Skip to content

W tra color che son sospesi

12/01/2008

L’irresistibile ascesa di Walter Veltroni al vertice del Partito democratico è un enigma irrisolto, forse addirittura il frutto di una lunga catena di equivoci, ma anche l’unica soluzione possibile di una precisa equazione. Ed è in questo complicato intreccio che va cercata la spiegazione tanto della sua trionfale discesa in campo quanto delle attuali, numerose e impreviste difficoltà. In fondo, al primo abbozzo di primarie, con le federazioni del Pds al posto dei gazebo e i fax al posto di Internet, con Paolo Flores d’Arcais al posto di Salvatore Vassallo e con Massimo D’Alema al posto di Massimo D’Alema, come sempre, Veltroni  aveva già vinto, più di tredici anni fa. Con l’unica differenza che allora, chiusa la consultazione, il consiglio nazionale del partito aveva nominato Massimo D’Alema nuovo segretario del Pds.
Alle origini dell’irresistibile ascesa di Veltroni al vertice del Pd, ma anche dei suoi molti timori più o meno reverenziali, sta insomma tutto un intreccio di volontà e destino, eterogenesi dei fini, rapporti di forza e relazioni pericolose. Lo snodo centrale del romanzo, però, si svolge tutto tra il 19 e il 20 giugno del 2007. Quello è il momento decisivo in cui tutti i pezzi del puzzle tornano a posto e insieme complicano maledettamente il disegno complessivo, come in ogni giallo degno di questo nome. A cominciare da quando Massimo D’Alema, la sera del 19 giugno 2007, dinanzi a una precisa domanda del conduttore di Ballarò, si ferma a riflettere.
Il vicepremier ha passato buona parte della puntata a difendersi dalla valanga di critiche, accuse e sospetti che da tempo gli piovono addosso per le sue telefonate con Giovanni Consorte. A due anni dall’inizio delle polemiche, le intercettazioni di quelle conversazioni campeggiano da giorni sulle prime pagine di tutti i giornali. Dopo molte schermaglie con Pier Ferdinando Casini e con Paolo Mieli, al quale D’Alema riconosce di avere saputo tenere saldamente nelle sue mani “lo scettro del Corriere”, Giovanni Floris pone una domanda imprevista: “D’Alema, dica la verità, ma quanto le sta simpatico Veltroni?”.
La risposta non è delle più convincenti: “Sono otto anni che non polemizzo con lui”. E Floris, implacabile: “Come vedrebbe Veltroni segretario del Pd?”. Visibilmente spiazzato, il ministro degli Esteri risponde con uno di quei “ma anche” che verranno presto resi celebri dal sindaco di Roma: “Walter Veltroni è un potenziale segretario del Partito democratico, ma anche un potenziale candidato del centrosinistra alla guida del governo del paese, che forse è di più”. Tutto si direbbe meno che un’investitura. Anzi, con quel “ma anche”, D’Alema sembra piuttosto voler convincere Veltroni a rifiutare l’uovo (oggi) del Pd, per la gallina (domani) di Palazzo Chigi, “che forse è di più”. Sottolineando così, implicitamente, che le due cose insieme se le può anche scordare.
L’impressione, insomma, è che il vicepremier sia stato preso in contropiede e abbia fatto del suo meglio per buttare la palla in tribuna. Un’impressione che contrasta però con un dettaglio significativo, che lo stesso D’Alema ha lasciato cadere soltanto un attimo prima, con poco verosimile nonchalance. E questo dettaglio ai giornalisti non sfuggirà. A dimostrazione di quanto la storia dei suoi cattivi rapporti con Walter sia un “cliché da aggiornare”, infatti, il vicepremier non ha portato solo la prova che non polemizza con lui da otto anni, ma ha aggiunto: “Questa mattina abbiamo anche preso un caffè insieme”. Addirittura, verrebbe da dire. Ma sarebbe ironia fuori luogo, perché si tratta di un caffè che ha la sua importanza. E infatti non tarderà a circolare la notizia che all’incontro di quella mattina c’era anche Piero Fassino. Dunque segretario e presidente dei Ds, la mattina del 19 giugno, hanno salito insieme le scale del Campidoglio. Duro calle per entrambi, indubbiamente. Ma anche la prova, per gli altri, che sono sempre i soliti comunisti. Il vecchio gruppo dirigente del Pci anni Ottanta che ancora occupa tutti i posti di responsabilità, in un partito che pure ha già cambiato nome due volte. Quelli che Andrea Romano, proprio in quel periodo, definisce sprezzantemente in un libro “Compagni di scuola”. Insomma, gli ex comunisti hanno deciso di chiudere la partita prima ancora del fischio d’inizio, con un accordo tra di loro. Come al solito.
