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In dissenso / Perché la vocazione maggioritaria del Pd è pura retorica

06/02/2008

La scelta di presentare il Partito democratico da solo alle prossime elezioni – lanciata da Walter Veltroni, sposata da tutti i dirigenti del Pd, approvata da tutti i sondaggi, applaudita da tutti gli osservatori e molto apprezzata pure da questo giornale – secondo me è pura follia. Salvo in un caso, temo però assai improbabile. E cioè nel caso in cui l’annuncio della propria intenzione di correre da soli e la retorica sul primato del programma rispetto alle alleanze (che è cosa un po’ diversa) servisse a trattare da posizione di forza una nuova alleanza fondata su due sole liste – Pd e Cosa rossa – e su un programma di due pagine sufficientemente innovativo e concreto. Trovando semmai, per i partiti minori che non faranno parte della Cosa rossa, quegli accorgimenti che sono comunque già allo studio, com’è noto, anche nell’ipotesi della corsa solitaria. Per esempio, l’espediente “annessionista”: ospitalità per un certo numero di parlamentari nelle liste del Pd (a condizione che questo sia il preludio alla definitiva annessione dei loro partiti, s’intende). Magari, per fare una cosa nuova, si potrebbe lasciar fuori Antonio Di Pietro, in nome di una battaglia aperta sul rapporto finanza-editoria-magistratura-politica, a cominciare dal caso Mastella. Battaglia, peraltro, che sarebbe resa ancor più limpida dalla presenza dell’Udeur nelle file del centrodestra (ma capisco che anche chi va da solo e vuol darsi un tocco di spirito bipartisan tiene pur sempre famiglia, quindi non insisto su questo punto).
Se dunque il centrosinistra si presentasse con due sole liste invece di cento e con un programma di due pagine invece che di duecento, secondo me, la novità sarebbe ben visibile, anche sulla scheda, tanto quanto nel caso in cui il Pd si presentasse da solo. A condizione, naturalmente, che qualcosa di nuovo il Pd abbia davvero da scriverci, in quelle due paginette. Ma questa è una condizione che vale in entrambi i casi (e non sembra sia stata ancora ottemperata). Si obietterà che un programma innovativo e concreto non potrebbe mai essere accettato dalla Cosa rossa. E che proprio per questo il Pd deve andare da solo. Ma una simile obiezione comporta logicamente che mai e poi mai una coalizione di centrosinistra potrà governare l’Italia. Equivale cioè ad affermare che il Pd, tanto oggi quanto nel 2046, potrà andare al governo soltanto nel caso in cui raccolga, da solo, oltre il 50 per cento dei seggi. A meno che non ci sia il trucco. E cioè che il Pd intenda allearsi, dopo il voto, con quelle stesse forze con cui non vuole presentarsi dinanzi agli elettori. Rovesciando così il tanto decantato principio secondo cui “viene prima il programma e poi l’alleanza”, ma soprattutto quello secondo cui “le alleanze si dichiarano prima” (una delle ragioni per cui Veltroni si è sempre opposto all’unico sistema elettorale che avrebbe permesso al Pd di correre da solo senza con ciò rendere matematicamente certo il trionfo del centrodestra, e cioè il famoso sistema tedesco). Tralascio l’obiezione che le cose sarebbero diverse con una legge elettorale come quella del referendum, perché infondata: i pezzi del meccano sarebbero sempre gli stessi e identica sarebbe l’alternativa tra accordarsi con gli altri e non farlo, accoglierli o lasciarli fuori dalla lista, alleanza, coalizione o come si chiamerà.
Scartata l’ipotesi del trucco, la retorica della “vocazione maggioritaria” si risolve dunque nel suo contrario: in una dichiarata – nei fatti, ma sempre più spesso, ahimè, anche nelle parole – vocazione minoritaria. Altrimenti le cose sono due: o si pensa che gli elettori – grazie all’effetto del “voto utile”, grazie al fatto che Veltroni è bravo in tv, grazie a quello che volete voi – assegneranno a tutti i partiti del centrosinistra orfani del Pd, complessivamente, una percentuale tra lo zero e lo zero virgola cinque (ricordo che alle ultime elezioni presero poco meno del 15); oppure si pensa che a tutte le forze dell’ex Unione, compreso il Pd, possa andare non meno del 60 per cento dei voti.
Capisco l’obiezione secondo cui un accordo Pd-Cosa rossa può produrre solo un programma regressivo e vacuo, se formulata da chi considera regressiva e vacua l’intera esperienza del governo Prodi. Mi stupirei parecchio, però, se una simile tesi fosse fatta propria, in campagna elettorale, dalla maggioranza uscente.
Può darsi, naturalmente, che io sottovaluti il “fattore novità”. Ma se è vero che Veltroni vorrebbe il presidente di Confindustria nel suo governo – e non discuto che questa sarebbe una novità assoluta nel panorama della sinistra mondiale – mi domando di quale novità stiamo parlando.

