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Moro, cent’anni di prigionia

23/09/2016

unitaIl centenario dalla nascita di Aldo Moro, forse il principale rappresentante della cultura della mediazione e del primato della politica nella storia repubblicana, non poteva cadere in un momento migliore, cioè peggiore: almeno per la considerazione di cui sembrano godere, nell’Italia di oggi, la storia della Repubblica, la politica e i partiti, ma soprattutto qualsiasi idea di mediazione. È del resto opinione diffusa che la crisi del sistema definitivamente esplosa nel 1992 sia cominciata, in realtà, proprio con la sua tragica morte. Il problema, storico e politico, è che dalle terribili circostanze della sua scomparsa, con tutti i misteri e le dietrologie che continuano a circondare la sua prigionia, Aldo Moro non è mai stato liberato. La sua figura di statista, la sua opera come uomo di governo e come intellettuale, la sua visione dello sviluppo della democrazia italiana e dell’impegno dei cattolici, la sua concezione del rapporto tra Stato e società, della funzione insostituibile dei partiti, del rapporto con i movimenti: tutto questo è divenuto poco più della nota a margine nel racconto della sua prigionia e del suo assassinio. E il peggio è che questo racconto ha finito per ripetere e confermare la versione della propaganda brigatista, accreditando l’immagine – rilanciata da mille libri, articoli, film più e meno recenti – di un Moro vittima dello Stato e dei partiti più che degli stessi terroristi.
A restituire a Moro il posto che gli spetta nella storia d’Italia, e alla sua fine il posto non esclusivo né preponderante che merita all’interno della sua biografia, è oggi un saggio di Guido Formigoni (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma – il Mulino), che traccia un ampio e documentato profilo dello statista pugliese, della sua formazione e del suo percorso intellettuale, del suo ruolo unico nella Democrazia cristiana e nelle istituzioni, dalle sue prime decisive esperienze politiche alla Costituente fino alla morte nel «carcere del popolo» delle Br. Un percorso che rende anzitutto giustizia alla coerenza e alla visione di un uomo politico che come pochi mantenne e perseguì per tutta la vita un’unica strategia, un grande disegno di allargamento delle basi della democrazia italiana, guidando prima l’apertura ai socialisti e poi il dialogo con il Pci. Tutto il contrario dell’immagine del cinico conservatore interessato soltanto al potere per il potere, capace di annegare qualsiasi impulso rinnovatore nella rete delle sue manovre politiche e delle sue circonvoluzioni retoriche. Immagine peraltro perfettamente speculare alla successiva vulgata di un Moro vittima innocente e martire inconsapevole di quello stesso sistema (di cui fino a un momento prima era considerato il massimo artefice).
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che la memoria di Moro abbia avuto una sorte simile a quella di Enrico Berlinguer. Anche nel caso del segretario del Pci si è infatti assistito, con il passare degli anni, alla sostanziale rimozione della strategia che aveva perseguito per buona parte della sua segreteria – il compromesso storico – e alla deformante enfatizzazione delle parole d’ordine dell’ultima fase, quando quella strategia era stata sconfitta, a cominciare dalla questione morale. Fino all’esito grottesco di fare del segretario del Partito comunista italiano una sorta di padre nobile delle campagne contro i partiti, e magari anche della separazione tra politica ed economia. Con l’aggravante, nel caso di Moro, che le sue ultime parole, le sue durissime accuse e le sue ultime invettive, non sono state pronunciate da uomo libero, ma sono state il frutto di una lotta disperata e oscura – di cui purtroppo mai potremo conoscere i veri confini – con i suoi spietati carcerieri. Una condizione che impedisce di screditarle in blocco come frutto di coercizione, ma che ricostruzioni puntuali – a cominciare da quelle di Miguel Gotor – hanno già dimostrato quanto fossero condizionate dal sadico gioco di equivoci e sospetti alimentato ad arte dagli aguzzini di Moro. Ad esempio facendogli credere che fosse stato il governo a rendere pubblica la lettera in cui indicava possibili strade per una trattativa riservata, lettera che invece erano stati proprio i brigatisti a diffondere, irridendo i suoi disperati tentativi come «manovre occulte» tipiche della «mafia democristiana». A riprova di come l’immagine dei suoi rapitori appesi al televisore in disperata attesa della più piccola apertura da parte dello Stato, e alla fine quasi costretti a uccidere Moro dalla perversa ostinazione dei partiti nel rifiutare ogni trattativa, è appunto solo un’immagine di comodo, la cui persistente fortuna deve continuare a interrogarci. Anche qui si può forse rintracciare, sul piano della cultura politica diffusa, un segno di quella che Formigoni definisce «una tragedia che non ha avuto la sua catarsi». Vale a dire la lunga agonia di un sistema che con la scomparsa di Moro ha forse perduto «l’ultima opportunità per una rifondazione della democrazia parlamentare in senso convergente e non contrastante alle spinte sociali di quegli anni tormentati».

