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Lo spettro della vittoria prematura

14/06/2011
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Da almeno un anno si aggira per il nostro dibattito pubblico il fantasma del ’93, o per meglio dire il suo “spirito”. Come auspicio o come minaccia, con entusiasmo o con angoscia, tutti i momenti di maggiore difficoltà del centrodestra e in particolare di Silvio Berlusconi sono stati accompagnati dall’evocazione di un simile spettro. Nelle contestazioni in strada, nelle tensioni all’interno del Pdl, persino dietro il successo di una trasmissione televisiva e l’insuccesso di un’altra, in ciascuno di questi fatti non è mancato chi intravedesse, ogni volta, lo spirito del ’93.
A queste ripetute evocazioni, per mesi e mesi, le persone sagge e con i piedi per terra hanno risposto ridimensionando le analogie con la crisi della Prima Repubblica e sottolineando invece le differenze. Sta di fatto, però, che nelle ultime settimane le analogie sono aumentate parecchio: alla crescente centralità assunta dalle inchieste e dagli scandali politico-giudiziari, alla crisi economica e alle difficoltà di bilancio, al montare di un clima di generale delegittimazione dei partiti e delle istituzioni – a tutte queste già non piccole analogie – si sono aggiunte infatti una vittoria delle forze progressiste alle elezioni amministrative e ora anche ai referendum.
Nel 1994, la disfatta della sinistra fu grandemente facilitata proprio dal suo prematuro entusiasmo per una vittoria che le appariva scontata e addirittura dovuta, dopo tanti anni di opposizione, ma soprattutto dall’illusione di poter cavalcare la tigre della delegittimazione dei partiti e delle istituzioni senza venirne sbalazata alla prima curva, e sbranata alla prima esitazione. E di poterlo fare in nome di una confusa idea di democrazia diretta e immediata, che l’infatuazione per le nuove tecnologie rende oggi ancora più seducente, ma che già allora trovò un interprete ben più capace e credibile in Berlusconi e nel suo non-partito, e nella sua profonda insofferenza per ogni contrappeso istituzionale, ogni contropotere, ogni organismo collettivo capace di controbilanciare il potere del leader. In breve, per tutto quello che ancora oggi ama chiamare “il teatrino della politica”.
Indubbiamente, la tenacia con cui fino a oggi Pier Luigi Bersani ha tenuto ferma la strategia dell’attenzione verso il centro, nonostante tutti gli attacchi che questa scelta gli ha attirato, dimostra quanto meno la sua consapevolezza del rischio. Perché il vero rischio, per la sinistra di oggi, non è certo un ritorno alla litigiosa Unione prodiana, come ripetono ossessivamente tutti quelli che la sinistra la vorrebbero sempre all’opposizione e possibilmente dietro la lavagna, ma una riedizione della gioiosa macchina da guerra occhettiana. Va detto, tuttavia, che già da qualche tempo, a mano a mano che gli indizi si accavallavano e la sensazione di dejà vu cresceva, il parallelo con la crisi dei primi anni 90 ha spinto molti a stemperare gli entusiasmi, ricordando alla sinistra come finì nel ’94. Questa giusta osservazione potrebbe però essere approfondita.
E’ un fatto, per cominciare, che dagli ultimi governi della Prima Repubblica ai primi della Seconda vi è stato uno spostamento a destra semplicemente inimmaginabile fino a un attimo prima: nelle concrete scelte di politica economica e sociale del governo, nella collocazione e nella storia dei partiti di maggioranza, nella condotta e anche nelle parole d’ordine del governo in politica estera, più in generale nelle categorie del dibattito pubblico e persino nel lessico adoperato da politici e commentatori. Da nessun punto di vista la stagione dei governi di Giulio Andreotti e Bettino Craxi – che erano peraltro, tecnicamente, governi di centrosinistra – è minimamente paragonabile a quella del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi.
Riconosciuto che i tempi cambiano, concesso che nel 1991 cadeva l’Unione sovietica e l’intero sistema dei paesi comunisti, ricordato che arrivava la globalizzazione – qualunque cosa ciò voglia dire, e ammesso che il termine significhi effettivamente qualcosa – la domanda che dovrebbe agitare i sonni dei vincitori di oggi è dunque la seguente: se lo spirito del ’93 produsse allora uno spostamento a destra come quello da Andreotti e Craxi a Berlusconi e Bossi, dove potrebbe mai portarci oggi, che a Berlusconi e Bossi ci siamo già? (il Foglio, 14 giugno 2011)

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