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Contrordine, compagni: abbiamo vinto

07/12/2016

unitaNon fatevi ingannare dall’esultanza di Beppe Grillo, dalle dichiarazioni roboanti di Matteo Salvini, dai proclami entusiastici di Renato Brunetta. Non hanno capito niente. Ignorate pure le espressioni di giubilo di Marine Le Pen, Nigel Farage e di tutta la destra populista europea. Non hanno capito niente neanche loro. O forse anche loro si sono fatti abbindolare dai «vaniloqui televisivi» dei «soliti noti» che si sono mobilitati per «soffocare la portata di uno spontaneo pronunciamento collettivo» e addirittura «mistificarne» il senso. Secondo la costituzionalista Lorenza Carlassare, infatti, per «neutralizzare il risultato clamoroso del referendum», si continua a «riferire quel successo soltanto ai partiti (affermando così che ha vinto la destra) ignorandone volutamente il grande protagonista, il popolo italiano», e in particolare «il popolo della sinistra». Ma come, si domanda sconsolata sull’Huffington Post, non le hanno viste «le bandiere rosse nelle piazze, nei teatri, nei tanti luoghi degli incontri festosi dei Comitati del No?».
Accidenti. C’è veramente di che rimanere di stucco, a pensarci. Ma come è possibile? «È soltanto l’incapacità dell’informazione di regime di leggere la realtà del paese, d’intendere i suoi movimenti profondi?». Ma no, è ovvio che «c’è dell’altro». Ma cosa, esattamente? La risposta della professoressa è netta: «Qualcosa di ancor più grave di cui quell’informazione è intrisa: l’evidente intento di minimizzare e contraffare, in una direzione più conveniente per il potere, la volontà popolare».
Ristabilita dunque la verità storica, e chiarito una volta per tutte il vero significato politico del referendum, che resta quello di una grandiosa vittoria del popolo della sinistra, appare nella sua giusta luce anche la proposta avanzata dalla rivista Micromega: un governo Rodotà-Zagrebelsky. «Ora – denuncia la rivista – l’establishment sconfitto nel referendum è in febbrile attività per impedire che la vittoria del No abbia il suo coerente sbocco politico: elezioni al più presto. Ecco perché chiediamo elezioni rapide con un governo rispettoso del risultato elettorale, che può essere solo un governo Rodotà/Zagrebelsky di coerenza costituzionale». Comunque la si pensi sul merito della battaglia referendaria, bisogna ammettere che non fa una piega. È infatti più che corretto, e diremmo anche condivisibile, che dopo un responso elettorale così netto e inequivocabile il parlamento recepisca il messaggio che sale dal paese e dia vita al governo più di sinistra e più anti-establishment (almeno se stiamo alle dichiarazioni dei protagonisti) dell’intera storia repubblicana. E solo così, ripartendo cioè da una corretta analisi del voto, si intende pienamente anche l’entusiasmante prospettiva di conquiste democratiche e sociali indicata da Stefano Rodotà al Fatto.
Partendo dalla constatazione che il voto dimostra «una diffusa consapevolezza culturale», e che il No è stato «un’indicazione di recupero della cultura costituzionale», Rodotà non esita infatti a dichiarare che «oggi non finisce un percorso, tutt’altro». Ce n’est qu’un début. E ci pare davvero arduo, date queste premesse, non condividere l’ottimismo con cui il professore indica l’obiettivo della prossima campagna: i referendum promossi dalla Cgil, che potranno così accompagnare all’azione riformatrice del governo la spinta dal basso delle masse, spronando esecutivo e forze politiche verso conquiste sempre più avanzate.
Sull’onda del successo referendario, insomma, la vittoria definitiva non diciamo del socialismo, ma quanto meno di una sinistra radicale, culturalmente consapevole e costituzionalmente colta, stavolta sì, appare proprio a portata di mano. Praticamente scontata. Checché ne dicano Salvini, Berlusconi e Le Pen. Del resto, le avete viste le bandiere rosse nelle piazze, o no?

