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Il presepe europeo

17/11/2011

Quando ieri Mario Monti ha letto la lista dei ministri non ho avuto le crisi mistiche di alcuni commentatori, ma ho pensato che genesi e composizione del governo mostrassero un certo equilibrio. Si tratta evidentemente di un gruppo molto omogeneo per estrazione e cultura, in larga misura appartenente all’ambiente economico-accademico del Nord, riconducibile per formazione alla tradizione del cattolicesimo liberale lombardo. Un’impronta particolarmente evidente nell’enfasi con cui oggi Monti si è richiamato in Senato al filone europeista Adenauer-Monnet-Schuman-De Gasperi (con la stessa devozione con cui i comunisti italiani esibivano la loro genealogia dell’idealismo De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci). Dentro questo ben definito perimetro, tuttavia, mi era sembrato che la decisione di incontrare anche le parti sociali prima di sciogliere la riserva, la rinuncia a ministri che rappresentassero la continuità con il governo Berlusconi e in generale un tratto di misura e saggezza del presidente incaricato incoraggiassero, con un po’ di ottimismo, a sperare per il meglio. Oggi, dopo avere ascoltato il discorso di Monti in Senato, non ho cambiato idea, ma sono meno ottimista. Tralascio alcuni suoi accenni, per esempio alla riforma del mercato del lavoro, che non accreditano la tesi della saggezza e della misura. Staremo a vedere. Mi resta però un senso di inquietudine. Da un lato per una ragione di carattere strutturale, che riguarda lo spread fra il tasso di conformismo del nostro dibattito pubblico e quello della Corea del Nord (definitivamente distanziata con la commossa esultanza di Vasco Rossi via Facebook dinanzi all’insediamento del nuovo governo). Dall’altro per una ragione di carattere personale: non mi sono mai piaciuti I promessi sposi.