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Chissà

17/04/2019

Di solito in questi casi si ricorda come ci si era conosciuti, che cosa si era fatto insieme, dove e come ci si era incrociati o mancati l’ultima volta. È un esercizio che risulta spesso maldestro, a volte grottesco, quasi sempre implacabilmente egoriferito, e che risulterebbe ancora più assurdo a proposito di una persona così poco egoriferita qual era Massimo Bordin. Forse bisognerebbe tacere e basta. Forse, non volendo tacere, parlare poco. Perché è difficilissimo scrivere anche solo un rigo, pensando a come lo avrebbe letto lui, e a come lo avrebbe chiosato. Probabilmente con un semplice: adesso non esageriamo. Chissà come avrebbe letto e chiosato, domani, i tanti articoli che già si stanno scrivendo su di lui. Probabilmente non ne avrebbe letto neanche uno – almeno non ad alta voce, non in radio – limitandosi a un riferimento ironico e affilato, distaccato ed elegante, asciutto e preciso, com’era lui.

Haiku

20/12/2018

Di Maio: “Risalirei sul balcone”.

Ma forse

con diversa intenzione.

Di noi

13/12/2018

Mai avrei voluto suscitare nel futuro
la pietà degli alunni.
Mai essere su un quaderno di scuola
in questo modo.

(Hilde Domin – Von uns)

 

La storia si ripete

06/12/2018

Le voci sull’ex segretario del Pd che alla vigilia del congresso pensa di promuovere una scissione per fondare un nuovo partito mi danno una forte sensazione di – come dire? – déjà vu.

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Lingua di fuoco e guanti di velluto

10/08/2018

In un bell’articolo sul Foglio che è anche l’unica cosa che abbia letto finora, in questa stanca mattina del 10 agosto, Giuliano Ferrara parla della necessità di una “lingua di fuoco” per contrastare l’ondata populista globale (e nazionale), citando due grandi classici della letteratura occidentale che prima o poi dovrò decidermi a leggere (o finire di leggere): la Lettera scarlatta e il Vangelo. Lo segnalo qui, dove non scrivo niente da mesi, vincendo la pigrizia e l’idea che semmai dovrei pensare a scrivere ben altro, e prima ancora a leggere, e prima ancora a chi me lo fa fare, perché proprio questa stessa catena di pensieri e di esitazioni mi sembra sia degna di nota. Perché ho l’impressione che qualcosa del genere accompagni e tenda a rallentare o a spegnere del tutto ogni impulso a prendere la parola e a fare qualcosa, forse non solo in me. È come se di fronte alla crescente gravità e assurdità e a volte perfino tragicità delle notizie di cronaca, e di conseguenza al desiderio di dire qualcosa, si opponesse un muro molto più efficace della semplice paura di litigare o di farsi dei nemici, nella forma di un’enorme stanchezza. E mi chiedo se andasse così anche in altre fasi della nostra storia, e se non fosse proprio questo il modo in cui si presentava anche allora, in tanti di coloro che i libri avrebbero definito attendisti, la pressione del conformismo sociale, o semplicemente la viltà. Chissà se anche loro, interrogati oggi sulle ragioni della loro acquiescenza, risponderebbero come avrei risposto io alla domanda sul perché, a proposito di questo o di quello, non abbia scritto un articolo, un post su facebook o anche soltanto un tweet: ero stanco. Ho l’impressione di non essere l’unico, in questo periodo, ad avvertire sempre più spesso una simile svogliatezza, e a biascicare scuse fino a tardi per non alzarmi dal letto. Servirà davvero una “lingua di fuoco”, per uscire da questa situazione. Ma serviranno anche guanti di velluto, perché nulla stanca come la retorica e l’indignazione malriposta, a comando, insincera. Ed è ora di alzarsi.

Baricentri morali

08/05/2018

Leggo sul Corriere della sera che il figlio dello scrittore Ian McEwan, dovendo scrivere un tema su un libro di Ian McEwan, aveva pensato bene di farsi aiutare dal padre, che gentilmente gli ha fatto pure un riassuntino (fosse stato uno scrittore italiano, sui giornali di oggi avrebbero chiamato uno scrittore inglese a commentare il nostro familismo amorale, all’origine di tutte le nostre ataviche storture, dalle auto in doppia fila ai costi della politica, ma essendo McEwan uno scrittore inglese, sarà per la prossima volta). Il bello è che il professore ha ritenuto che nel suo tema il figlio di McEwan non avesse capito il senso di un personaggio di McEwan, che a giudizio di McEwan era semplicemente «uno squilibrato», mentre a giudizio del professore rappresentava chiaramente «il baricentro morale dell’autore».

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Di Maio dice che se i cinquestelle non vanno al governo è a rischio la democrazia rappresentativa. Di Battista dice che chi vota la fiducia a un governo del presidente è un traditore della patria. Si attendono commenti da parte degli insigni giuristi e illustri politologi che hanno definito il Pd «eversivo» per la scelta di collocarsi all’opposizione. Evviva la Costituzione.

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Se davvero si dovesse votare a luglio, dopo che Di Maio e Salvini hanno tentato in tutti i modi di andare al governo insieme, non ci sono riusciti per il problema Berlusconi e si sono quindi messi d’accordo proprio per andare a votare a luglio (e dare modo a Salvini di risolvere nelle urne il problema di cui sopra, prendendosi definitivamente il centrodestra), ebbene, mi pare evidente che in tal caso il voto non sarebbe un ballottaggio tra cinquestelle e Lega, ma tra chi vuole un governo cinquestelle-Lega e chi non lo vuole.

L’Italia

25/04/2018

Giorgio, il poeta, scrive versi. Manlio, il critico, ne parla sulla stampa. Ettore farà una storia della letteratura, e ci metterà Giorgio e Manlio. Arnaldo pubblicherà tutto: i versi, le critiche, le storie. Li vedete ogni sera insieme al caffè. Parlano di donne, bevendo orzate. [Le muse – Luciano Bianciardi, Il cattivo profeta]