(L’Unità, 7 dicembre 2016)

La «tenaglia francese» che minaccia la sinistra europea

03/12/2016

unitaL’annunciato ritiro di François Hollande dalle presidenziali non sancisce soltanto la sua personale impopolarità. Sancisce anzitutto la crisi di una sinistra riformista che in Europa rischia di finire stritolata nella morsa tra liberismo e populismo. Il caso francese è particolarmente emblematico. Una parte degli elettori di sinistra è già andata a votare alle primarie della destra, come ha fatto, e raccontato su questo giornale, Marcelle Padovani. Un fenomeno che in altri contesti può essere considerato persino fisiologico (negli Stati Uniti ci sono sempre stati democratici incalliti che si registrano come repubblicani, e viceversa), ma che nel caso francese appare la spia di un problema ben più grosso. Il punto, insomma, è se gli elettori di sinistra che hanno votato alle primarie della destra non si siano semplicemente portati avanti con il lavoro, essendo già rassegnati all’idea che le prossime elezioni riserveranno loro la possibilità di scegliere unicamente da quale candidato della destra farsi governare, tra la destra liberista di François Fillon e la destra populista di Marine Le Pen. A dirla tutta non sarebbe nemmeno la prima volta: nel 2002 ai socialisti toccò il surreale compito di fare campagna elettorale per il loro storico avversario, Jacques Chirac, pur di evitare la vittoria di Jean-Marie Le Pen (il padre di Marine). Ma questo attiene più agli inconvenienti del doppio turno e alle trappole mentali che può indurre negli elettori: nessuno immaginava che il candidato socialista, Lionel Jospin, potesse uscire dal ballottaggio, e così al primo turno l’elettorato di sinistra si disperse in una infinità di liste di sinistra radicale.

Il problema di oggi è invece esattamente l’opposto, e cioè che nessuno, nemmeno tra gli elettori socialisti, scommetterebbe un centesimo sul fatto che il loro candidato al ballottaggio possa arrivarci. E così la campagna elettorale già sembra ridisegnarsi su una linea di confine che taglia in due la sinistra francese (ed europea): con il conservatore e liberista Fillon a difendere i valori repubblicani contro l’ondata populista da un lato, dall’altro con Marine Le Pen a farsi paladina dei diritti dei lavoratori e del welfare minacciati dalla globalizzazione, dai burocrati di Bruxelles e dagli immigrati.

Per i socialisti francesi una simile scelta, al di là dell’esito scontato a favore di Fillon, rischia di somigliare alla libertà di decidere a quale albero impiccarsi. Perché a una parte almeno dell’elettorato quella decisione suonerà come la scelta definitiva tra i diritti dei lavoratori francesi e quelli degli immigrati, tra l’economia nazionale e il mercato mondiale, tra la retorica europeista e la loro vita. Non c’è bisogno di spiegare perché, messe così le cose, per la sinistra non c’è scampo. Il problema è che questa è esattamente la situazione in cui la sinistra rischia di ritrovarsi in buona parte dei paesi europei. E in un certo senso è anche quello che è già accaduto negli Stati Uniti con la vittoria di Donald Trump e in Gran Bretagna con la vittoria del fronte pro-Brexit.

Non per niente, su come la sinistra dovrebbe rispondere alla sfida populista, politici e osservatori di tutto il mondo sembrano dividersi grosso modo in due campi: quelli che sottolineano la necessità di far propria (ancor più e meglio di prima) la bandiera e l’agenda liberale da un lato, dall’altro quelli che suggeriscono la strada opposta, con il ricorso a una qualche forma di «populismo di sinistra» (o «light», o comunque connotato). Forzando un po’, potremmo dire che i primi votano Fillon, i secondi direttamente Le Pen.

Se un’altra strada esiste, deve passare evidentemente per una qualche forma di recupero delle esigenze di protezione e promozione delle fasce più deboli, non però attraverso la rinazionalizzazione della politica e la rottura della costruzione europea, ma attraverso la sua democratizzazione. Dall’apertura di una battaglia politica dentro l’Europa e dentro la sinistra europea non solo per uscire dalla soffocante gabbia dell’austerità, ma prima ancora per riscrivere la stessa filosofia su cui l’Unione è stata edificata.

