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La via omeopatica al populismo

23/03/2017

Non poteva non destare stupore leggere sul Corriere della sera che secondo Pier Luigi Bersani l’argine alla «deriva populista» sarebbe proprio il partito di Beppe Grillo. E che nel caso in cui fossero i cinquestelle a vincere le elezioni, l’ex segretario del Pd sarebbe disponibile a cercare un accordo per far nascere il loro governo, anche in diretta streaming. Su internet, come sempre, la delusione si è mescolata all’ironia, e alle caricature, da «Hitler argine all’avanzata del nazionalsocialismo» fino a «Voyager baluardo dell’informazione scientifica». E si può ben capire, specialmente da parte dei militanti del Pd, un certo smarrimento, dopo avere visto lo stesso Bersani promuovere una scissione in nome della democrazia interna e contro la logica dell’uomo solo al comando, la gestione autoritaria e anche la deriva populista del Pd guidato da Matteo Renzi. Se alle prossime elezioni i cinquestelle s’indebolissero, sostiene ora il leader di Articolo 1-Mdp, arriverebbe «una robaccia di destra». A onor del vero, fino a qualche tempo fa la «robaccia di destra» erano loro – e pure peggio: «fascisti del web» – mentre oggi, sempre secondo Bersani, sono «il partito di centro dei tempi moderni». Praticamente una nuova Dc. Ma soprattutto, questo è il punto, l’ultimo argine alla «deriva populista». Che evidentemente dev’essere andata parecchio avanti, se l’argine è diventato un autocrate che emana i suoi ordini da un blog.
In serata, al termine della presentazione del suo nuovo partito, Bersani ha precisato che il suo primo obiettivo è evitare «inciuci» con Berlusconi, dopodiché ha aggiunto: «Facciamo un po’ di fantascienza: non ci sono i numeri e le condizioni, ma M5S vuol governare? Bene, ci dicano su che programma». Resta però da capire il motivo di questo salto nel futuribile, prima ancora che sia iniziata la campagna elettorale.
D’altra parte, come una forza di sinistra debba rispondere all’avanzata populista è questione all’ordine del giorno in tutti i paesi occidentali. Lo stesso Renzi è sembrato coltivare a lungo l’idea che sia possibile una sorta di concorrenza sullo stesso terreno dell’avversario, da ultimo con la campagna referendaria tutta giocata sul taglio delle poltrone, delle province, del Cnel, insomma sui costi della politica, per non dire della «casta» (è stato detto anche questo, del resto). In tutta Europa e anche negli Stati Uniti frange più o meno consistenti del fronte progressista sembrano tentate da una sorta di populismo di sinistra, che punti a sottrarre agli avversari almeno una parte di elettorato, con toni e argomenti non molto diversi dai loro. Altri ritengono invece che la strada giusta sia marcare una più netta differenza. Nessuno, almeno a nostra conoscenza, era però mai arrivato a teorizzare l’idea di appoggiare direttamente un loro governo, come sembra proporre Bersani rievocando la famosa riunione in streaming, quando era lui a chiedere i voti dei cinquestelle per il suo esecutivo, e dicendosi disponibile allo stesso accordo anche a parti rovesciate. Più che un argine, una sorta di via omeopatica al populismo, che non promette nulla di buono.

(l’Unità, 23 marzo 2017)

