La chiave del libro di Pier Luigi Bersani, “Per una buona ragione” (Laterza), si trova già nelle primissime pagine, solo un po’ nascosta dietro l’apparenza di una notazione marginale sul suo modo di esprimersi. Un linguaggio, osservano i due intervistatori, Miguel Gotor e Claudio Sardo, criticato da alcuni come “troppo colloquiale” e oggetto di una “divertente satira televisiva” (l’imitazione di Maurizio Crozza). E’ qui che Bersani, difendendo il suo sermo humilis, parla del valore democratico della metafora, che sostituisce i “termini propri o specialistici” con espressioni figurate, e che nel farlo “traspone l’intero concetto senza semplificarlo”, perché si basa “su un’intuizione immediata alla portata di tutti”. Il punto è che “chi ha meno strumenti non deve essere costretto a ricevere un messaggio parziale o impoverito”. E questo, conclude Bersani, confermando così il carattere metaforico della stessa digressione sulle metafore, è in fondo “il dovere di ogni buon politico, che altrimenti veste i panni del demagogo o del retore”. Quello che Bersani non dice è quanto sia scivoloso quel confine, tra divulgazione e semplificazione, dunque tra democratico e demagogico, popolare e populista. Leggi tutto…
