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Soru apre la campagna per la Sardegna, ma punta alla guida del Pd

09/01/2009

Roma. “Se vinciamo, il centrosinistra può considerare che la sconfitta non è per sempre. Si può tornare a vincere e battere Berlusconi. Come ha fatto Prodi per due volte”. Basterebbero queste poche parole per capire che la campagna di Renato Soru in Sardegna, aperta con una lunga intervista all’Espresso in edicola oggi, punta molto oltre Sassari. Bastano e avanzano quei due nomi: Silvio Berlusconi e Romano Prodi. E quei nomi – soprattutto il secondo – ricorrono più volte nell’intervista. “Tutto è nato attorno al voto sulla legge urbanistica”, spiega Soru. “Non sono stato sconfitto dalla destra, ma da un pezzo della mia maggioranza… Si è visto il capogruppo del Pdl attraversare l’aula del Consiglio regionale e confabulare con alcuni consiglieri del Pd. Sa cosa mi ha ricordato? Ho pensato a quando è caduto il governo Prodi, a quella mortadella sventolata in Senato”.
Per l’ex presidente della Sardegna, il Pd è “una traversata nel deserto, come quella di Mosè”. Serve dunque “un leader riconosciuto che trascini il popolo smarrito”. Errori compiuti fin qui? “Forse bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l’esperienza di Romano Prodi e dell’Ulivo”. E con questa fanno tre citazioni dell’ex premier in una sola intervista. “Quella è la radice più autentica del Pd – prosegue Soru – senza, il Pd resta la somma dei soli partiti originari, spesso con vecchi personaggi che si stavano rassegnando al rinnovamento e che si sono ritrovati di nuovo alla guida”.
Non è difficile cogliere il senso di queste parole. Ma per chi non fosse particolarmente sveglio, ci pensa la copertina dell’Espresso a chiarirlo, tutta dedicata a Soru. Titolo: “Sono l’anti-Silvio”. Per il settimanale del gruppo guidato da Carlo De Benedetti, il nuovo Prodi è lui: l’ex presidente della Sardegna, nonché fondatore di Tiscali (di cui peraltro De Benedetti possiede una quota), nonché editore dell’Unità (dove peraltro Soru ha chiamato come direttore una firma storica di Repubblica, Concita De Gregorio). E così, dopo avere rivendicato pubblicamente l’influenza esercitata sulla scelta di Francesco Rutelli come leader del centrosinistra nel 2001, e dopo avere sostenuto con non minore convinzione l’ascesa di Walter Veltroni – avendo incoronato entrambi leader del Partito democratico di domani, nella famosa iniziativa del dicembre 2005 in cui disse: “Se così sarà, tenetemi da parte la tessera numero uno” – sembra proprio che Carlo De Benedetti si sia deciso a cambiare cavallo.

Dopo “Compagni Spa”
Nel Pd c’è chi l’aveva capita da un pezzo. Per la precisione, dal giorno di quell’altra terribile copertina dell’Espresso, “Compagni Spa”, seguita da fior di prime pagine di Repubblica, a rilanciare inchieste sugli amministratori locali del Pd non sempre, come dire, a prova di bomba. Nel giro di poche settimane buona parte di quei casi si è sgonfiata. Sindaci e parlamentari per i quali era stato chiesto l’arresto – e in qualche caso, come a Pescara, l’arresto era stato anche effettuato – si sono visti dare ragione dal tribunale del riesame. Ma l’editoriale di Repubblica uscito in quei giorni, con un titolo che era tutto un programma: “Senza indulgenze”, nel Pd non era passato inosservato.
E quando Walter Veltroni era sembrato mettere le vele al vento, dichiarando: “Questo non è il mio partito”, dando così l’impressione di voler scaricare i suoi amministratori, la reazione era stata veemente, tanto da parte dei popolari quanto degli ex diessini: prima in modo più esplicito, ma riservato, nella riunione del coordinamento; poi in modo appena più diplomatico, ma pubblico, alla direzione. “Non possiamo accettare la pretesa che spesso ci viene da un pezzo del mondo dell’informazione di eterodirigere la politica”, aveva detto, per esempio, Piero Fassino.
Intanto, però, il quotidiano locale “Il Sardegna” titola in prima pagina: “Soru, no all’aiuto di Veltroni”. Secondo il giornale, il segretario del Pd si sarebbe offerto per ben “sei tappe” in campagna elettorale, ma il candidato avrebbe garbatamente declinato. Nel primo pomeriggio Soru smentisce, e alla sua smentita si associa Achille Passoni, il commissario mandato in Sardegna da Veltroni con il compito di sedare l’antica guerra tra sostenitori e oppositori di Soru. Ma è chiaro che con la scelta di portare la regione alle elezioni anticipate, la sua battaglia interna Soru l’ha già vinta. E ora che in nome del rinnovamento chiede la non ricandidatura di chi abbia due mandati alle spalle (lo statuto fisserebbe il limite a tre) e suoi uomini di fiducia nelle liste, la partita è chiusa. Almeno fino alle elezioni del 14 febbraio, quando forse se ne aprirà un’altra. In caso di vittoria, s’intende. (il Foglio, 9 gennaio 2009)

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