Se l’obiettivo appare ancora troppo vago, oltre che ambizioso, si può ricorrere alla lettura di un recente libro di Salvatore Biasco, Regole, Stato, uguaglianza (Luiss University Press) che all’apertura di un simile fronte politico e culturale si dedica peraltro da diversi anni. Il problema è che, come scrive Biasco, la sinistra democratica e socialista ha «recepito non poco delle critiche liberali alla concezione socialdemocratica della cosa pubblica», impegnandosi in uno sforzo di «ammodernamento» in molti casi anche opportuno, andato però oltre il segno (specialmente in quegli anni 90 in cui si ponevano le basi della costruzione europea). Biasco non arriva a dire che dagli anni 80 in poi la sinistra europea abbia fatto proprio il «quadro analitico del pensiero neo liberale» (neppure nel caso del blairismo), ma certo «ne ha fatto proprie… le conclusioni, vale a dire le virtù delle politiche dell’offerta e del ritiro dello Stato».
Per quanto riguarda le proposte concrete con cui far uscire la sinistra (e l’Europa) da questo incantesimo, rinviamo al libro, che ne è ricchissimo. Alcune, peraltro, sono già oggi largamente condivise (in Italia), come ad esempio quella di eurobond o altre forme di mutualizzazione del debito. Dire però che queste scelte dovrebbero essere il cuore della battaglia dei socialisti europei è oggi, per un intellettuale, relativamente facile. Più difficile è confrontarsi con il fatto che non lo sono, per la semplice ragione che buona parte dei partiti socialisti d’Europa non le condivide (il che dovrebbe forse indurre anche l’autore in giudizi meno tranchant su quello che la battaglia condotta dal Pd in Europa ha finora strappato, dal principio di ripartizione dei migranti alla flessibilità, al piano Juncker). Difficilissimo, ma forse anche essenziale, è indicare luoghi e strumenti di una simile battaglia, che faccia dunque i conti con il fatto che nel Pse, per come esso è attualmente configurato, non è verosimile che quegli obiettivi possano aspirare mai ad altro che a qualche sfumata dichiarazione d’intenti (e non sarebbe scontato neanche questo).

Il fatto è che serve una proposta innovativa, coraggiosa e radicale della sinistra europea per sfuggire alla tenaglia tra liberismo e populismo, e serve ora. Se tempi e logiche del Pse e dei partiti che lo costituiscono non sono compatibili con una simile esigenza, le forze che si trovano in prima linea dovranno in qualche modo prendere l’iniziativa, prima che la tenaglia francese frantumi definitivamente quel che resta del socialismo europeo.

(L’Unità, 3 dicembre 2016)

Come opporsi a un tycoon

16/11/2016

unitaI ripetuti paragoni tra l’America di oggi e l’Italia del 1994, tra l’ascesa di Donald Trump e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, per quanto prudentemente respinti dallo stesso leader di Forza Italia, hanno forse qualcosa da insegnare ai progressisti di entrambe le sponde dell’Atlantico. Il primo insegnamento è per tutti coloro, americani e italiani, che per vent’anni ci hanno spiegato come una cosa del genere, in America, non sarebbe mai potuta accadere: per ragioni culturali, politiche e di civiltà, oltre che per le inflessibili leggi sui conflitti di interessi. Intanto, però, sui giornali americani Rudy Giuliani, quello della «tolleranza zero», sostiene che pretendere che ad amministrare la fortuna di Trump non siano i suoi figli sarebbe eccessivo, perché è il loro lavoro e non si può chiedere a un padre di licenziare i suoi figli (in compenso, genitore sollecito e affettuoso, il biondo presidente ha già fornito loro una seconda occupazione nella costruzione della sua futura amministrazione).

Il parallelo tra The Donald e il Silvio dovrebbe però soprattutto mettere in guardia da alcune trappole politico-psicologiche in cui a tutti noi, osservatori e oppositori del berlusconismo, capitò di cadere a suo tempo (tralasciando quelli che ci presero tanto gusto che ancora non ne vogliono uscire). A cominciare dalla trappola della demonizzazione, che consiste nel reagire ingigantendo a tal punto qualunque minaccia da ottenere due effetti, paradossalmente, entrambi favorevoli al leader populista che si vorrebbe contrastare. E cioè: 1) consolidare il suo consenso, alimentando nei sostenitori la convinzione che il loro leader, per quante concessioni e compromessi sia costretto a fare, non abbia affatto ceduto sull’essenziale della linea politica proposta in campagna elettorale, viste le reazioni degli avversari; 2) fornirgli l’occasione di mostrarsi al contempo, presso l’intera opinione pubblica, molto più moderato e ragionevole dei suoi critici, perché è evidente che a quel punto, a paragone degli scenari apocalittici prospettati dai suoi avversari, qualsiasi soluzione decida di adottare sembrerà comunque un notevole passo avanti.