Il primo a uscire allo scoperto, tuttavia, non è un esponente dei Ds, ma un dirigente della Margherita. E’ infatti Dario Franceschini, uno dei giovani ex popolari più in vista tra i tanti che negli ultimi tempi sono tornati a riunirsi sotto le vecchie insegne del Ppi e sotto l’alto patrocinio di Franco Marini, che il 20 giugno appare sui giornali, precedendo tutti. “Se Veltroni si candida – dice Franceschini – io lo voto”. Fassino, dopo un’intensa riunione della segreteria di via Nazionale, dove pare che qualcuno abbia addirittura minacciato di iscriversi a Rifondazione comunista, rilascia una dichiarazione destinata ad alimentare polemiche infinite: “Se Veltroni si candida, tutti i Ds lo sosterranno”. Nel pomeriggio, lo stesso Veltroni sale a via Nazionale per incontrare di nuovo Fassino e D’Alema. Uscendo, alle domande dei giornalisti sulla sua candidatura, risponde: “Non aspetterete molto”. Niente in confronto a quello che ho aspettato io, potrebbe aggiungere. Ma in verità, per l’annuncio ufficiale, i giornalisti dovranno aspettare ancora diversi giorni. Non a caso Veltroni ha scritto un libro dal titolo: “Aspetta te stesso”.
Evidentemente, nel poco tempo libero, il sindaco di Roma non legge soltanto McEwan e Baricco. L’idea per il titolo gli viene infatti da Goethe, e per la precisione dal Faust, di cui cita alcuni versi nel libro. Questi: “Rendimi il tempo della mia adolescenza. Quando ancora non ero me stesso, se non come attesa”. E questo è certo uno degli elementi fondamentali dell’enigma veltroniano, forse anche una delle tante ragioni di equivoco, sicuramente l’incognita principale della complessa equazione che ha prodotto la sua irresistibile ascesa alla guida del Pd: l’attesa.
Non può stupire, pertanto, che il titolo della sua biografia sia: “Il piccolo principe”. Certo non la si poteva intitolare “L’uomo che sognava la lotta armata”, come Miriam Mafai intitolò il suo libro su Pietro Secchia. Non a caso, nel livre de chevet di tutte le adolescenti del mondo, l’attesa ha un ruolo significativo, così come in “Senza Patricio”, una delle tante prove letterarie del sindaco, che comincia giusto con le parole “Aspetto. E’ tutta la vita che aspetto qualcosa” (e dove c’è pure Saint-Exupéry). Eppure la sovrapposizione tra Veltroni e il Piccolo principe non riesce mai a combaciare del tutto. Non è lui, piccolo principe solitario intento a innaffiare l’unica rosa di un lontano pianeta, il Perseo calviniano preso a modello da Veltroni. Non è quello l’eroe capace d’insegnargli a volare oltre la palude delle trattative di corrente, sfuggire allo sguardo paralizzante dell’apparato, decapitare senza pietà la Gorgone dei gruppi dirigenti. A farlo, come scriveva Calvino e come ripete da anni Veltroni, togliendo peso, alleggerendo, lavorando per sottrazione. E nell’arte di sottrarre – ma soprattutto di sottrarsi – Veltroni non è secondo a nessuno.
L’enigma è qui, in questa capacità innata che è il cuore della magia veltroniana, ma anche il suo vero tallone d’Achille. Il dono di un’ubiquità spirituale che gli permette di essere amato e ammirato da tutti, amici e nemici, ma che può trasformarsi in tragica debolezza, rendendolo di colpo a Dio spiacente e a’ nemici sui. E’ tutto qui, in questa capacità di essere dentro e fuori allo stesso tempo, dirigente del Pci senza essere mai stato comunista, fondatore del Correntone che sulla sua lapide farà scrivere “Non ha mai fatto parte di una corrente”, candidato degli apparati alle primarie e loro principale vittima. Nuovo e vecchio. Moderno e antiquato. Veltroniano e antiveltroniano. Perfino dalemiano, volendo, salvo in un punto, che però è quello decisivo.
