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Storia di un decennio di prepotere finanziario e di debolezza politica

16/02/2008

E’ uscito da poco un libro in cui si fanno letteralmente a pezzi la maggior parte degli attuali leader politici – da Antonio Bassolino a Gianfranco Fini, da Massimo D’Alema a Clemente Mastella – ma che non somiglia neppure lontanamente a “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Un libro in cui si danno giudizi senza appello su tutti i partiti presenti in Parlamento e in cui si denunciano apertamente i mille modi in cui sono stati sperperati (per non dire di peggio) miliardi e miliardi di euro – roba che in confronto le storie delle comunità montane e del barbiere della Camera sono favole edificanti – ma che non somiglia nemmeno un pochino alle tirate di Beppe Grillo. Un libro in cui si riparla delle scalate bancarie del 2005 e dell’opa Telecom del 1999, con tanti dettagli che piaceranno poco ai “capitani coraggiosi” di allora e di oggi, ma che non somiglia neppure alla lontana a tutte le inchieste che su questi stessi temi riempiono da anni le pagine dei giornali e gli scaffali delle librerie (e per questo piacerà ancora meno a chi quei “capitani coraggiosi” ha sempre combattuto).
Il bello è che un libro simile lo ha scritto Paolo Cirino Pomicino. Lo ha scritto l’ex ministro del Bilancio dc sepolto da una tonnellata di accuse ai tempi di Tangentopoli, quando finì pure in galera, divenendo il simbolo del malaffare e della corruzione (come gli ricorderà Gad Lerner in un surreale dialogo riportato nel libro). Lo ha scritto sotto il nom de plume (Geronimo) che prese a usare quando il suo nome divenne impronunciabile. E sotto un titolo che spiega meglio di mille discorsi perché il suo libro non assomigli nemmeno un po’ a tutti quelli appena citati: “La politica nel cuore” (Cairoeditore). Per paradossale che possa sembrare, però, la parte più strettamente “politica” del libro è quella che convince di meno. Non perché le critiche alla Seconda Repubblica fondata sul maggioritario e sul “nuovismo” non siano spesso azzeccate, come quando Pomicino denuncia quella “concezione proprietaria dei partiti, anche sotto il profilo giuridico”, che vale per Mastella come per “Casini, Rotondi, Berlusconi, Fini, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Bossi”. In qualche caso, quelle critiche sono addirittura sacrosante, come ad esempio in questo inconfutabile elenco: “Fini è segretario del suo partito da diciotto anni. Casini e Berlusconi sin dalla nascita sono presidenti dei loro movimenti… Di Pietro, Bertinotti, Rutelli, Diliberto, Mastella sono leader con un’anzianità che va dagli otto ai quindici anni… questo è il punto nevralgico della crisi italiana”. E’ la pars construens, però, che fa difetto, risolvendosi spesso in una sterile esortazione a tornare indietro, sulla scia del noioso ritornello: non ci sono più i partiti, le culture politiche, le identità di una volta. E neanche i valori. Certo che no. A dirla tutta, non c’è niente di quello che c’era una volta. E nemmeno la malaria. Pazienza.
Se però dalla politica in senso stretto passiamo alla politica nel senso più ampio, il libro di Pomicino acquista ben altro spessore. E ben altra originalità. Da Tangentopoli in poi, infatti, politici e osservatori si dividono grosso modo in due campi: con i magistrati o contro. Si parli di scandali e questioni morali o si parli invece di gogna giudiziaria e attentato alla democrazia, raramente in simili discorsi si prende in esame il ruolo dei grandi giornali e soprattutto dei loro editori, cioè di tutti i principali gruppi finanziari del paese. Si è parlato spesso, è vero, di “circuito mediatico-giudiziario”, ma raramente si è messo il dito nella piaga del rapporto finanza-informazione. E’ quello che fa invece Geronimo in questo libro, ricostruendo con dovizia di dettagli gran parte delle recenti e più controverse vicende economico-finanziarie, chiamando al banco degli imputati nomi che raramente capita di trovare in simili contesti, da Mario Draghi a Giovanni Bazoli, da Goldman Sachs a Carlo Azeglio Ciampi. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Naturalmente ci sono milioni di buone ragioni per diffidare dell’autore e dei suoi giudizi, per non parlare delle sue valutazioni politiche. Anche riconoscendo tutti gli abusi compiuti dalla magistratura, tutti i guasti prodotti dai cantori della Seconda Repubblica, tutti i danni dovuti al sistema maggioritario, al ruolo dei grandi giornali, all’onnipotenza della finanza, si può forse con questo assolvere o addirittura elevare a modello il sistema politico e l’assetto di potere precedenti, in cui lo stesso Pomicino ebbe ruolo e responsabilità da protagonista? No che non si può. E se anche se ne avesse la tentazione, non c’è articolo di giornale, programma televisivo o libro-inchiesta che manchi di ricordarci ogni giorno chi erano, allora e oggi, buoni e cattivi.
Alla fine è un po’ come la scommessa di Pascal, almeno stando all’interpretazione che a me pare più convincente, e cioè: solo chi già crede all’esistenza di Dio può accettare l’argomento secondo cui conviene comunque scommettere sul fatto che Dio esista – dunque comportarsi da bravi cristiani – perché tanto se non esiste non perdi nulla, mentre se esiste vinci il paradiso; ma per chi crede invece che non vi sia nulla dopo la morte, accettare una simile scommessa significherebbe giocarsi tutto – la vita terrena – per nulla, o al massimo per una sola tra le infinite ipotesi che si potrebbero formulare. E così, chi abbia trovato illuminanti e coraggiosissimi tutti gli articoli e i libri inchiesta di questi anni sui costi della politica, su Telecom e via elencando, esiterà a puntare anche solo 17 euro sul libro di Pomicino. Dunque non prenderà nemmeno in considerazione la sua tesi – che personalmente condivido – sul predominio della finanza sulla politica (e sulla democrazia). Ma poi, in fondo, chissenefrega della filosofia. Date a Geronimo una chance. (il Foglio, 16 febbraio 2008)

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