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Il gioco si fa duro

15/02/2008

Roma. Le notizie sull’imminente rottura tra Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini, che si susseguono nel corso della giornata, suscitano nel Partito democratico sentimenti contrastanti. Da un lato, infatti, la separazione del Pdl dall’Udc potrebbe riaprire una partita che fino a ieri, almeno in privato, molti davano per persa in partenza. E non solo per la banale ragione aritmetica, ma anche per considerazioni di tattica politica. “Colpisce che nel momento in cui nasce un partito come il Pdl, che si rifà alla tradizione del Ppe, l’Udc si separi da esso”, dichiara subito Massimo D’Alema, ospite di Porta a Porta. E aggiunge: “Viene il dubbio che questo partito nasca più per rappresentare la destra estremistica che non il centro moderato”. La speranza è che un simile dubbio venga anche agli elettori, ovviamente. Ma accanto alla speranza della rimonta, la corsa solitaria di una lista centrista capace di superare lo sbarramento suscita anche la paura del “cappotto” berlusconiano: una maggioranza assoluta e davvero “omogenea” alla Camera e al Senato, capace per di più di allargarsi al centro, lasciando il Pd ai margini del gioco politico e parlamentare. Dietro l’azzardo veltroniano, infatti, c’era un rischio calcolato. Lo spiegavano nei giorni scorsi gli stessi dirigenti del Pd: “Se il centrodestra unito prende il premio di maggioranza, alla Camera, arriva al 54 per cento dei seggi, dunque il restante 46 sarebbe da spartire, pro quota, tra Pd e Cosa rossa”. Anche nella sconfitta, in questo caso, il Pd potrebbe esibire così un gruppo parlamentare imponente e decisivo. Un risultato storico. Ma un simile discorso regge solo se Pd e Cosa rossa sono le uniche liste (esclusi Pdl e liste apparentate) a superare lo sbarramento del 4 per cento.
Con una lista centrista capace di superare lo sbarramento, invece, il “piano B” elaborato dal loft diviene carta straccia. Non c’è più exit strategy. Resta solo il “piano A”, cioè vincere. La corsa solitaria di Casini alzerebbe dunque la posta in palio. Per tutti. Silvio Berlusconi, infatti, vedrebbe messa a rischio una vittoria che considerava già scritta, ma al tempo stesso vedrebbe davanti a sé la concreta possibilità di una vittoria completa e definitiva. E lo stesso – mutatis mutandis – si può dire per Veltroni. In breve: il gioco si fa duro. “Senza l’Udc, anche in caso di vittoria del Pdl, il Senato sarebbe comunque ingovernabile”, sostiene chi da mesi, nel loft, preconizza per il Cav. uno scenario “alla Prodi”. Uno scenario che gli lascerebbe la sola alternativa tra fare le riforme insieme al Pd (per tornare a votare subito dopo) e il referendum elettorale (per votare subito dopo comunque). Di qui le voci ricorrenti su un possibile accordo tra Pd e Pdl per un governo di grande coalizione già all’indomani delle elezioni. L’obiezione degli scettici conserva però una sua forza: “Se davvero l’Udc da sola bastasse a togliere a Berlusconi la maggioranza in Senato, per quale ragione non dovrebbe concedergli l’apparentamento?”. Tanto più dopo l’apparentamento del Partito democratico con Di Pietro. Una scelta, peraltro, maturata sulla base dello stesso ragionamento valido per Casini: Di Pietro avrebbe potuto non solo togliere voti al Pd; ma – quel che è peggio – superare la soglia di sbarramento. Renato Mannheimer conferma i sogni di gloria del Cav. (e il peggiore incubo del Pd). “Berlusconi ha ragione – dice – può avere la maggioranza anche al Senato e anche senza l’Udc. E’ vero, è così”. Anche se, avverte, “tutto dipenderà dalla campagna elettorale”. E forse è proprio pensando alla campagna elettorale, più che agli scenari futuri, che D’Alema definisce “assolutamente impensabile” una grande coalizione dopo il voto. Il ministro difende l’accordo con Di Pietro, dicendo che con lui il Pd vuole “costruire un grande partito riformista di stampo europeo”. Quindi esorta i socialisti a farne parte, definendo “settario” il loro rifiuto. Seguono polemiche. Ma forse il punto decisivo è che sia i socialisti sia i radicali, da soli, difficilmente supererebbero lo sbarramento. (il Foglio, 15 febbraio 2008)

5 commenti leave one →
  1. Roberto permalink
    15/02/2008 16:39

    E’ davvero un miracolo: l’idea di correre da soli viene a Veltroni, ed è il suo più grande atout. Chi teme i voti di Di Pietro dimentica che la volta scorsa è stato battuto dalla Rosa nel Pugno, nella quale, tra l’altro, non c’erano tutti i socialisti. Berlusconi lo copia e cosa succede? Che alla fine, se non imbarca l’UDC, la figura del nuovo la farà lui, il leader coraggioso sarà lui, quello che ha messo in dubbio un cappotto acquisito per ragioni di coerenza e governabilità. Ognuno vede che l’eccezione Lega ha una spiegazione che manca nel caso di Di Pietro.
    E Berlusconi pagherà un prezzo minimo. Lombardo aspetta solo che Berlusconi rompa per alzare il prezzo, ed un secondo dopo mollerà Cuffaro avrà il Ponte sullo stretto e diventerà il nuovo Presidente della Regione Sicilia, drenando voti a Cuffaro ed all’UDC, che ha già perso Baccini nel Lazio. E Lombardo sarà un’altra eccezione giustificabile, come la Lega, perchè, al pari di essa, esclusivamente limitata ad un territorio. L’UDC non potrà allearsi con la Rosa Bianca, nè con Mastella (quanto a quest’ultimo l’ha già dichiarato) per insuperabili idiosincrasie personali e tutti saranno condannati alla marginalità.
    Un PDL coeso con una doppia CSU (ahahaha) regge assai di più di un PD-IDV. Tra l’altro, l’operazione IDV costerà un prezzo che annullerà gli ipotetici vantaggi (v. blog vaicomambo, da te citato ieri).
    Un suicidio, insomma. Resta solo la speranza che alla fine W ci ripensi e scarichi DP (no, non democrazia proletaria), o che Berlusconi ceda alla tentazione ed imbarchi l’UDC.
    Altrimenti, ragazzi, dedichiamoci ad altro.

  2. Roberto permalink
    15/02/2008 16:40

    Ah, dimenticavo, un po’ di voti all’UDC glieli ciula pure Ferrara, il volpacchiotto

  3. darmix permalink
    16/02/2008 10:57

    ma perchè non ci sei tra i foglianti?

  4. francesco cundari permalink
    16/02/2008 13:02

    colpa mia che come al solito ho consegnato tardi il compito

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