 

Replica del direttore:
W io vorrei che tu Pecoraro ed io…

La vocazione maggioritaria del Partito democratico, che teorizziamo da prima che Veltroni si candidasse, e che predichiamo anche per Forza Italia (invano, invano), è questo, intanto. Immaginate che la Cosa rossa sia fatta di comunisti, rifondatori del comunismo, sinistra democratica, verdi e altri, perché no?, venuti dai movimenti. Allora fra tre settimane o quattro, alla presentazione delle liste, in tv si vede questa scena: entra Veltroni, poi Franceschini, poi Bindi, poi D’Alema, Fassino, Reichlin; di seguito entrano Pecoraro Scanio, Diliberto, Bertinotti, Giordano, Mussi; ma non possono mancare anche Angius e Boselli, e alla fine, dopo che è arrivato Prodi a benedire il tutto in nome della continuità dell’esperienza di governo, si sente alla porta un toc toc, che è Pannella con al seguito la Bonino. Ecco fatto. Funziona l’immagine maggioritaria di un’unione frontista riformulata così, come patto a due tra la socialdemocrazia all’americana, più Binetti e Carra che avevo dimenticato, e la sinistra dura e pura, rossa, in attesa magari dell’onorevole Caruso? Non credo che il geniale e combattivo Cundari pensi che questa immagine funzioni. Anche se a destra l’immagine fosse, non proprio una primizia, quella della quadrangolare Berlusconi, Bossi, Fini, Casini, con annessi Storace, Rotondi e il pensionato Fatuzzo. Qualcosa mi dice che a destra sarebbe riconosciuta la vocazione maggioritaria di Berlusconi, che ai comizi si presenta da solo e canta come Frank Sinatra tra le nuvole in campo azzurro, e alla sinistra sarebbe attribuita una irresistibile vocazione minoritaria.
Detto questo, un po’ per scherzo un po’ no, la vocazione maggioritaria di Veltroni, se fosse una cosa seria, sarebbe questo. Primo. Parlare direttamente al paese da leader, un giochetto che al signor B. è riuscito, avesse o no delle cose da dire. Secondo. Il paese capirà oppure no (probabile che adesso no, non capirà). Ma il dopo è importante, visto che l’alternativa unionista è molto fragile. Il dopo lo fa il prima: se W va da solo con argomenti forti, una presa personale da giovane (si fa per dire) attore della scena, se stabilisce un contatto anche in nome del voto utile con qualcosa di più di un terzo degli italiani, allora il dopo può essere diverso dal prima e dal sempre. Cioè dal destino di una sinistra divisa tra identità superstiti in conflitto tra loro. Una sinistra che ha deciso di farsene una nuova e democratica e un po’ obamista, o comunque parlante, e su questa base potrebbe ricostruire qualcosa per il futuro, anche con un’opposizione alternativa nuova non guidata da Furio Colombo. (il Foglio, 6 febbraio 2008)

