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La discarica delle riforme

27/10/2014

il FoglioAgbogbloshie è una baraccopoli di quarantamila abitanti che sorge nei dintorni di Accra, capitale del Ghana, ed è famosa per ospitare una delle più grandi discariche tecnologiche del mondo. I nostri vecchi modem, mouse e stampanti vengono a morire qui. E qui, ogni giorno, i loro resti vengono bruciati per estrarne rame, alluminio, ottone e zinco, sollevando una densa coltre di fumo tossico che non abbandona mai la zona. A questo luogo, che gli abitanti chiamano non per niente “Sodoma e Gomorra”, il fotografo sudafricano Pieter Hugo ha dedicato anni fa una mostra dal titolo significativo: “Permanent error”. Se l’ingegneria istituzionale producesse la stessa mole di rifiuti solidi dell’ingegneria elettronica, non c’è dubbio che negli ultimi venti anni sarebbe sorta attorno a Roma una discarica non meno estesa e inquietante. E non meno tossica, almeno a giudicare dalle esalazioni che continuano a inquinare il dibattito sulle riforme e sulla legge elettorale, come si è visto da ultimo nella direzione del Pd di lunedì scorso e in particolare nella relazione di Matteo Renzi.
Tra il 1992 e il 1993, dinanzi alla crisi della Prima Repubblica e a un sistema politico finalmente sbloccato dal crollo del comunismo, i precursori del futuro centrosinistra pensarono bene di rimpiazzare il bipolarismo mondiale Stati Uniti-Unione sovietica con il bipolarismo di coalizione centrodestra-centrosinistra. Non per niente Silvio Berlusconi, che fu il primo a capirne la logica, aggregò il suo campo all’insegna dell’anticomunismo. Oggi che la crisi del centrodestra sembra di nuovo sbloccare il sistema, e che la Consulta ha finalmente ridato all’Italia una legge elettorale compatibile con il suo disegno costituzionale, ecco dunque tornare in campo gli stessi argomenti e gli stessi slogan di venti anni fa, come se nel frattempo non ne avessimo fatto la prova.
Forse non si è ancora riflettuto abbastanza sul fatto che per due volte, nel corso di questi vent’anni, abbiamo fatto prevalere il dettato costituzionale, secondo cui l’Italia è una repubblica parlamentare, contro lo “spirito del maggioritario” e la fictio iuris del vincitore eletto direttamente dal popolo la sera stessa del voto. La prima nel 1995, con il governo Dini, per entrare nell’euro. La seconda nel 2011, con il governo Monti, per restarci. Tra questi due estremi, l’Italia non ha fatto un solo passo avanti, paralizzata dall’inconcludente alternanza tra coalizioni-accozzaglia variabili nell’estensione e nella fisionomia, ma sempre ugualmente radicalizzate dal peso delle forze marginali (altro che “costituzionalizzazione delle estreme”) e dalla logica stessa del meccanismo elettorale. In altre parole, il sistema non ha mai funzionato, neppure per un momento. E quando, per ragioni internazionali, di un governo e di un sistema politico funzionanti non si è potuto proprio fare a meno, come nelle due crisi summenzionate, quel sistema è stato di fatto sospeso (salvo non trarne alcuna conseguenza e ricominciare da capo appena passata la tempesta).
Da questo punto di vista, l’ipotesi di assegnare il premio di maggioranza alla lista e non più alla coalizione – mostruosità sconosciuta a qualsiasi democrazia avanzata – è certo un passo avanti. Renzi però dovrebbe farsi una domanda. Diciamo che alle elezioni il primo partito si fermi a un soffio dalla soglia per ottenere il premio, fissata al 40 per cento, con il secondo partito piantato al 19. Ebbene, come si fa ad accettare che due settimane dopo, magari anche con la metà dell’affluenza, il ballottaggio possa decidere che al primo turno si è scherzato, e assegnare la maggioranza assoluta al partito che al primo turno aveva preso appena il 19 per cento, facendolo passare d’un balzo dal 19 al 55, mentre quello che aveva preso il 40, cioè un numero di voti sufficiente a vincere le elezioni in qualunque parte del mondo, verrebbe spedito all’opposizione? In Francia e in altri paesi esiste il doppio turno di collegio, che produce senza dubbio mille distorsioni, ma è comunque un’altra cosa dal modello “Scherzi a parte”. Non foss’altro perché le distorsioni suddette, riguardando ciascun collegio, finiscono bene o male per compensarsi tra di loro. E infatti quando questo non è possibile perché i candidati sono gli stessi per tutto il territorio nazionale, come nell’elezione del presidente della Repubblica, succede pure che tali distorsioni non si compensino affatto: ricordate il ballottaggio tra Chirac e Le Pen, con il candidato socialista fatto fuori dalla concorrenza di ben quattro diverse liste trotzkiste, nella Francia del 2002? E poi dicono che il proporzionale incoraggia la frammentazione.
Insomma, che vada alla lista o alla coalizione, il problema dell’Italicum rimane il premio di maggioranza, ma soprattutto la logica che c’è dietro: il principio secondo cui la sera stessa del voto dev’esserci un vincitore e tale vincitore, anche se ha preso un solo voto in più degli altri, deve avere una maggioranza schiacciante. Rien ne va plus. The winner takes all. Chi vince si prende tutto il cucuzzaro. Certo in direzione Renzi ha avuto buon gioco a ricordare come questo sia sempre stato l’obiettivo di tutte le proposte di legge elettorale avanzate dal centrosinistra in questi anni. Ma avrebbe potuto aggiungere: e anche dal centrodestra. Questa è stata infatti la logica di tutti i sistemi realizzati o anche solo discussi negli ultimi venti anni, dal Mattarellum al Porcellum, passando per tutte le varianti dell’Italicum, che per brevità chiameremo Cucuzzarum.
Ecco, ricordando a tutti che nel 2006 la famigerata legge Calderoli non ha mancato di assicurare un vincitore certo persino con un distacco di appena 26 mila voti, forse non sarebbe fuori luogo un supplemento di riflessione sui risultati concreti ottenuti da leggi elettorali fatte con questo spirito, dal 1993 a oggi. Una passione nata non a caso, nella sinistra, dalla tentazione di poter fare finalmente cappotto, dinanzi allo sfarinarsi degli storici avversari e dell’intero sistema che per quarant’anni l’aveva tenuta all’opposizione. E che la spinse a edificare il sistema con cui Berlusconi l’avrebbe tenuta in minoranza per buona parte dei successivi venti. Per non ripetere gli errori del passato, magari con un altro e più capelluto imprenditore della comunicazione in veste di Berlusconi 2.0, potrebbe essere utile farsi una passeggiata tra i reperti dell’ingegneria istituzionale degli anni Novanta e Duemila. Una veloce ripassatina permetterebbe magari di individuare più facilmente l’“errore di sistema” che ha paralizzato la Seconda Repubblica. E forse, dopo tanti anni, ci insegnerebbe anche a diffidare un po’ dei tanti dottor Stranamore con i quali abbiamo progressivamente ridotto la politica italiana in politologia, e infine in poltiglia. Una melassa che ha reso il nostro dibattito pubblico sempre più insignificante. Un ventennale viaggio al termine della notte che non ha mai visto l’alba di un sistema politico funzionante, ma che in compenso ha reso ciascuno di noi sempre più simile al personaggio con cui si apre il romanzo di Céline: “Un furbetto… e tutto ciò che c’era d’avanzato nel campo delle opinioni”.

(il Foglio, 25 ottobre 2014)

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