All’ultimo congresso dei Ds D’Alema ha raccontato di una sua giovanile gita in motocicletta con Fabio Mussi, quando uscirono dalla città per discutere della radiazione del Manifesto, gruppo per cui entrambi avevano qualche simpatia. Alla fine, racconta D’Alema, decisero di restare comunque nel partito, perché prevalse in loro l’idea che “extra ecclesiam nulla salus”. Ebbene, per Veltroni è vero l’esatto contrario: dentro il partito non c’è salvezza. Per lui, la vita è altrove. Ed è altrove, infatti, che Veltroni ha costruito la sua macchina di consenso, perché è innanzi tutto un politico realista. I critici irriducibili che ancora oggi elencano stancamente i risultati dei suoi due anni da segretario dei Ds – sconfitta alle provinciali, disfatta alle regionali e tracollo alle politiche – non colgono l’essenziale: non era al partito che pensava, allora, Veltroni. Certo non durante la campagna elettorale delle regionali, che porteranno alla caduta del governo D’Alema. Campagna elettorale che Veltroni passerà in buona parte in Africa, lasciando alla guida dei Ds Pietro Folena.
All’indomani della sconfitta elettorale del 2001, quando i Ds crollano al 16 per cento e il loro segretario vola trionfalmente sul Campidoglio, la gioiosa macchina da guerra veltroniana è ormai pienamente in funzione: dall’industria dell’immaginario a quella delle costruzioni, dal sindacato alla Confindustria. La sua forza sta in un’opera antica e paziente di organizzazione del consenso e delle alleanze sociali, in una vasta rete di relazioni con il mondo dell’impresa e della finanza. Tutte cose in cui Veltroni è maestro, almeno quanto D’Alema. E che certo non si imparavano a Barbiana.
E’ la piena di questo fiume, dai mille generosi affluenti, che porta Veltroni al vertice del Pd. Affermati editorialisti e blogger sfigati, cantautori impegnati e popstar, robusti palazzinari romani ed efebici finanzieri milanesi, e comici, e parroci, e presentatori, non c’è più una sola figura di tutto il dibattito pubblico italiano che non faccia smaccatamente il tifo per lui. Non passa giorno senza una consultazione sul sito Internet di Repubblica, un sondaggio della Ipsos, una demoscopica analisi di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera o un’inchiesta sociologica di Ilvo Diamanti su Repubblica che non diano risultati ogni volta più clamorosi: al momento dell’incoronazione torinese il gradimento degli italiani per Veltroni oscilla tra il 70 e l’80 per cento. Il Partito democratico passa dal 31 al 39 per cento, con punte di “elettorato potenziale” che superano di slancio la maggioranza assoluta. Veltroni è il sindaco più amato, il premier ideale, l’uomo che tutto il mondo c’invidia (come testimoniano Economist, Financial Times, Daily Telegraph). La Festa del Cinema è un trionfo internazionale. Il comune di Roma è un modello per tutto il paese. Sul Sole 24 Ore non si parla d’altro che di Veltronomics. I dati sul pil della capitale, largamente sopra la media nazionale, dimostrano tutto quello che c’è da dimostrare. Anche per Roma, ormai, la stampa non esita a parlare di Nuovo Rinascimento, celebrando degnamente il suo piccolo principe e il suo non meno rinascimentale consigliere, Goffredo Bettini, padre del “modello Roma”.
Un primo segnale dell’impensabile che stava per accadere era però arrivato, forte e chiaro, già nel pieno della campagna per le primarie. E’ estate, il 19 agosto, Veltroni è alle Maldive. In Italia non sembra avere più nulla di cui preoccuparsi. Quel giorno, però, sul Corriere della sera appare una lunga intervista a Francesco De Gregori. Si parla di Walter: “Mi piacerebbe fare il tifo per lui, se lo capissi… dice tutto e il contrario di tutto… mostra una grande ansia di piacere”. E ancora: “Buttare tutto sui sentimenti, cancellare le differenze, non significa dare risposte operative alle questioni di oggi… Veltroni si presenta come un uomo nuovo, ma lo è fino a un certo punto… la sua candidatura è stata avanzata e sostenuta da poteri forti e consolidati, sempre gli stessi degli ultimi decenni”. E infine: “Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così. La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta. Non si fa una torta solo con le ciliegine…”. Sembra lo sfogo ingeneroso e isolato del bastian contrario. Ma a pochi mesi di distanza non uno dei suoi argomenti resterà invenduto. Vivaci e molteplici saranno anzi le repliche, le cover, i nuovi arrangiamenti del suo storico assolo. Prima di arrivarci, però, bisogna raccontare il drammatico epilogo della vicenda, quando Antonello Venditti scende in campo in difesa di Veltroni, anche lui sul Corriere. E così facendo, lo sventurato, commette un tragico errore. Perché a quel punto, ovviamente, si apre il dibattito: una sfilata di cantautori e popstar pro o contro il sindaco, con Rosy Bindi o con Enrico Letta. L’impero veltroniano, per un interminabile istante, appare sul punto di crollare su se stesso. E quando i Nomadi annunciano il loro sostegno per il mite sottosegretario a Palazzo Chigi, l’impressione è che davvero un’epoca stia per finire.
