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La bolla speculativa sulle scemenze rischia di scoppiare in mano al Pd

08/11/2008

Giusto tre giorni fa, discutendo tra persone di sinistra sulle ultime dichiarazioni di Paola Binetti in tema di omosessualità e pedofilia, mi ero trovato a difendere Walter Veltroni (condizione, devo ammettere, in cui mi capita di trovarmi sempre più raramente). In particolare, difendevo l’argomento del segretario secondo cui quello dell’onorevole Binetti era un “parere personale” e un parere certamente “sbagliato” (e va bene, riconosco che si sarebbe potuto osare di più sul piano lessicale), ma che al tempo stesso, su singole opinioni, dichiarazioni o interviste, nel Partito democratico, come in qualsiasi partito democratico del mondo, non si imbastivano ridicoli processi politici. Benissimo la pubblica sconfessione, la condanna e la deprecazione – riassumevo – ma poi basta. Insomma, non facciamola lunga. “Ma allora – mi avevano obiettato i miei interlocutori – che diremo davanti alle prossime dichiarazioni di Bossi o di Borghezio?”. Ecco – avevo replicato io, sinceramente sorpreso dalla bontà della mia posizione, che avevo assunto istintivamente e fino a quel momento ancora ignaro del suo autentico valore – appunto: esattamente lo stesso.
Il giorno dopo, però, è arrivato Maurizio Gasparri, con le sue dichiarazioni su Barack Obama. E poi i manifesti del Pd. E poi tutto il penoso dibattito che ne è seguito e che ancora ne segue (ulteriormente alimentato dalle sconcertanti dichiarazioni di Silvio Berlusconi). Per i quattro o cinque che se lo fossero perso, riassumo sommariamente: Obama vince le elezioni (in caso vi fosse sfuggito anche questo), Gasparri commenta che “ora al Qaida sarà contenta”, tutti i maggiori dirigenti del Pd gridano allo scandalo e pensano bene di tappezzare le strade con manifesti in cui si vede il capogruppo del Pdl con un fumetto in cui dice quello che ha detto, sotto una grande scritta: “Vergogna”. Poi ci si mette il premier, parlando di Obama come di un presidente “giovane, bello e abbronzato”, e l’Unità di ieri ne fa un altro fumetto, su tutta la prima pagina (e pensare che avrebbe la striscia rossa sotto la testata apposta, ma evidentemente dev’essere parsa troppo poco). Infine, ancora il premier, replica alle accuse di “razzismo” e alle molte altre critiche ricevute definendo “imbecilli” i critici, mentre dal Pdl rispondono ai manifesti contro Gasparri parlando di “metodi da Br”. Un crescendo obiettivamente impressionante. Un meccanismo infernale, simile a quello delle bolle speculative: dichiarazioni subprime che vengono rivendute a tutti come politica di primo piano, entrando in altre mille successive repliche e controrepliche derivate, che dilagano su giornali e televisioni di tutto il mondo, proprio come i titoli spazzatura nelle riserve delle banche internazionali. Trattandosi pur sempre di parole – e non di soldi – alla fine, però, nessuno andrà fallito. Mentre è evidentissimo chi ci guadagni, perché non è vero che nella politica italiana non esista alcun processo di selezione dei gruppi dirigenti. Tutto questo, infatti, non è altro che un ferreo (e perverso) meccanismo di selezione: il gioco funziona così, e come in tutti gli sport, anche in questo c’è chi è più portato e chi lo è di meno. Punto e basta.
