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Bello, pulito e cattivo

24/04/2008

Il divorzio dalla coalizione di centrosinistra, annunciato da Walter Veltroni con la nuova stagione, non è cosa molto diversa da quel “centrosinistra di nuovo conio” profetizzato da Francesco Rutelli già nel luglio dell’anno scorso. Quanto alla crisi dell’ideologia ulivista e della leadership di Romano Prodi, l’allora presidente della Margherita l’aveva denunciata ancora prima, con una battuta del maggio 2005 destinata a restare celebre: “Ho tirato la carretta, ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi”. L’abbandono dell’antiberlusconismo in favore del dialogo con il Caimano, poi, è la linea su cui è attestato da anni. Non è detto, però, che tutto questo torni a suo vantaggio, nel ballottaggio di domenica e lunedì, in cui dovrà riuscire a raccogliere i voti di tutti, cominciando dalla sua sinistra. Se ci riuscirà, per il futuro si troverà – come sempre – ben posizionato. Se invece non dovesse riuscirci, per lui che per primo aveva lanciato la nuova stagione senza poterne nemmeno assaggiare i frutti, sarebbe l’ennesima conferma di un’antica maledizione della sinistra: disgraziati i primi, perché saranno gli ultimi.
D’altra parte, in tutta la carriera politica di Rutelli sembra scritto il curioso destino di essere al tempo stesso predecessore e successore di Walter Veltroni: prima di Veltroni ha fatto il sindaco di Roma, lasciando il Campidoglio per candidarsi a Palazzo Chigi nel 2001; prima di Veltroni è stato incoronato da Carlo De Benedetti, editore di Espresso e Repubblica, che assieme all’allora segretario dei Ds (sempre Veltroni) fece pesare la sua preferenza contro le ambizioni di Giuliano Amato; prima di Veltroni ha corteggiato a lungo, cordialmente ricambiato, il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. E se nel 2001 Veltroni ha preso il posto di Rutelli a Roma, nel 2006 Rutelli è divenuto vicepremier e ministro dei Beni Culturali nel governo Prodi, proprio come Veltroni dieci anni prima.
Sulla strada che va dal Campidoglio a Palazzo Chigi, insomma, i due si sono incrociati più volte. Fino a oggi. Quando, ormai ex presidente della Margherita e vicepremier uscente, Rutelli è tornato là dove tutto è cominciato: la sua carriera di leader politico nazionale e quella del suo antagonista di allora, Gianfranco Fini; la Seconda Repubblica, con la prima tornata elettorale dopo Tangentopoli e l’ascesa di tanti futuri sindaci di sinistra fino a quel momento sconosciuti o semisconosciuti, ma tutti destinati a fare strada; l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi, con la dichiarazione – per i tempi sconvolgente – che se fosse stato residente nella capitale avrebbe votato per Fini, primo segno ufficiale della sua imminente “discesa in campo”.
Proprio come il suo predecessore e successore, Rutelli è un uomo che sa sorridere ai propri tempi, senza riserva. E anche più di Veltroni. Forse perché, come dice qualcuno, in fondo “Rutelli è un Veltroni che si è fatto da sé”. Senza avere cioè un partito alle spalle (né dinanzi, ormai). Navigando con la corrente, ma sapendo anche togliersi dalle secche a forza di braccia. Senz’altra imbarcazione che se stesso e la propria prontezza di riflessi, e senz’altra bussola che il proprio fiuto. Anche per questo, probabilmente, tante volte è arrivato prima dove Veltroni è arrivato più tardi, ma con maggiore forza e con maggiore stabilità.
Da leader politico nazionale, Rutelli si è scontrato con Prodi nel 2005, poco prima delle primarie che lo avrebbero incoronato leader dell’Unione; Veltroni lo ha fatto nel 2008, poco dopo le primarie che avevano incoronato leader lui. Da sindaco, Rutelli ha avviato la costruzione dell’Auditorium; Veltroni l’ha completato, inaugurato e ci ha fatto la Festa del Cinema. Rutelli si è conquistato la sua posizione combattendo palmo a palmo sul terreno. Veltroni ha aspettato paziente sulla riva del Campidoglio, fino a quando Piero Fassino e Massimo D’Alema non lo sono venuti a chiamare, offrendogli tutto il loro incondizionato sostegno alle primarie del Pd.
Questa volta, però, con Rutelli è andata diversamente. Questa volta, per la campagna del Campidoglio, Rutelli lo sono andati a chiamare, eccome. Tutti quanti, compreso Veltroni. Il vicepremier si è fatto pregare parecchio, impegnato com’era a costruire la sua rete di rapporti con i think tank democratici americani e con il network politico-intellettuale blairiano; con il mondo delle imprese e della finanza, sempre presente alle iniziative di Glocus, l’associazione guidata da Linda Lanzillotta; con la chiesa e in particolare con la Conferenza episcopale italiana di Camillo Ruini, conquistata e mai più abbandonata dai tempi del Giubileo. Nulla che non giovi e che non possa essere ulteriormente affinato da sindaco di Roma, come Veltroni ha ampiamente dimostrato. Ma non era per questo che Rutelli aveva faticato tanto.