Una Leopolda gramsciana

14/03/2017

C’era qualcosa di antico, anzi, di nuovo, in questo curioso Lingotto democratico, in questa vecchia Leopolda di partito, in questa tre giorni così strana, sempre a metà tra la Frattocchie renziana e la Woodstock gramsciana. Con Beppe Vacca a scandire tra gli applausi, la voce tonante e le braccia spalancate, quasi volesse lanciarsi a volo d’angelo sulla platea in delirio, che questi quattro anni di governo «hanno ormai risolto i problemi fondamentali di identità del nostro partito», un partito «finalmente nelle mani di una nuova generazione, verso la quale la vecchia, per accidia, ignavia o invidia non è stata generosa». Con Biagio de Giovanni a parlare di come superare la «prima grande crisi politica della globalizzazione», a interrogarsi su «come passiamo dal livello nazionale al livello sovranazionale», ma soprattutto a dire che «questa è l’assemblea in cui si costituisce un nuovo Partito democratico, non il Partito democratico meno quelli che se ne sono andati, ma un nuovo Partito democratico, che però sia capace di innestare di nuovo la politica nei grandi processi sociali e culturali».
E così, quando il ricandidato-segretario si è ripresentato sul palco per le conclusioni, in giacca e cravatta, e ha cominciato citando le riflessioni di Vacca e de Giovanni, per un attimo ci siamo trovati davanti un’inedita sintesi psichedelico-culturale: la visione di Matteo Renzi che conclude un convegno dell’Istituto Gramsci. Un interminabile istante che si sarebbe ripetuto infinite volte: nella sterminata platea del Lingotto, che affratellava vecchi militanti in doppiopetto grigio-togliattiano e giovani startupper in giacca e zainetto; nei gruppi di lavoro strapieni fino a mezzanotte, in cui fior di social-reaganiani ascoltavano senza un fremito il vicino di posto dar loro ragione con la più classica delle formule: «Sono molto d’accordo con il compagno che mi ha preceduto»; nella coda davanti al bar o al guardaroba, che non finivano mai, dove era già impossibile distinguere i franceschiniani post-comunisti dai franceschiniani post-democristiani, se non forse da un’allegria appena meno espansiva dei secondi. Ed ecco affacciarsi, in ognuno di quei momenti, appena intuito, il dubbio più impensato: che l’amalgama, alfine, sia riuscito.
Possibile? Certo è ancora presto per trarre conclusioni. Ma l’impressione è che tra tanti semplici elettori venuti fin lì a loro spese prima di tutto per sostenere il leader, tanti intellettuali venuti a dare il loro personale e libero contributo (dal sociologo cattolico Mauro Magatti allo psicanalista-filosofo Massimo Recalcati) e tanti dirigenti e parlamentari venuti lì perché dove altro dovevano andare, alla fin fine, corresse un filo comune. Un filo fatto non soltanto di idee, diverse ma compatibili, distinte e forse già inseparabili. Ma anche di passione. D’altra parte, come diceva Antonio Gramsci, e avrebbe potuto dire anche Steve Jobs, «non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione».

(L’Unità, 14 marzo 2017)

Lo sberleffo intimidatorio

09/02/2017

unitaDue giorni fa il direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana, firmava un lungo articolo per rispondere punto su punto alle accuse rivolte al giornale dal blog di Beppe Grillo. Ieri il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, scriveva un editoriale non meno impegnativo in polemica con l’iniziativa di Luigi Di Maio, che ha inviato all’Ordine dei giornalisti una inquietante lista di cronisti sgraditi. Leggi tutto…

Demonizzazioni

09/02/2017

Goya.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato su twitter una catena di distribuzione che si è permessa di ritirare la collezione creata da sua figlia. Il tenore del tweet farebbe anche sorridere, venendo da uno degli uomini più potenti del mondo («Mia figlia Ivanka ha ricevuto un tratttamento così ingiusto…»). Ma questo è solo l’ultimissimo e forse persino il meno grave episodio di una lunga serie, che ci ricorda quotidianamente il gigantesco conflitto d’interessi di cui il presidente è fiero e indisturbato portatore. E a me ricorda anche tutti gli intellettuali e giornalisti che per venti anni ci hanno spiegato che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese moderno, che una cosa simile poteva succedere «solo in Italia», che in America non sarebbe stato neanche pensabile e che per sistemare le cose sarebbe bastato copiare le loro rigorosissime norme antitrust (e dunque, se non lo si faceva in un baleno, era perché la sinistra era venduta e corrotta). Fake news.

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Intervistato da Repubblica, Massimo D’Alema spiega di non essere «rancoroso», bensì «addolorato». A farlo soffrire è lo stato in cui è ridotto il Partito democratico, un partito ormai «diroccato», che Matteo Renzi ha portato irresponsabilmente sull’orlo dell’abisso. «L’82 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha votato No al referendum», spiega l’addolorato presidente dei comitati «Scelgo No».