9 commenti leave one →
  1. Roberto permalink
    06/02/2008 12:46

    Non capisco perchè una penna così brillante come la tua riesca talvolta a produrre pagine di un tale dalemismo da lasciare sconcertati. Credo che Ferrara, esperto in materia, dovrebbe proporti una moratoria sugli articoli dedicati al P.D. Le strade che proponi, si è visto, sono perdenti. Quelle nuove chissà: almeno provatele. Non fare come l’allenatore che, convinto della bontà della sua tattica, effettua la prima sostituzione sullo 0-5 a due minuti dalla fine.
    Ciao

  2. francesco cundari permalink
    06/02/2008 12:54

    Immagino tu non sia lo stesso commentatore che due post più sotto mi ricordava come fosse stato proprio D’Alema, sia la prima volta sia questa, a incoronare Veltroni segretario (che tu lo sia o no, comunque la mia risposta è quella)

  3. Roberto (quello di prima) permalink
    06/02/2008 13:16

    Nella pagina in cui leggo (non sono praticissimo di questo strumento, lo ammetto), vedo solo il tuo post, in ogni caso no, non sono io. Grazie comunque per la risposta: non vedo il nesso tra le incoronazioni di Tizio o di Caio ed il probabile o meno successo a medio-lungo termine di una linea politica studiata non per vincere un congresso ma le elezioni, e poi riuscire a governare, però apprezzo ugualmente la cortesia.

  4. stefano permalink
    06/02/2008 14:24

    Aldilà del dalemismo…ma Ferrara esperto in materia è quello che detta la linea a Berlusconi?

  5. Roberto permalink
    06/02/2008 14:42

    Sì, quello esperto in moratorie, appunto

  6. 06/02/2008 15:36

    Veltroni fa il temerario perché sa che il suo azzardo è a rischio zero.
    Comunque vada, per lui sarà un successo.

    Il che semmai pone seri dubbi sulle capacità strategiche degli altri leader dell’ormai defunto centrosinistra…

  7. Roberto permalink
    06/02/2008 17:06

    Mah, sul fatto che non corra rischi aspettiamo di vedere il dopo elezioni. Se il PD:
    1) va davvero da solo, come Veltroni ha ribadito con forza anche oggi;
    2) e poi il centrosinistra perde,
    molti, e soprattutto il precitato incoronatore (v. sopra), opereranno per decoronarlo.
    Se avessero fatto vere primarie, in cui tutti i legittimi pretendenti si fossero presentati con una linea politica ben precisa (io sempre con l’Unione, o con la Commistione, o con la Contaminazione, io invece sempre da solo), come in USA, nessuno avrebbe potuto eccepire alcunchè. Così, invece, con un Bersani “dissuaso” dal presentarsi e due concorrenti rispettabili ma niente di più, nemmeno Veltroni, a cose fatte, potrà invocare a suo sostegno il “popolo delle primarie”: quella è stata, appunto, un’incoronazione, come voleva il king-maker, per poter poi dire che non era una cosa seria.
    Sarebbe comunque un grosso peccato, perchè un PD che corre da solo costituisce l’unico elemento di vera e piacevole novità del quadro politico: speriamo che duri.

  8. 06/02/2008 19:49

    Io apprezzo Camillo, molto, davvero. Ma non riesco a capire quelli che gioiscono perché – a prescindere da come vada tutto il resto (e per lo più fa schifo) – prevedono da anni ormai l’eclissi politica di D’Alema. Io credo che il problema sia che W. si è fatto “lisciare” per bene da Berlusconi e dal Foglio, da cui è stato convinto a non promuovere quel sistema elettorale proporzionale sul modello tedesco che sarebbe stata la quadratura del cerchio: tenuta (un po’ di più, almeno) del governo Prodi – concedo che forse questo non era negli interessi di W. -, sponda a Casini, trasformazione del significato in Italia del berlusconismo, emarginazione politica di An.
    Ho il sospetto che – come scrive l’autore del Blog – tutti i grandi elogi foglieschi a Veltroni (e le conseguenti disapprovazioni di D’Alema) altro non siano se non il modo con cui gli elogianti pregustano la vittoria dell’amor loro. Ma si sa: non sempre chi ama qualcuno, ne fa anche il bene.

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  1. Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno « Quadernino

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