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Il salto del Caimano

08/12/2009

Silvio Berlusconi è ormai da sette mesi sulle prime pagine di tutti i giornali per fatti che poco o nulla hanno a che fare con l’attività di governo: prima per le dichiarazioni della moglie Veronica e per tutte le vicende personali annesse e connesse (dai presidenziali festini alla richiesta di divorzio); quindi per gli sviluppi del processo Mills; poi per l’enorme risarcimento comminatogli dalla sentenza sul lodo Mondadori; infine per le dichiarazioni del pentito Spatuzza sulle stragi mafiose del ’93.
Quale che sia il giudizio sul presidente del Consiglio e sui suoi comportamenti, non si può non avvertire che in tutto questo c’è qualcosa che non va. Con la conferenza stampa in diretta mondiale del pentito Spatuzza prima, e con la manifestazione contro Berlusconi “nata su Facebook” poi, si direbbe ampiamente superato quel momento decisivo che per le serie televisive è noto come “il salto dello squalo” (da quando Fonzie si produsse nella prova sugli sci d’acqua, sempre con l’immancabile giubbotto di pelle indosso, uccidendo ogni possibile sospensione d’incredulità residua anche nei più accaniti fan di Happy Days).
A una simile distorsione della lotta politica maggioranza e opposizione reagiscono però in modo specularmente schizofrenico. La reazione di Berlusconi, infatti, si risolve nel cercare sempre nuove forzature dell’ordinamento costituzionale in chiave presidenzialista, per non dire monarchica, sfidando apertamente qualsiasi autorità terza non voglia conformarsi alla sua personale concezione del principio di maggioranza: il presidente del Consiglio colpisce così al cuore il principio basilare della divisione dei poteri, salvo poi invocare il ripristino di garanzie e contrappesi adeguati dinanzi allo straripare del potere giudiziario. L’opposizione, dal canto suo, grida al regime e si mobilita a difesa della Costituzione, ma ne avalla di fatto lo smantellamento. E non solo su giustizia e politica, perché la divisione e l’equilibrio tra i poteri previsti dalla Costituzione del ’48 sono stati già duramente compromessi da quindici anni di manomissioni referendarie e parlamentari, ben prima del Lodo Alfano, con l’attivo e internissimo concorso del centrosinistra.
Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani dovrebbero dunque rendersi conto di quanto il sinistro scampanio del “No-B Day” risuoni per loro, e per tutti e due in egual misura. In nome della lotta alla “partitocrazia”, alla corruzione e allo strapotere della “casta”, nel corso di questi quindici anni, si è abbattuto un intero sistema di pesi e contrappesi politico-istituzionali: nel partito personale, moderno e leggero, in cui le correnti sono messe al bando e non è prevista alcuna forma di democrazia interna, nessuno può legittimamente mettere in discussione il leader. In nome della governabilità e del bipolarismo si è raccontato agli italiani che con il loro voto avevano il diritto di scegliere non già il Parlamento, ma direttamente il governo, e pure il presidente del Consiglio (il cui nome è stato proditoriamente inserito sulla scheda elettorale, ad alimentare quella falsa convinzione). La decadenza e l’emarginazione del Parlamento che ora tanti lamentano è frutto di queste scelte, che a sinistra molti ancora rivendicano. Il Parlamento è stato di fatto sottomesso al governo, e il governo al presidente del Consiglio. E lo stesso è accaduto dentro i partiti, ormai quasi tutti ridotti a proprietà personale di leader inamovibili.
A che serve adesso scandalizzarsi, si potrebbe dunque dire all’opposizione, per gli attacchi del presidente del Consiglio al Quirinale, alla Corte costituzionale, alla magistratura e a qualunque autorità non voglia piegarsi alla sua personale concezione del principio di maggioranza, dopo avere tanto a lungo coltivato e messo in pratica quella stessa filosofia? Ma si potrebbe rivolgere una domanda analoga anche al presidente del Consiglio, quando questi grida all’accerchiamento, sentendosi minacciato da parte di un ampio ed eterogeneo schieramento che non esita a colpirlo negli affetti, nel patrimonio e nella reputazione. Di cosa si lamenta? E’ il bipolarismo, bellezza, si potrebbe dire.  
