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Lasciate le rughe a Don Chisciotte

03/07/2015

unitaIn Italia il problema della lingua in cui sono scritti i classici della letteratura, di quanto sia ancora comprensibile e godibile per il grande pubblico, si è posto più che altro per le traduzioni. Se ne discusse a lungo, per esempio, a proposito del “Giovane Holden”, che era un bel rebus sin dal titolo: “The catcher in the rye”. Data la scarsa familiarità del pubblico italiano con il linguaggio del baseball e con il whisky-rye, spiegava una nota dell’editore Einaudi scritta da Italo Calvino nel vano tentativo di prevenire l’inevitabile polemica, l’alternativa sarebbe stata intitolarlo “Il terzino nella grappa”. Ma a ben vedere il titolo era forse il problema minore. La nuova traduzione di Matteo Colombo uscita l’anno scorso è figlia anche di questo annoso dibattito sull’attualità di quella prima versione elaborata da Adriana Motti – era il 1961 – dove il gergo degli adolescenti americani degli anni cinquanta veniva reso con espressioni riprese da quello dei loro coetanei italiani dell’epoca. E questa è la ragione per cui, alle orecchie dei suoi giovani lettori degli anni novanta e duemila, le tirate di Holden Caulfield contro cose come il racconto della sua “infanzia schifa” e simili “baggianate” alla David Copperfield facevano pensare più a un monologo di Sbirulino che ai tormenti di un adolescente scapestrato. Non parliamo nemmeno della traduzione di “Pride and Prejudice” pubblicata per la prima volta da Mondadori negli anni trenta col titolo “Orgoglio e prevenzione”, dove la protagonista, Elizabeth Bennet, apostrofata spesso con il diminutivo Lizzie, si trasformava drammaticamente in “Bettina”. Leggi tutto…