Vendere il niente
Un’intera pagina del Corriere della sera affidava domenica a tre celebri sondaggisti l’analisi di “Tutte le mosse giuste e i punti deboli nella corsa dei leader”. Una scelta dettata forse dall’idea che in quel momento, nel giorno dell’apertura delle urne, fosse meglio lasciar parlare la voce asettica e indiscutibile della scienza. In quella pagina, tra i punti deboli di Pier Luigi Bersani, per fare un esempio, era indicato il seguente: “Non crede nei sondaggi, dovrebbe fare come De Gaulle che li consultava ogni lunedì e ogni venerdì”.
In verità non c’è partito che non riceva regolarmente i sondaggi del proprio istituto di riferimento. Anche qui, la politica ha seguito l’economia: si è finanziarizzata. E’ scivolata inesorabilmente nella realtà virtuale, con la straordinaria ipertrofia della comunicazione e del marketing a danno della produzione degli stessi beni da reclamizzare. L’esito ultimo, e logicamente inevitabile, è la necessità di vendere il niente: in economia come in politica. Un sistema completamente autoreferenziale, in cui tutto si basa sulla comunicazione istantanea, e ogni decisione è dettata dall’ultima variazione dell’indice di gradimento, della televisione o della borsa. In questo gioco, gli istituti di sondaggi stanno ai partiti come le società di rating alle società quotate. Da un lato, giornali, telegiornali e talk-show appaltano loro lo spazio dell’analisi politica, spazio in cui valutazioni sempre più ampie e discrezionali vengono fornite con il crisma della scienza, se non direttamente come voce del popolo. Dall’altro lato, tutti i partiti si servono regolarmente degli stessi analisti che sui giornali li giudicano, misurano e ammoniscono. E spesso fanno altrettanto diversi aspiranti leader dello stesso partito o della stessa coalizione, ciascuno per proprio conto e magari di nascosto l’uno dall’altro. Leggi tutto…
