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Lo spettro del Pci che turba i nuovisti del Pd

04/02/2011

Il novantesimo anniversario dalla fondazione del Pci, il 21 gennaio, e il ventesimo dal suo scioglimento, che ricorreva ieri, hanno offerto l’occasione di riaprire quello che a sinistra è stato a lungo il dibattito per eccellenza, quasi una prova d’esame per intellettuali d’area: natura e peculiarità del Pci, con brevi cenni sull’attualità (a piacere).
L’occasione era offerta anche dalla bella mostra che fino a domenica si può visitare all’Acquario romano. Occasione che non è stata colta, comprensibilmente, da chi negli stessi giorni era impegnato a celebrare l’anniversario del “Lingotto”. Ma anche dal resto della famiglia sono venute più che altro formule di circostanza: una parola buona per l’illustre scomparso, qualche aneddoto sul bel tempo andato, un garbato accenno di autocritica, arrivederci e grazie.
Le ragioni politiche che consigliavano il tono minore, almeno nel Pd, sono evidenti. Qualcuno però ha tentato di smuovere le acque. Per esempio, Emanuele Macaluso, che dalla sua rivista, Le ragioni del socialismo, è tornato sui motivi della sua antica critica al Pd, che si può riassumere in due punti: 1) in questi venti anni che ci separano dalla fine del Pci “è prevalsa una linea politico-culturale volta alla cancellazione della storia dei partiti che costruirono la democrazia”; 2) nel gruppo dirigente che ha dato vita a Pds, Ds e Pd “questa scelta è stata fatta per non fare i conti sino in fondo… con la storia e l’eredità del Pci”. Può sembrare una critica facile (tutto si può far meglio) e al tempo stesso ingenerosa (non poco è stato fatto). Forse, invece, dovrebbe essere ripresa in forma persino più radicale.
Sulla stessa rivista, tra gli altri, c’è un intervento di Claudio Petruccioli (a suo tempo tra i dirigenti più vicini ad Achille Occhetto), che individua il limite principale della svolta della Bolognina nella mancanza di una contestuale “rivoluzione culturale” nel partito. Un tema su cui sarebbe utile un “franco dibattito” tra dirigenti di allora e di oggi, da Alfredo Reichlin allo stesso Occhetto (ma anche con i socialisti). A partire dal seguente paradosso: se tutto nasce da quella “linea politico-culturale” volta alla “cancellazione della storia dei partiti” di cui parla Macaluso, se è stata questa corrente impetuosa a travolgere prima il Psi e poi, in forme diverse ma ancora oggi visibili, gli stessi ex comunisti, ebbene, questa linea non è forse partita proprio da Craxi (penso, per dirne solo una, alla lotta contro il “consociativismo” Dc-Pci), e non è stata forse ripresa in forme ancora più estreme (il nuovismo) da Occhetto e dagli “svoltisti”? Altro che “rivoluzione culturale”. E’ prevalsa piuttosto l’ossessione per la cancellazione della storia tout-court, con l’interdetto all’idea stessa che il futuro potesse essere figlio di un progetto, e di un progetto collettivo.
E’ questa innovazione filosofica degli anni 80 che ha distrutto i partiti, travolti dalla furia nuovista che ancora oggi attrae tanti giovani dirigenti del Pd. Ma vale per i partiti quello che nella psicanalisi vale per gli individui: è la rimozione del passato che li condanna a riviverlo. Per superarlo, occorre invece un doloroso processo di rielaborazione. I giovani che la storia del Pci volessero chiuderla sul serio, pertanto, faranno bene a uscire per un giorno dall’acquario democratico e a rinchiudersi nell’Acquario romano. Se vogliono esserci loro, dietro il tavolo, alla commemorazione del 2021. (il Foglio, 4 febbraio 2011)

3 commenti leave one →
  1. giuseppe permalink
    04/02/2011 13:08

    Caro Cundari, che la sinistra nel suo complesso non abbia fatto i conti con la sua storia è un dato accertato, nessuno a sinistra si è posto il problema del postcomunismo e del postsocialismo . Solo Berlusconi continua a vedere sempre comunisti in giro, credo non ve ne siano più salvo Diliberto e fino ad un certo punto Ferrero, più qualcuno nella base che vive di ricordi.
    Nessuno si pose il problema del riformismo socialista ,Craxi che lo rovinò con gli affari anche dei nani e ballerini; i suoi eredi semplificarono il percorso di rigenerazione politica affluendo numerosi alla corte del nuovo che avanzava, trasformando quel riformismo nel liberalismo degli affari del nuovo padrone e distrussero una storia ed un patrimonio che andava difeso.
    Gli eredi del PCI , ripercorrendo una strada più facile e con il solito atto di presunzione di saper vedere meglio degli altri, pensarono di semplificare tutto cambiando prima il nome e poi cancellando la loro storia senza affrontare il problema reale che era evidente: quale riformismo dopo la caduta del muro di Berlino…poi il matrimonio mal riuscito con gli exdemocristiani ha fatto il resto.Oggi non sono chiari nè il cammino nè il patrimonio culturale; è in atto una sorta di sistema radiale per cui ognuno va per la sua strada e c’è chi rinnega tutto. Credo che serva una grande riflessione sul riformismo . Chi come me è stato socialista e con grande tormento interno ha vissuto la diaspora socialista,superando anche il risentimento umano e politico dell’ostracismo comunista , ha aderito al PD per contribuire a realizzare un grande partito riformista dove siano chiari programmi ed obiettivi e che ponga al centro di tutta la sua azione il lavoro in tutte le sue espressioni economiche.

    • simonetta permalink
      04/02/2011 15:34

      “quale riformismo dopo la caduta del muro di Berlino?” è l’interrogativo che si dovrebbero porre i piddini, ex democristiani compresi. La risposta sarà l’identità del PD.

  2. Anonimo permalink
    05/02/2011 14:34

    Eh, sì, ma non è mica una questione da poco…si tratta di decidere inanzitutto SE, sia possibile una politica riformista di riduzione delle disuguaglianze nel capitalismo finanziario e globalizzato.
    io qualche dubbio -anzi più di qualche dubbio, considerati i passi indietro fatti dai miei pari negli ultimi trent’anni come prospettive di vita, e dalle forze della sinistra ccome capacità di spostare la società sulle propie tesi.

    al comunismo, come vent’anni fa quando votai sì al cambio del nome, non ci credo , nè come realizzazione storica, nè come “luogo dell’anima”…ma dopo vent’anni non credo nemmeno più al capitalismo gestibile da sinistra, in termini di democratizzazione delle risorse e del potere.
    insomma, se il comunismo era già fallito nel ’56, direi che il riformismo è fallito più o meno nel solito periodo nel quale noi lo abbiamo abbracciato -il solito ns. tempismo !

    non voglio accettare la società gerarchica come un dato immodificabile : si accettano suggerimenti.

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