Se abbia accettato la candidatura per spirito di servizio, perché non poteva tirarsi indietro o semplicemente per quella strana legge del pendolo che lo lega e insieme lo tiene lontano da Veltroni, difficile dire. Fatto sta che Rutelli si è buttato nella battaglia con quel misto di tenacia e furbizia che gli è abituale, con la corrente finché è possibile e a forza di braccia quand’è necessario. E adesso può considerare la sua scelta da due punti di vista: una sconfitta, un ripiegare sulla politica locale da cui aveva tentato il grande salto; oppure una consacrazione. La prova del fatto che quando le cose si mettono male, alla fine, è a lui che si rivolgono i grandi capi del centrosinistra e del Partito democratico. Il passaggio definitivo dalla qualifica di giovane promessa, che deve ancora dimostrare le sue capacità, al rango di capitano, capace di guidare la squadra nei momenti difficili. Molto dipenderà, però, da come quella scelta sarà giudicata dagli altri, e soprattutto all’esterno. Se sarà considerata come la strada obbligata di chi non aveva più molte alternative, una sconfitta contro Gianni Alemanno potrebbe essergli fatale. Altrimenti, persino la sconfitta potrebbe finire in archivio come un atto di eroismo e di generosità, come un nobile sacrificio meritevole di gratitudine (e di future ricompense).
In fondo, almeno finora, il gioco è sempre riuscito alla grande, a Rutelli come a Veltroni. Se poi sia più sotterraneo gioco di squadra o sorda guerra civile tra gli unici due abitanti di un identico spazio politico, estetico e culturale – più che difficile – è inutile dire. E’ una storia che durerà quanto dureranno le loro carriere, e probabilmente nessuno dei due sarà mai in grado di stabilire se senza la presenza dell’altro, in fin dei conti, sarebbe stato tutto più facile o più difficile, o magari impossibile. Condannati a coniugare radicalità e riformismo in Campidoglio e a rompere con la sinistra da candidati premier – per diventarne il principale bersaglio – Rutelli e Veltroni si distinguono soltanto nel tratto personale con cui affrontano uno stesso problema politico: divisivo, anche e forse soprattutto quando dovrebbe includere, il primo; inclusivo, anche e forse soprattutto quando dovrebbe escludere, il secondo. Per questo i comici di sinistra li imitano allo stesso modo, battendo sugli stessi tasti: Corrado Guzzanti quando faceva di Rutelli una via di mezzo tra Alberto Sordi e Walter Veltroni; Maurizio Crozza quando fa di Veltroni una via di mezzo tra Alberto Sordi e Francesco Rutelli (con tanto di esplicita citazione, pochi giorni fa, da “Un americano a Roma”). Tutti e due ugualmente protesi nello sforzo di essere ora moderni e americani, ora popolari e vicini ai romani, in entrambe le imitazioni precipitano verso l’inevitabile sintesi: Nando Moriconi. Eppure la straordinaria somiglianza delle loro biografie politiche non si deve a una somiglianza dei loro caratteri, ma a un identico problema di fondo. Rutelli non ha mai avuto un partito alle spalle; Veltroni non l’ha mai voluto intorno (e tanto meno alle spalle). Entrambi hanno dovuto sopperire a questa mancanza con la capacità di manovrare, tessere alleanze, costruirsi altri canali di popolarità e di consenso. Entrambi, nel novembre 2005, sono stati solennemente incoronati leader ideali del futuro Pd da Carlo De Benedetti. Proprio lui, che a suo tempo aveva fornito al presidente della Margherita in partenza verso gli Stati Uniti una lettera di presentazione per il finanziere George Soros, raccomandandolo come “un giovane politico di sicuro avvenire”. E chissà che presto i due non debbano incontrarsi di nuovo proprio nella capitale, l’uno come sindaco e l’altro come proprietario della Roma.
In quel convegno del 2005, De Benedetti incoronò “Walter e Francesco” con poche, commosse parole. “Io – disse – ho settant’anni, il Ventunesimo secolo è vostro: siete voi che rappresentate il cambiamento per il paese, perché ci vuole un ringiovanimento della classe dirigente”. Altrimenti, ammonì, l’Italia “finirà nella mani di un cardinale o di un generale”. Le stesse parole che Gianni Agnelli aveva detto a Carlo Azeglio Ciampi, ancora governatore della Banca d’Italia, quando quest’ultimo gli aveva comunicato l’intenzione di accettare l’incarico di presidente del Consiglio, nel 1993 (“Si ricordi che se fallisce – gli disse l’Avvocato – dopo di lei c’è solo un cardinale o un generale”). Se invece il futuro Pd finirà nelle mani di Rutelli e Veltroni, disse De Benedetti a conclusione del suo intervento, “tenetemi da parte la tessera numero uno”.
