di saggi che ha scritto il primo manifesto del Pd), proponendo una rilettura dell’opera gramsciana ben dentro i canoni del pensiero marxista (o più esattamente “marxiano”), citi a sostegno della sua tesi proprio le parole pronunciate da Togliatti nel 1958. Secondo il Migliore, infatti, per capire l’opera di Gramsci occorreva partire dal presupposto che egli “fu un teorico della politica ma soprattutto un politico pratico”, e “il filo conduttore” dei suoi scritti “non si può trovare e non si trova se non nell’attività reale”, che si sviluppa “anche dopo l’arresto”. Pertanto, comprendere gli scritti di Gramsci sarebbe stato possibile unicamente a chi non solo avesse avuto una conoscenza approfondita della sua vita e delle vicende politiche del suo tempo (a cominciare, aggiungiamo noi, da quelle interne al suo partito e all’Urss staliniana), ma pure “tanto imparziale da saper resistere alla tentazione di far prevalere false generalizzazioni dottrinarie sul nesso evidente che unisce il pensiero ai fatti e movimenti reali”.
Sarebbe facile osservare che queste parole vengono dal principale responsabile di quelle generalizzazioni che hanno costituito il cuore dell’interpretazione ufficiale di Gramsci. Ponendolo così, da un lato, come ultimo anello della “nobile discendenza” del Pci (De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci); dall’altro, come primo teorico di quella “peculiarità” del comunismo italiano – vera base della sua legittimazione democratica – che da Togliatti sarebbe arrivata fino a Berlinguer. Quello che però è più interessante è la conclusione cui Gualtieri arriva, che non è una semplice ridefinizione di Gramsci come comunista ortodosso, sebbene sospetto di eresia antistalinista (come già sostenuto da molti storici). Al contrario, proprio superando la decontestualizzazione del suo pensiero cominciata con l’edizione “tematica” dei Quaderni (a cura di Togliatti), Gualtieri ne sottolinea l’originalità dell’approdo, e della stessa interpretazione di Marx, laddove Gramsci archivia di fatto la tesi di una prossima “crisi generale del capitalismo” e rinvia l’ipotesi del suo inevitabile crollo a quando la “frontiera mobile” del mondo economico “avrà raggiunto le sue colonne d’Ercole”. Di qui la considerazione sul carattere “epocale” dell’americanismo, inizialmente negato, e il parallelo mutamento del giudizio di Gramsci sulle forme di “capitalismo di Stato” emergenti in Europa, entro cui colloca anche il corporativismo fascista. In questo quadro s’inserisce dunque la sua riformulazione del pensiero marxiano, e la sua sostanziale fuoriuscita dal leninismo (e dal marxismo classico), evidente quando scrive, per esempio, che “se si può affermare, genericamente, che la sintesi conserva ciò che è vitale ancora della tesi”, non si può affermare a priori “ciò che sarà conservato… senza cadere nella concezione di una storia a disegno”. Concezione che appare dunque abbandonata nell’ultima fase, quando Gramsci sembra tornare invece ad alcune di quelle concezioni giovanili che rappresentano, almeno per i lettori del Foglio, un altro motivo di sicuro interesse. Per esempio, l’elogio del capitalismo anglosassone, dove “la pratica liberale ha creato meravigliose individualità, energie sicure, agguerrite alla lotta e alla concorrenza”. Modello tanto superiore all’Italia e al suo “sistema politico e giuridico scarsamente liberale”, a quell’arretratezza dovuta, anche, alla “mancanza di un profondo senso religioso della vita e del dovere, causata dal residuo del paganesimo gaudente e scettico”. Residuo, però – sia chiaro – che “non è stato superato da questo cattolicesimo”. (il Foglio, 12 dicembre 2007)