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Sulla vergognosa vicenda della lista di proscrizione dei giornalisti sgraditi stilata da Luigi Di Maio e su come i giornalisti dovrebbero rispondere a simili provocazioni ho scritto oggi sull’Unità. Qui aggiungo solo una cosa. Anzi, una e mezza. La prima riguarda la bonaria risposta dell’Ordine: «La smettano con la demonizzazione generalizzata dei giornalisti». Si limitino alla demonizzazione generalizzata della politica e delle istituzioni democratiche – dico io – che peraltro hanno imparato da noi (ragion per cui continuo a pensare che l’unica replica davvero sensata consisterebbe di una sola parola: ingrati). La mezza cosa che volevo aggiungere è che tutto questo vale a maggior ragione per il Corriere della sera, da cui è nata l’intera campagna contro «la casta» e che ora si sente accusare dai cinquestelle di far parte, assieme agli altri giornali, di «una casta intoccabile». E non gli pagano nemmeno la Siae.

Motto

02/02/2017

Presto e male

Tanto è uguale

Alcune cose di cui spero tanto che non parleremo mai più

11/01/2017

(essendo ormai acclarato il ruolo degli hacker russi, e di Wikileaks, nell’elezione di Donald Trump; e a maggior ragione dopo l’emergere, in Italia, di una rete di spioni capace di violare gli account di mezzo parlamento, del capo del governo e dell’ex governatore della Banca d’Italia)

  1. Il voto elettronico
  2. Wikileaks come bastione della libertà di stampa
  3. Julian Assange come eroe della sinistra
  4. L’uso di intercettazioni, verbali e dossier come strumento di lotta politica
  5. L’idea che tanto più alto è il grado di libertà di stampa quanto più di frequente i principali mezzi di comunicazioni sono utilizzati per mettere i propri avversari alla gogna

Specchio-riflesso

22/12/2016

Sempre più spesso mi capita di domandarmi come si comporterebbe oggi un ipotetico Perseo del web – e della politica – al tempo della grande egemonia del discorso antipolitico e populista. Con quale scudo potrebbe sfuggire allo sguardo pietrificante di Napalm51, o magari di Dibba78. Con quali sandali magici saprebbe sorvolare la marea di insulti e insinuazioni che sommerge sistematicamente ogni tentativo di discussione razionale. Con quale elmo incantato riuscirebbe a rendersi invisibile alle infinite schiere di mestatori, provocatori di professione ed eternamente ingrugniti per vocazione. Esiste un modo? Esistono uno scudo, dei sandali, un elmo di cui un politico – o un partito – possa impadronirsi, per tagliare la testa della Medusa prima che la politica del risentimento lo trasformi in una statua di pietra? Non lo so. Quello che so è che il vecchio gioco infantile dello specchio-riflesso, in questo caso, ha l’unico effetto di trasformare in Medusa lo stesso Perseo. Il suo scudo, dunque, non serve a niente. E so che il tentativo di sollevarsi al di sopra dei suoi contestatori, guardandoli dall’alto in basso, non fa che rendere più spettacolare la sua caduta, dopo. Dunque non servono neanche sandali alati. E so che anche cercare di rendersi invisibili non fa che aumentare la collera di quel popolo arrabbiato, che i propri rappresentanti vuole vederli invece bene in faccia e sempre più da vicino. Dunque niente elmo incantato. Figurarsi poi se può servire un sacco in cui nascondere la testa della Medusa: non basterebbe la borsa di Mary Poppins per contenere tutti gli infiniti volti della Gorgone post-ideologica. Dunque, che cosa resta? Chissà. Forse a lui, al nostro ipotetico Perseo contemporaneo, non resta proprio niente. E nemmeno a noi: politici, giornalisti o impiegati che siamo, persi nel labirinto delle nostre reti sociali, sempre più virtuali e sempre meno sociali. Forse tutto quello che resta, per chi proprio non voglia rassegnarsi, è l’aspirazione all’impresa, l’intenzione del volo, il desiderio di provare ancora una volta a saltare alle spalle del mostro, nonostante tutto. Se non altro per essere ben sicuri che non sia lui – il mostro – quello accovacciato dietro uno specchio.