Democratici e progressisti avrebbero invece tutto l’interesse a sottolineare la distanza tra i proclami della campagna elettorale e i primi passi del nuovo presidente, che è poi la stessa che passa tra le promesse dei populisti nostrani e la dura realtà delle cose. E cioè quell’ambito in cui la costruzione di un nuovo muro di Berlino ritorna a essere il molto problematico prolungamento di un muro che già c’è, e in qualche tratto magari anche una semplice «recinzione». E dove la cacciata di 11 milioni di immigrati irregolari diviene l’espulsione di coloro che «sono criminali e hanno precedenti penali, membri di bande criminali, spacciatori di droga», mentre per tutti gli altri si «prenderà una decisione» solo successivamente, dopo avere «reso sicuri i confini», come ha dichiarato Trump alla prima intervista dopo il voto, aggiungendo pure che si tratta di «persone fantastiche». Una marcia indietro in piena regola, che è giusto prendere con forti dosi di scetticismo, ma non fino al punto da non vedere che, a oggi, di marcia indietro si tratta.

(L’Unità, 15 novembre 2016)

Irrazionalismi

03/11/2016

Di fronte alle tragedie e alle calamità naturali viene fuori il peggio dell’irrazionalismo montante di questi tempi. Quello che più mi colpisce, nel vedere girare sui social network le più assurde leggende metropolitane, è che la risposta che arriva a chi faccia notare la loro palese inverosimiglianza si chiude quasi sempre con un perentorio: «Informati!». Ecco il problema: internet ha dato a tanti la falsa impressione che per capire l’essenziale di qualunque problema, dalla geologia alla finanza internazionale, sia sufficiente “informarsi”. Invece proprio la diffusione di internet, che altro non è che un meraviglioso oceano di informazioni, dimostra l’esatto contrario. E cioè che per la società, parafrasando Cipolla, il cretino informato è il tipo di cretino più pericoloso che esista.

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Un aspetto positivo e decisamente sottovalutato dell’eventuale vittoria di Donald Trump, almeno per l’Italia, è senza dubbio l’opportunità di ricollocazione che aprirebbe per tutta una serie di figure professionali – intellettuali impegnati, costituzionalisti arrabbiati, cabarettisti engagé – che la crisi del berlusconismo sta mettendo bruscamente fuori mercato da noi. E che dal giorno dopo il referendum, comunque finisca, non avranno letteralmente niente da fare. Abbiamo passato vent’anni a lamentare l’americanizzazione del nostro sistema politico e a sentirci dare lezioni di antiberlusconismo dal meglio della stampa e della cultura anglosassone in vacanza, mi sembra giusto pretendere ora un minimo di reciprocità (a scorno di tutti i complottisti, va riconosciuto che il modo in cui stanno affrontando l’ascesa del trumpismo dimostra come nei loro consigli non vi fosse alcuna malafede: infatti mi pare che stiano ripetendo una a una tutte le stronzate fatte da noi).

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Una mostra su Mark Rothko che apre domani a New York punta a sfatare l’interpretazione diffusa secondo cui «i suoi dipinti dai colori sgargianti degli anni 50 sarebbero solari e gioiosi, mentre quelli dai toni più scuri degli anni 60 rifletterebbero la sua discesa nella depressione», fin quasi a preannunciarne il suicidio. Dalle molte interessanti interpretazioni della sua opera riportate nell’articolo del New York Times – tra le quali spicca quella di Arne Glimcher, secondo il quale Rothko si sforzava di comunicare qualcosa di universale sulla condizione umana, più che su se stesso – mi pare di capire che nessuno abbia mai affacciato l’ipotesi che il «padre dell’espressionismo astratto» si fosse limitato a dipingere dei rettangoli colorati.