(l’Unità, 21 settembre 2016)

Favole senza lieto fine

17/09/2016

Quando un caso di cronaca colpisce l’opinione pubblica per la sua crudeltà o insensatezza o per qualsiasi altra ragione, le soluzioni che sembrano acquistare subito la maggiore popolarità sono, se non sbaglio, di tre tipi:

1) Ritorsivo: occhio per occhio, dente per dente.

2) Pedagogico: nuovi corsi di educazione civica, sessuale, digitale, stradale – a seconda dei casi – o aumento delle relative ore, qualora già esistenti.

3) Giudiziario: nuove leggi che definiscano nuovi appositi reati – civici, sessuali, stradali – o che ne inaspriscano le pene, qualora già esistenti.

Sospetto che in tutto questo si nasconda un circolo vizioso simile al famoso paradosso della regola, per cui serve sempre un’altra regola che mi spieghi come devo seguirla. E che le reazioni 2 e 3, alla lunga, alimentino la reazione 1. Ma soprattutto ho l’impressione che ci sia sotto una diffusa convinzione secondo cui ormai, grazie allo sviluppo tecnologico, al diritto internazionale, alla scienza e alla civiltà moderna, non vi sia piccolo incidente della vita o immane catastrofe naturale che non possa – e dunque debba – essere prevista, prevenuta e sterilizzata. Si tratti di un terremoto che distrugge un’intera città o di un compagno di classe che prende a pugni tuo figlio, ci deve essere qualcuno che si assuma la responsabilità di non avere impedito che accadesse, confermando così in noi due certezze fondamentali: la possibilità di impedire che le cose brutte accadano e l’intangibilità del nostro diritto a vivere in una società in cui alle cose brutte non è permesso di accadere. Sospetto che da qui nasca anche quella specie di caccia alle streghe pedagogica che si risolve nel cercare di edulcorare, omogeneizzare, sterilizzare persino le favole per bambini, che ovviamente devono essere tutte a lieto fine, senza più traccia di violenza, soprusi o cattiverie di alcun genere, per non turbare la fragile psiche dei nostri figli. E invece penso che l’unica cosa di cui ci sarebbe bisogno, per grandi e piccini, è proprio di un po’ di vecchie favole senza lieto fine, che ci aiutino a coltivare la consapevolezza del fatto che il male non è eliminabile dal mondo, né dall’uomo. E questa non è una ragione per arrendersi, per non cercare di prevenire, curare e combattere sempre di più e sempre meglio ogni sua manifestazione, ma per farlo mantenendo sempre quella coscienza del limite che è indispensabile per evitare che la medicina si riveli peggiore della malattia.

Trump Factor

14/09/2016

Polemizzando con Donald Trump (e con quel curioso fenomeno, tipicamente americano, di progressiva, pavida, condiscendente assuefazione della stampa alle sue sparate), Barack Obama ha detto: «Non possiamo permetterci di trattare tutto questo come un reality show». È una frase che mi ha dato da pensare, perché per lungo tempo, almeno dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi in poi, abbiamo discusso del fatto che la politica italiana si stava americanizzando. Ora, guardando alla campagna di Trump, si direbbe che sia la politica americana a italianizzarsi. Quello che mi preoccupa più di tutto, però, è che le reazioni del mondo progressista americano ricordano parecchio quelle della sinistra italiana di allora.

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Accerchiati dal ridicolo da ogni parte, e giudicando evidentemente impossibile rispondere colpo su colpo, i cinquestelle sembrano avere scelto ormai definitivamente la strategia dell’anziché, che ha tra l’altro il pregio di non richiedere ulteriori aggiornamenti, qualsiasi fesseria dicano o facciano nel frattempo Di Maio, Raggi o Muraro. È una strategia semplice e flessibile, che mi sentirei di consigliare anche a ognuno di voi, nella vostra vita privata. Esempio: tua moglie si mette a urlare dopo averti sorpreso con l’amante? Facile: «Ma come, l’Italia sta praticamente andando in guerra senza un voto del parlamento, il Bilderberg specula sulle scie chimiche per arricchirsi sulla pelle dei nostri figli, e tu, anziché parlare di questo, te la prendi con me per una scappatella? Ma non ti vergogni?».

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Proprio in questi giorni, in un bel libro su Aldo Moro, stavo leggendo di quando Antonio Segni e vari esponenti della destra democristiana facevano pressioni di ogni genere sui diplomatici americani perché non fornissero il minimo appoggio al governo di centrosinistra, guidato dal segretario del loro stesso partito. Che tempi!

Il mio programma politico (punto 32)

10/09/2016

32. Quando il leader comincia a lamentarsi degli elettori, è ora di eleggerne un altro.

Fantasia canaglia

09/09/2016

Il nuovo ex futuro assessore al Bilancio del Comune di Roma, Raffaele De Dominicis, presentato quattro giorni fa da Virginia Raggi su facebook come «un vero servitore dello Stato» della cui collaborazione «siamo onorati», non sembra aver preso troppo bene la notizia che il sindaco, tre giorni dopo, cioè ieri, ha deciso di rinunciare a tale onore. «La politica non fa per loro – dice a Repubblica, a proposito di quelli con cui fino a ieri si immaginava di governare la capitale d’Italia – Ma quale codice d’onore. È un asilo infantile».