Giusto due giorni fa, ad “Anno Zero”, Pierluigi Bersani spiegava come l’illusione che il moltiplicatore finanziario potesse funzionare all’infinito, e a ritmi sempre crescenti, avesse indotto le banche a smettere di assumere persone che capissero qualcosa di economia reale, per prendere schiere di matematici che avevano familiarità soltanto con gli algoritmi. Allo stesso modo, nel dibattito pubblico italiano, è evidente come il successo di pubblico ed elettorato, auditel, urne e sondaggi, arrida ormai da anni soltanto ai professionisti di simili fregnacce-based derivati, “originated to distribute”. Un meccanismo tipico di questo quindicennio che si è chiamato Seconda Repubblica e di cui il “partito di plastica”, proprietà personale del suo leader carismatico e strumento di manovra ideale nella crescente personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, lungi dall’essere divenuto il principale obiettivo polemico dei suoi avversari, ne è divenuto il modello. Il punto infatti non è che le parole della Binetti, a voler essere pignoli, erano assai più scandalose di quelle di Gasparri. E sulla carta pure di quelle del premier, non ci fosse la piccola differenza che il premier è – appunto – premier; mentre la Binetti non è nemmeno ministro ombra.
Il punto è che la crisi del Pd è innanzi tutto crisi della sua leadership, e si sta drammaticamente avvitando su se stessa, alla disperata ricerca di sempre nuove e più immaginifiche vie d’uscita. Tutto questo, insomma, altro non è che il tentativo di rifinanziare continuamente una bolla che avrebbe dovuto scoppiare all’indomani delle ultime elezioni, quando le urne certificarono impietosamente al 33,1 per cento il “valore reale” delle azioni del Pd, a fronte di sondaggi che fino a poco prima – e per tutto il passato decennio – attribuivano al cosiddetto “effetto Veltroni” un valore oscillante tra il 90 e il 95 per cento dei voti. Il problema è che il piano di salvataggio della leadership veltroniana architettato o comunque accettato di buon grado da tutte le famigerate correnti – e non certo per altruismo, ma per paura di dover pagare il conto, dopo averne ampiamente sottoscritto le azioni alle primarie, quando il loro “valore nominale” era stratosferico – ha funzionato anche peggio del piano Paulson.
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti il nesso tra “sbornia obamista” e “modello americano”, tra partito leggero, candidature evanescenti e propaganda a fumetti. Il risultato, in poche parole, è l’aria fritta. E  per cogliere la gravità della situazione non c’è davvero bisogno di citare casi specifici, tra le molte e fin troppo note nuove leve mandate allo sbaraglio in Parlamento e in tv (che è pure peggio). Una situazione dinanzi alla quale nessun dirigente del Pd – da Massimo D’Alema a Francesco Rutelli, da Franco Marini all’ultimo segretario di federazione – potrà dire domani di non aver saputo nulla, quando sarà investito dalla furia dei correntisti che nel frattempo saranno finiti sul lastrico. Perché a questo punto la domanda non è più se, ma solo quando – e in quale misura – la crisi del Pd si rifletterà sulla politica reale. (il Foglio, 8 novembre 2008)