Rothko

Moro, cent’anni di prigionia

23/09/2016

unitaIl centenario dalla nascita di Aldo Moro, forse il principale rappresentante della cultura della mediazione e del primato della politica nella storia repubblicana, non poteva cadere in un momento migliore, cioè peggiore: almeno per la considerazione di cui sembrano godere, nell’Italia di oggi, la storia della Repubblica, la politica e i partiti, ma soprattutto qualsiasi idea di mediazione. È del resto opinione diffusa che la crisi del sistema definitivamente esplosa nel 1992 sia cominciata, in realtà, proprio con la sua tragica morte. Il problema, storico e politico, è che dalle terribili circostanze della sua scomparsa, con tutti i misteri e le dietrologie che continuano a circondare la sua prigionia, Aldo Moro non è mai stato liberato. La sua figura di statista, la sua opera come uomo di governo e come intellettuale, la sua visione dello sviluppo della democrazia italiana e dell’impegno dei cattolici, la sua concezione del rapporto tra Stato e società, della funzione insostituibile dei partiti, del rapporto con i movimenti: tutto questo è divenuto poco più della nota a margine nel racconto della sua prigionia e del suo assassinio. E il peggio è che questo racconto ha finito per ripetere e confermare la versione della propaganda brigatista, accreditando l’immagine – rilanciata da mille libri, articoli, film più e meno recenti – di un Moro vittima dello Stato e dei partiti più che degli stessi terroristi.
A restituire a Moro il posto che gli spetta nella storia d’Italia, e alla sua fine il posto non esclusivo né preponderante che merita all’interno della sua biografia, è oggi un saggio di Guido Formigoni (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma – il Mulino), che traccia un ampio e documentato profilo dello statista pugliese, della sua formazione e del suo percorso intellettuale, del suo ruolo unico nella Democrazia cristiana e nelle istituzioni, dalle sue prime decisive esperienze politiche alla Costituente fino alla morte nel «carcere del popolo» delle Br. Un percorso che rende anzitutto giustizia alla coerenza e alla visione di un uomo politico che come pochi mantenne e perseguì per tutta la vita un’unica strategia, un grande disegno di allargamento delle basi della democrazia italiana, guidando prima l’apertura ai socialisti e poi il dialogo con il Pci. Tutto il contrario dell’immagine del cinico conservatore interessato soltanto al potere per il potere, capace di annegare qualsiasi impulso rinnovatore nella rete delle sue manovre politiche e delle sue circonvoluzioni retoriche. Immagine peraltro perfettamente speculare alla successiva vulgata di un Moro vittima innocente e martire inconsapevole di quello stesso sistema (di cui fino a un momento prima era considerato il massimo artefice).
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che la memoria di Moro abbia avuto una sorte simile a quella di Enrico Berlinguer. Anche nel caso del segretario del Pci si è infatti assistito, con il passare degli anni, alla sostanziale rimozione della strategia che aveva perseguito per buona parte della sua segreteria – il compromesso storico – e alla deformante enfatizzazione delle parole d’ordine dell’ultima fase, quando quella strategia era stata sconfitta, a cominciare dalla questione morale. Fino all’esito grottesco di fare del segretario del Partito comunista italiano una sorta di padre nobile delle campagne contro i partiti, e magari anche della separazione tra politica ed economia. Con l’aggravante, nel caso di Moro, che le sue ultime parole, le sue durissime accuse e le sue ultime invettive, non sono state pronunciate da uomo libero, ma sono state il frutto di una lotta disperata e oscura – di cui purtroppo mai potremo conoscere i veri confini – con i suoi spietati carcerieri. Una condizione che impedisce di screditarle in blocco come frutto di coercizione, ma che ricostruzioni puntuali – a cominciare da quelle di Miguel Gotor – hanno già dimostrato quanto fossero condizionate dal sadico gioco di equivoci e sospetti alimentato ad arte dagli aguzzini di Moro. Ad esempio facendogli credere che fosse stato il governo a rendere pubblica la lettera in cui indicava possibili strade per una trattativa riservata, lettera che invece erano stati proprio i brigatisti a diffondere, irridendo i suoi disperati tentativi come «manovre occulte» tipiche della «mafia democristiana». A riprova di come l’immagine dei suoi rapitori appesi al televisore in disperata attesa della più piccola apertura da parte dello Stato, e alla fine quasi costretti a uccidere Moro dalla perversa ostinazione dei partiti nel rifiutare ogni trattativa, è appunto solo un’immagine di comodo, la cui persistente fortuna deve continuare a interrogarci. Anche qui si può forse rintracciare, sul piano della cultura politica diffusa, un segno di quella che Formigoni definisce «una tragedia che non ha avuto la sua catarsi». Vale a dire la lunga agonia di un sistema che con la scomparsa di Moro ha forse perduto «l’ultima opportunità per una rifondazione della democrazia parlamentare in senso convergente e non contrastante alle spinte sociali di quegli anni tormentati».