Uscire dalle difficoltà portando all’estremo l’alterazione degli equilibri costituzionali a vantaggio del presidente del Consiglio, concludendo degnamente la lenta progressione della Seconda Repubblica dalla democrazia parlamentare alla tirannide, a ben vedere, non conviene nemmeno a Berlusconi. E il presidente del Consiglio farebbe bene a riflettere sul fatto che nelle democrazie parlamentari i capi di governo sono costretti a dimettersi, ma con i tiranni si fa altrimenti. L’accerchiamento di cui oggi Berlusconi si sente vittima è in fondo il frutto dei suoi successi. Fondatore del bipolarismo italiano nel ’94 e suo principale beneficiario in questi quindici anni, adesso sembra apprestarsi a pagarne il conto.
Quel sistema maggioritario che costringe l’intero centrodestra ad allinearsi sotto il suo comando è infatti assieme la sua forza e la sua condanna; non consentendo un normale meccanismo di ricambio politico, quel meccanismo perverso comprime tutte le forze ostili ai suoi confini, le costringe a ricercare altre vie di sfogo, esterne al sistema e dunque non governabili. E tutto lascia pensare che ormai siamo vicini al punto di rottura.
Berlusconi certo non può augurarsi un simile esito, ma in cuor suo non può augurarselo nemmeno Bersani, al quale il copione riserva una parte da vincitore, ma portato al trionfo in catene, e già pronto a seguire il suo predecessore nel breve viaggio dall’incoronazione alla gogna.
Per sfuggire a questo spiacevole destino, ciascuno dei due deve rinunciare a qualcosa e correre dei rischi. Berlusconi dovrebbe capire che sulla strada delle forzature istituzionali, per affermare il suo potere assoluto al di sopra della legge e di ogni altra istituzione, finirà per coalizzare contro di sé la più ampia alleanza di forze politiche e sociali mai vista in Italia. Un’alleanza che in nome della liberazione dal tiranno potrà fare ben poche distinzioni tra mezzi e fini, e anche i più ragionevoli e moderati tra i suoi avversari, per il bene supremo della nazione, non esiteranno a schierarsi dietro il pentito Spatuzza o la signorina D’Addario, senza andare troppo per il sottile. Bersani dovrebbe capire però che una simile vittoria non sarebbe la sua, e prima di risolversi a questa strada bisognerà almeno tentare l’altra, se Berlusconi lo permetterà. Non già “tornare alla Prima Repubblica”, come paventano gli esagitati, ma semplicemente tornare alla Costituzione del ’48 e alla centralità del Parlamento, all’elezione dei rappresentanti del popolo senza vincolo di mandato e con tutte le garanzie previste in Europa per i parlamentari anche rispetto alle inchieste giudiziarie.
E’ una strada difficile, che probabilmente spaccherebbe il centrosinistra, il Partito democratico e la stessa maggioranza che sostiene Bersani. E’ il salto del Caimano: tentare una simile strada contando solo sull’affidabilità di Berlusconi, da parte del segretario del Pd, sarebbe un azzardo ai limiti dell’assurdo. Anche solo per cominciare, il minimo che Bersani possa chiedere al presidente del Consiglio è l’accantonamento della legge sul cosiddetto processo-breve. Se non otterrà nemmeno questo, dinanzi alla linea distruttiva e anti-istituzionale del presidente del Consiglio, a Bersani non resterà che la strada del fronte di liberazione, rimandando a un futuro migliore il necessario riassetto dei poteri e dello stato di diritto.
Nel frattempo, i difensori della Seconda Repubblica dovrebbero però riflettere sul fatto che il bipolarismo indotto forzatamente dal sistema maggioritario avrebbe dovuto portare alla “costituzionalizzazione” delle estreme e alla governabilità, come tanti di loro ci hanno spiegato in tutti questi anni. Ha portato invece alla radicalizzazione delle forze centrali e all’ingovernabilità. Una volta ogni tanto,  come con le automobili, è consigliabile fare una revisione anche alle proprie convinzioni più radicate. (il Foglio, 8 dicembre 2009)

4 commenti leave one →
  1. simone.liuzzi permalink
    08/12/2009 12:57

    Resta da capire se finirà con un sussurro o con un botto.

  2. 08/12/2009 17:27

    no, dico, la bicamerale l’abbiamo proprio rimossa … con quello gli accordi, intesi come compromesso, non sono possibili. a me sembra tanto chiaro.

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