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La teoria economica nei grandi romanzi

28/10/2015

unitaTra le affermazioni dell’economista Thomas Piketty che hanno sollevato maggiori discussioni tra i suoi colleghi c’è senza dubbio la dura critica alla loro «passione per la matematica e per le astrazioni puramente teoriche», a scapito «della ricerca storica e del raccordo con le altre scienze sociali». E persino, si direbbe, della letteratura. Tanto che nel suo best seller, Il capitale nel XXI secolo (Bompiani), Piketty non esita ad affermare che i romanzi di Jane Austen e di Balzac «ci offrono quadri assai esaurienti della distribuzione delle ricchezze nel Regno Unito e in Francia nel periodo 1790-1830».
In verità, nonostante la nomea di «scienza triste», l’economia non è sempre stata quell’arida distesa di equazioni criticata da Piketty (e non solo da lui). Non c’è bisogno di ricordare la quantità inesauribile di citazioni letterarie e filosofiche dei testi economici di Karl Marx, che per spiegare la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio, per fare solo un esempio, si intratteneva in una nota, proprio all’inizio del Capitale, sul fatto che non a caso «durante il secolo XVII troviamo ancora spesso negli scrittori inglesi worth per valore d’uso, e value per valore di scambio: proprio nello spirito d’una lingua che ama esprimere la cosa immediata con voci germaniche e la cosa riflessa con voci romanze». Il fatto è che l’economia nasce come una branca della filosofia morale, e filosofo prima di tutto si considerava, ad esempio, Adam Smith, padre dell’economia politica e nume tutelare del libero mercato, al quale dobbiamo tra l’altro l’immagine (letterariamente efficacissima) della «mano invisibile».
Ma se è vero che economia e letteratura si sono incrociate più volte in passato e oggi, dopo la sbornia matematica, paiono riavvicinarsi, a nostra memoria nessuno finora aveva mai pensato di stilare un breve corso di economia fondandosi esclusivamente, per illustrare le diverse teorie, sulle pagine dei maggiori capolavori della narrativa occidentale. Lo ha fatto un dirigente della Banca d’Italia, Giandomenico Scarpelli, in un libro agile e brillantissimo, La ricchezza delle emozioni (Carocci), che nel titolo fa evidentemente il verso all’opera maggiore di Adam Smith, La ricchezza delle nazioni.
Difficile dire se questo piccolo manuale di economia mascherato da libro di letteratura (o viceversa) possa vantare una completezza maggiore nell’uno o nell’altro campo. A prima vista, si direbbe che non manchi nessuno: da Keynes a Tolstoj, da Marcel Proust a Milton Friedman. Con un duplice vantaggio. Il primo per chi capisca poco di economia e non abbia mai afferrato, ad esempio, espressioni come «rischio di controparte» o «crisi di liquidità»: nelle pagine del Conte di Montecristo troverà una spiegazione, se non più chiara, certo assai più piacevole di tante analisi specialistiche. Ma il secondo vantaggio, forse ancor più prezioso, è per tutti quei lettori del Conte di Montecristo, per restare al nostro esempio, che non hanno mai capito cosa combini esattamente Edmond Dantès per mandare sul lastrico il banchiere Danglars, e non vedevano l’ora che qualcuno glielo spiegasse.

(L’Unità, 26 ottobre 2015)

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