L’autunno del 2005 è dunque un momento decisivo, per il centrosinistra e per il Partito democratico, per Prodi, per Veltroni e per Rutelli (e certo anche per D’Alema, perché quelle sono le settimane decisive in cui si consuma la vicenda Unipol-Bnl). Ed è uno dei rarissimi momenti – forse l’unico – in cui Rutelli e Veltroni compaiono assieme, sullo stesso palco, allo stesso livello. L’editore di Repubblica benedice il ticket, che incarna – assicura – il centrosinistra del futuro; ma non dice a chi tocchi il ruolo del leader e a chi quello del vice. “Nessuno riuscirà a farmi litigare con Walter. Insieme costruiremo il Partito democratico”, ripete, in quei giorni, Rutelli. E infatti, nonostante i tanti retroscena fioriti attorno alla loro rivalità, a partire da quando il presidente della Margherita ottenne per sé il ministero dei Beni Culturali che Veltroni aveva promesso a Goffredo Bettini – mentore del primo e tutore del secondo, almeno in qualità di sindaci – i loro rapporti possono essersi raffreddati o allentati, mai però ufficialmente spezzati. Come quelle coppie che sono state insieme per una vita, condividendo abitudini e amicizie, vacanze, pranzi di Natale e colleghi di ufficio, che dopo tanti anni non potrebbero separarsi neanche se volessero, se non altro per l’inconfessabile timore – in ciascuno dei due – di essere quello che alla fine si ritroverebbe a passare le serate, le vacanze e il Natale da solo. E non è solamente una metafora. “Perché se è vero – ha scritto ieri Maria Corbi sulla Stampa – che il veltronismo salottiero è morto, seppellito dal cataclisma elettorale, e con lui anche quel partito trasversale dei salotti che votava Walter a prescindere dal credo politico, è anche vero che Rutelli è stato in fondo il creatore di questa formula con la lista Beautiful a cui parteciparono schiere di nobili, pariolini e generoni”. Tanto è vero che poche righe più in basso una signora – pretendendo però “il più assoluto anonimato” – confessa: “Il vento è girato e molte padrone di casa vorrebbero invitare Alemanno”. E tuttavia: “Hanno paura di offendere Francesco ma soprattutto sua moglie Barbara Palombelli che è amica di tutte noi”. Problemi del bipolarismo, con questo sfibrante doppio turno e con questo imprevedibile ballotaggio, con l’ospite d’onore di oggi che rischia di diventare già domani l’ultimo da invitare persino per un caffè.
A vantaggio di Rutelli, quale che sia la direzione del vento, gioca il ricordo di un’esperienza da sindaco che tutti, o quasi tutti, considerano più che positiva. Può contare sul credito conquistato presso i cattolici e presso la chiesa, e non solo con la gestione del Giubileo, ma anche dopo, da presidente della Margherita, con la battaglia in difesa della legge 40 che condusse contro tutto il resto del centrosinistra, schierato per il Sì al referendum.
A svantaggio di Rutelli giocano quindici anni di battaglie, che hanno lasciato i loro segni. C’era pure lui, sul palco, quando Nanni Moretti gridò: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Lo hanno chiamato piacione, ma si è preso la sua parte di fischi. Prodi lo definì un bello guaglione, ma si è anche sporcato le mani. Le padrone di casa forse non gli vorranno più bene, ma saprebbe rialzarsi anche stavolta, semmai il ballottaggio dovesse premiare Alemanno.
In campagna elettorale, a molti è sembrato che volesse fare con Veltroni quello che Veltroni stava facendo con Prodi: fare come se non ci fosse – o meglio – come se non ci fosse mai stato. Una campagna da leader dell’opposizione, con quei manifesti a promettere una città “più curata”, “più pulita”, “più sicura”. Perse le elezioni politiche, però, Veltroni è divenuto il primo e il più impegnato dei suoi sostenitori, con lettere agli elettori e iniziative in giro per le periferie. Bettini si è praticamente installato nel suo comitato elettorale. D’altronde, la campana del Campidoglio potrebbe suonare per tutti. Tra un’assemblea all’auditorium del Massimo, una passeggiata in Prati e una visita al Laurentino 38, anche D’Alema ieri ha passato praticamente l’intera giornata con Rutelli e con il candidato alla Provincia, Nicola Zingaretti, pure lui costretto al ballottaggio. Nel Pd tutti sono convinti che Rutelli ce la farà. Ma hanno comunque una gran paura. Al primo faccia a faccia con Alemanno, a Ballarò, anche Rutelli ha dovuto provare quanto scomoda sia la posizione di chi deve parlare del futuro e rispondere del passato, promettere rinnovamento senza disconoscere un’esperienza di quasi quindici anni di governo consecutivi. Se vincerà, potrà attendere serenamente il 2013, e poi, chissà. Se perderà, anche. Ma la sala d’attesa, in quel caso, sarà molto affollata. (il Foglio, 24 aprile 2008)

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