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Che fretta c’era

17/08/2008

Prima o poi, immagino, capita a tutti. Insomma, lo so che non sono il solo, anche quando sono il solo a dirlo, magari. Il solo che abbia pensato di dare tutte le colpe delle proprie delusioni sentimentali alla crisi dei mutui, intendo. Il fatto è che è cominciata proprio così, per me come per tutti. All’inizio ricevevo quasi solo email a proposito di “mortgage”. All’inizio-inizio, dico. Ai tempi in cui andavano i gruppi di Seattle, i telefonini con la molletta per attaccarli alla cintura perché in tasca c’entravano a stento, Tony Blair e i 4.86. I tempi in cui i modem, quando ti connettevi, facevano quel rumore assurdo e infernale, che la prima volta pensavi stesse per esplodere il computer, e forse tutta la casa. Ecco, chissà, forse se alla Federal Reserve avessero dato un occhio allo spam, a quella montagna di email che parlavano solo di “mortgage”, forse a chi di dovere si sarebbe accesa una lampadina per tempo e magari ci saremmo risparmiati un bel po’ di casini, negli anni a venire. Poi sarebbero arrivate quelle chiaramente offensive, quelle del Viagra o del Cialis, quelle che cominciavano con “Smetti di vergognarti” o “Sappiamo tutti e due qual è il tuo problema”, e in ufficio si facevano sempre le stesse battute: “Ehi, ci dev’essere un errore, mi è arrivata una lettera per te”. E insomma, alla fine ti abitui, le riconosci subito, le cancelli senza nemmeno aprirle. Per anni. Non ricordo esattamente quando cominciai a ricevere le prime lettere di Jessica, Samantha, Pamela, Susan. Non so se fosse prima o dopo il Viagra, fatto sta che ho preso subito l’odiosa abitudine di cancellare anche quelle. Eppure non erano niente male. E poi, al contrario di quelle altre, avevano subject più che rispettabili: “Hello from Jessica”, “Hi, it’s Susan”, “Do you remember me? It’s Pam”. Alcune erano proprio struggenti. E chissà quante di loro, innocenti top model casualmente incrociate in treno, in aeroporto, in qualche festa sulla spiaggia o in montagna o in qualche lontana città chissà dove, e rimaste effettivamente senz’altro recapito che un indirizzo email, povere piccole, trovato magari su google al termine di estenuanti, disperate ricerche – chissà quante, da allora, di quelle loro lettere infelici – sono finite nel cestino senza nemmeno aprirle, cancellate dalla nostra solita, sciocca, noncurante, maledetta modestia.

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