(l’Unità, 21 settembre 2016)

Favole senza lieto fine

17/09/2016

Quando un caso di cronaca colpisce l’opinione pubblica per la sua crudeltà o insensatezza o per qualsiasi altra ragione, le soluzioni che sembrano acquistare subito la maggiore popolarità sono, se non sbaglio, di tre tipi:

1) Ritorsivo: occhio per occhio, dente per dente.

2) Pedagogico: nuovi corsi di educazione civica, sessuale, digitale, stradale – a seconda dei casi – o aumento delle relative ore, qualora già esistenti.

3) Giudiziario: nuove leggi che definiscano nuovi appositi reati – civici, sessuali, stradali – o che ne inaspriscano le pene, qualora già esistenti.

Sospetto che in tutto questo si nasconda un circolo vizioso simile al famoso paradosso della regola, per cui serve sempre un’altra regola che mi spieghi come devo seguirla. E che le reazioni 2 e 3, alla lunga, alimentino la reazione 1. Ma soprattutto ho l’impressione che ci sia sotto una diffusa convinzione secondo cui ormai, grazie allo sviluppo tecnologico, al diritto internazionale, alla scienza e alla civiltà moderna, non vi sia piccolo incidente della vita o immane catastrofe naturale che non possa – e dunque debba – essere prevista, prevenuta e sterilizzata. Si tratti di un terremoto che distrugge un’intera città o di un compagno di classe che prende a pugni tuo figlio, ci deve essere qualcuno che si assuma la responsabilità di non avere impedito che accadesse, confermando così in noi due certezze fondamentali: la possibilità di impedire che le cose brutte accadano e l’intangibilità del nostro diritto a vivere in una società in cui alle cose brutte non è permesso di accadere. Sospetto che da qui nasca anche quella specie di caccia alle streghe pedagogica che si risolve nel cercare di edulcorare, omogeneizzare, sterilizzare persino le favole per bambini, che ovviamente devono essere tutte a lieto fine, senza più traccia di violenza, soprusi o cattiverie di alcun genere, per non turbare la fragile psiche dei nostri figli. E invece penso che l’unica cosa di cui ci sarebbe bisogno, per grandi e piccini, è proprio di un po’ di vecchie favole senza lieto fine, che ci aiutino a coltivare la consapevolezza del fatto che il male non è eliminabile dal mondo, né dall’uomo. E questa non è una ragione per arrendersi, per non cercare di prevenire, curare e combattere sempre di più e sempre meglio ogni sua manifestazione, ma per farlo mantenendo sempre quella coscienza del limite che è indispensabile per evitare che la medicina si riveli peggiore della malattia.

Trump Factor

14/09/2016

Polemizzando con Donald Trump (e con quel curioso fenomeno, tipicamente americano, di progressiva, pavida, condiscendente assuefazione della stampa alle sue sparate), Barack Obama ha detto: «Non possiamo permetterci di trattare tutto questo come un reality show». È una frase che mi ha dato da pensare, perché per lungo tempo, almeno dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi in poi, abbiamo discusso del fatto che la politica italiana si stava americanizzando. Ora, guardando alla campagna di Trump, si direbbe che sia la politica americana a italianizzarsi. Quello che mi preoccupa più di tutto, però, è che le reazioni del mondo progressista americano ricordano parecchio quelle della sinistra italiana di allora.

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Accerchiati dal ridicolo da ogni parte, e giudicando evidentemente impossibile rispondere colpo su colpo, i cinquestelle sembrano avere scelto ormai definitivamente la strategia dell’anziché, che ha tra l’altro il pregio di non richiedere ulteriori aggiornamenti, qualsiasi fesseria dicano o facciano nel frattempo Di Maio, Raggi o Muraro. È una strategia semplice e flessibile, che mi sentirei di consigliare anche a ognuno di voi, nella vostra vita privata. Esempio: tua moglie si mette a urlare dopo averti sorpreso con l’amante? Facile: «Ma come, l’Italia sta praticamente andando in guerra senza un voto del parlamento, il Bilderberg specula sulle scie chimiche per arricchirsi sulla pelle dei nostri figli, e tu, anziché parlare di questo, te la prendi con me per una scappatella? Ma non ti vergogni?».

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Proprio in questi giorni, in un bel libro su Aldo Moro, stavo leggendo di quando Antonio Segni e vari esponenti della destra democristiana facevano pressioni di ogni genere sui diplomatici americani perché non fornissero il minimo appoggio al governo di centrosinistra, guidato dal segretario del loro stesso partito. Che tempi!