E’ solo un momento, naturalmente. Il coro veltroniano canterà ancora per mesi. Ma la profezia di De Gregori non tarda ad avverarsi. A cominciare dal “fantabosco”, il modello Roma, la capitale dell’Impero. Il primo segnale che arriva dalla stampa sa già di cupo presagio: le foto di un tizio che nel cuore della notte scende le gradinate di Piazza di Spagna a bordo della sua automobile. Da un giorno all’altro, inspiegabilmente, è la grande slavina: i rifiuti che coprono piazza Trilussa sulle pagine del New York Times, lo spaccio di droga agli angoli di Trastevere al Tg5, incidenti mortali nella metropolitana, la rivolta dei tassisti che paralizza la città, fino all’omicidio di Giovanna Reggiani da parte di un rom, che attira improvvisamente le telecamere sulle baraccopoli dentro e fuori la città, le vie senza illuminazione e il degrado delle periferie, le polemiche sul pacchetto sicurezza, persino una crisi diplomatica con la Romania. Per non dire delle recenti parole del Santo Padre, sia pure cortesemente ridimensionate (“Sono state strumentalizzate”, dice la nota vaticana) a ventiquattro ore di distanza.
Il vento è cambiato di colpo. Ma se il sindaco di Roma non se la passa bene, il segretario del Pd sta anche peggio. Annuncia un partito leggero, senza tessere e senza correnti, ed ecco che tra commissione statuto e interviste sui giornali spuntano “certificati di adesione” a migliaia, per tutti gli “aderenti”, e centinaia di “circoli” dalle Alpi alla Sicilia, seguiti da una fioritura di “correnti di pensiero” all’interno del Pd come non si vedeva in Europa dai tempi dell’Illuminismo. Persino D’Alema, adesso, torna a suonare l’adunata. Si direbbe che l’auspicio faustiano di Veltroni, proprio in queste settimane impegnato nel suo difficile “patto col diavolo” sulla legge elettorale, sia stato bruscamente esaudito. Perché i versi che seguono quelli citati, non per nulla, recitano proprio così: “Rendimi quei desideri che mi tormentano la vita, quelle pene strazianti che pure adesso rimpiango. La mia giovinezza!”. Le pene strazianti delle antiche contese, sia pure a parti invertite, ora che è lui a trattare con Silvio Berlusconi e gli altri a criticare, gli vengono rese tutte. E dove sono, ora, i sondaggi d’un tempo? Tutto tace.
Prodi, al primo piano di Palazzo Chigi, è lì tranquillo, che si guarda nello specchio. Veltroni è sempre davanti al portone, immobile, che aspetta se stesso. Perduto nella pioggia di critiche che scuote il suo “fantabosco”. Come Charlie Brown, solo in mezzo al campo da baseball, inzuppato, che grida: “Ma dove andate? Sono solo due gocce di pioggia, continuiamo a giocare…”.
E’ parecchio, ormai, che Veltroni aspetta se stesso, ma non arriva nessuno. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, mentre il tram di mezzanotte se ne va. E di questi tempi anche trovare un taxi a quell’ora non è affatto facile. (il Foglio, 12 gennaio 2008)

6 commenti leave one →
  1. 12/01/2008 15:58

    Come sempre magnifico! Veleno alla stato puro. Mi sono permessa di linkarti da me. Baci gabriella

  2. 12/01/2008 16:05

    Bettini consigliere rinascimentale mi pare sublime

  3. 13/01/2008 10:05

    In verita’, di taxi vuoti a roma in questo periodo ne girano molti, tanto che, ad averne voglia, si contratta pure sul prezzo.

  4. giovanni permalink
    14/01/2008 15:05

    applausi

  5. Katia permalink
    15/01/2008 11:31

    Semplicemente FANTASTICO…

  6. 15/01/2008 18:42

    ti ho “pescato” sul blog di Eta Beta e…
    che dire? Ottimo!
    complimenti e a presto! GB

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...