3 commenti leave one →
  1. 08/11/2008 14:21

    Andrà a finire che per l’ennesima volta la gente si turerà il naso anche alle europee. Prenderemo comunque un risultato inferiore rispetto alle politiche e continueremo a dare la colpa all’antipolitica.

  2. 08/11/2008 15:20

    SIAMO TUTTI ABBRONZATI

    Giuro che non è per spocchia o per mania di distinguersi a tutti i costi, ma io questa vicenda dell’ennesima battutina di berlusconi la vedo un pò diversamente.
    Nel senso che sia la battuta che le reazioni mi pare abbiano un solo nome: provincialismo.
    E per corollario l’assoluta coscienza delle nostre classi dirigenti di tale provincialismo.
    Berlusconi infatti sa che può permettersi una battuta del genere per fini di politica italiana (provinciale appunto) senza che questo comporti significativi incidenti diplomatici. Così come pochi mesi fa parlò di una chiusura dei mercati senza che nessuna azione perdesse neanche un percentile, così come quando disse che l’Islam era una cultura inferiore per poi fare entrare Gheddafi in vitali consigli di amministrazione italiani per via di un suo altissimo manager meghrebino. Può permettersi di tutto ad esclusivo uso interno (vedremo poi quale).
    Come può permettersi di tutto la sinistra tutta, e imbarcarsi in un’accusa di lesa obamità, pensando così di regolare conti che non si sanno regolare con le elezioni. Come con le corna, i kapò, scendendo fino a mogli e concubine.
    E i molti (tutti?) soloni giornalistici a chiedersi perché non abbiamo un Obama e un McCain.
    Semplice: perché ci percepiamo provinciali. McCain sa di essere sul palcoscenico del mondo e di avere un obbligo direttamente derivante dalla responsabilità di esserci, pertanto usa toni e parole da classe dirigente mondiale, non può esimersi: fa parte del livello e del gioco. Alla Scala i cantanti non si prendono per i capelli, nei teatri di provincia sì.
    E da noi ci si prende per i capelli e per avere nelle prime pagine il proprio nome vicino a quello di Obama ognuno recita il proprio canovaccio, sempre lo stesso da quattordici (14!) anni: Berlusconi fa la battutina da liceale valtour e i professorini di sinistra a dire che non si fa agitando il ditino in aria (anche il ditino virtuale, visto che nel loro affanno di cinquantenni supergiovani sono tutti a cazzeggiare su facebook).
    Per questo non ci sono Obama e McCain, siamo in provincia e se pure ne nascessero andrebbero a studiare e lavorare nelle grandi città.
    Per questo siamo tutti abbronzati, di lampada però, da veri provinciali appunto.
    E continuiamo a non capire che così facendo berlusconi ha tolto alla sinistra la possibilità di gestire (e anche su questo discuterei della distinzione tra opportunità e mimetismo) il fenomeno Obama: anche ora siamo costretti a parlare (magari male, ma meglio male che eccetera) di lui.
    Oltre a questo Berlusconi ha messo il velo alle contraddizioni del suo governo (governicchio direi, ma questa è un’altra storia): Lega, AN e Formigoni contro la riforma di Università e Ricerca, moltiplicazione del conflitto sociale, incapacità di far fronte all’impoverimento delle famiglie…
    Invece riecco la sinistretta eccitarsi per l’ennesima (presunta o cercata) gaffe, tutta impegnata nella solita mozione morale contro Berlusconi.
    Mi sarebbe piaciuto vedere un credibile leader di sinistra, serio e benvestito, dire:-Ma sì, lo sappiamo, è la solita boutade di un premier da costacrociere che maschera così il suo malgoverno e cerca di far dimenticare il suo feeling (amore lo ha chiamato un mese fa) politico con Bush, le sue guerre e le sue crisi-.
    Invece tutti a correre appresso agli editoriali di Repubblica in cui si dice che le parole di Berlusconi “grondano razzismo”.
    E nessuno che cominci a dire che il problema è che nell’agenda di Obama l’Italia verrà molto dopo del Vietnam o del Kazakistan, della Bolivia o della Nigeria (altro che BRIC e Iran!), e che proprio in virtù di questa posizione ininfluente ci si può permettere di dire tutto.
    Nessuno che dica che non si sacrifica il buon nome internazionale sull’altare delle polemiche interne solo perhé non c’è più nulla da sacrificare.
    A vederla da qui, mi pare come quando a Roma si celebravano i fasti dei Cesari e nelle province proliferavano, ridicoli, corrotti e ininfluenti, i tanti Erode.
    Così la nostra classe dirigente appare un teatrino di personaggi usciti dalla genialità di Alberto Sordi, circondati da professorini invidiosi ed antipatici.
    Detto questo, mi pare che l’uscita di Gasparri contenga un contenuto politico più grave, e bene ha fatto il PD ad appiccicare quella frase a quella faccia.
    Intanto c’è da essere contenti per i tanti americani che hanno preparato questa vittoria di Obama: i pacifisti, gli attivisti civili, i giovani studiosi innovativi, i neri dei ghetti che hanno cominciato un dialogo coi latinos di altri ghetti, i manager di aziende di frontiera, i lavoratori impoveriti, le madri preoccupate…L’elezione di Obama è di per sé un evento politico di portata simbolica eccezionale. Ora è da vedere se saprà esserlo anche sul piano della portata programmatica, sapendo che un successo o un insuccesso apriranno cicli opposti nella vita politica del mondo globalizzato.

    Andrea Masala
    Costituente PD Lazio
    Presidente ARCI Pluriverso

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  1. DestraLab » L’avevamo detto

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