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Leggo sul Corriere della sera che ieri, con «molto entusiasmo», è sorta in Italia una nuova associazione degli editori. L’associazione ha preso vita da un’affollata assemblea dove «i 13 editori dimissionari dell’Aie e gli altri imprenditori del libro che sostengono il Salone di Torino si sono incontrati per la prima riunione». Qui dunque «veniva deciso per alzata di mano di fondare una nuova associazione, che si chiamerà Amici del Salone del libro di Torino e che sarà l’interlocutore ufficiale di questa parte degli editori con le istituzioni, con la Fondazione e con i ministri». Comunque la pensiate sulla disputa tra Salone di Torino e Salone di Milano, sappiate che in un futuro non lontano ogni città d’Italia avrà diritto a ospitare il suo salone del libro per almeno quindici minuti, peraltro noiosissimi, considerato che già oggi il numero di saloni, feste e festicciole del libro supera di gran lunga quello dei lettori.

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Devo fare una confessione: non ho mai letto in vita mia un solo libro di Zygmunt Bauman. In compenso, pur essendo relativamente giovane, credo di avere letto almeno una cinquantina tra anticipazioni e recensioni di altrettanti suoi libri appena pubblicati o in via di pubblicazione. Oggi ce n’è una su Repubblica dal titolo «Dalla fede alla politica, il tramonto del padre». Ho pensato che è certo un problema molto serio della nostra contemporaneità. Mi pare evidente, infatti, che non sono il solo ad avere bisogno di figure autorevoli che mi restituiscano quelle certezze che il mondo globale mi ha tolto, a cominciare magari da intellettuali che dedichino al concepimento delle loro opere più tempo di quanto io ne impiegherei ad acquistarle.

Specchio riflesso

02/09/2016

Il magistrato nominato capo di gabinetto da Virginia Raggi e da lei revocato su facebook alle quattro del mattino, Carla Raineri, dichiara: «Credevo di essere stata chiamata per garantire la legalità, ma la verità è tutt’altra». Dopodiché rifiuta di spiegare quale sia questa verità e dice che lo farà solo tra un paio di giorni, perché prima deve «riordinare le idee». Nel frattempo, però, si sono dimessi anche l’assessore al Bilancio con delega alle società partecipate, nonché i vertici delle due principali società partecipate (Ama e Atac). Di fronte a tutto questo, Luigi Di Maio spiega che si tratta di un attacco delle lobby ostili al Movimento, mentre Marco Travaglio, sul Fatto, intima agli esponenti cinquestelle di chiudersi «in conclave con Beppe Grillo» e non parlare con nessuno: «Si cuciano la bocca». Il titolo dell’articolo è ancora più chiaro: «Tutti zitti o tutti a casa». Molto chiaro, ma non tanto trasparente.

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Avete presente la pubblicità di Politics, il nuovo talk show di Raitre, con il politico portato via a braccia perché dà risposte elusive alle domande dell’implacabile conduttore? Ecco, vorrei dire sin d’ora che il mio voto lo avrà solo l’ospite che alla prima domanda, fosse anche «come va?», risponderà secco: «Mi lasci fare una premessa». Per quale ragione non dovrebbe essere lecito – e a volte persino necessario – fare una premessa, rispondere con un ragionamento più ampio, rifiutare i termini in cui l’intervistatore imposta la questione? Siamo proprio certi che sia sempre il politico a cercare di svicolare con le sue risposte evasive, e mai la domanda a essere capziosa, fuorviante, stupida? Il giornalista ha il diritto di fare tutte le domande che crede, ma l’intervistato avrà pure il diritto di rispondere come ritiene. Sul valore della risposta (e della domanda) giudicherà il pubblico. O no?

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Leggo su Repubblica che per il «padre dei neuroni specchio», Giacomo Rizzolatti, la scienza non è un semplice «deposito di conoscenze specialistiche», bensì «un bene per tutti, un arricchimento culturale», come «i Sonetti di Shakespeare, la Commedia di Dante o i quadri del Louvre». È cioè «una risorsa capace di migliorare le nostre capacità di ragionare, provare emozioni e non sottometterci a superstizioni antiche o moderne, vedi la follia della moda del “biologico” o la paura degli Ogm». Sono d’accordo. Aggiungerei solo che quella consapevolezza critica capace di migliorare la nostra capacità di ragionare e che ci permette di distinguere la scienza dalla superstizione, secondo me, non sta nella scienza e non è la scienza che ce la può dare. La storia della politica mondiale, e anche la recente cronaca, purtroppo, è ricca di esempi che lo dimostrano. Dio salvi la democrazia dal superstizioso fanatismo dei nerd.

Al posto della memoria

03/08/2016

Intervistato su Repubblica, Guido Ceronetti racconta di aver scritto un opuscolo dal titolo «Per non dimenticare la memoria» perché, dice, come tutti «sono uno che perde memoria, spesso a larghe fette e ne soffro» (del resto, sta per compiere ottantanove anni). Dice che i giovani invece hanno la «e-memoria, la memoria elettronica» e per spiegarsi aggiunge: «La battaglia di Waterloo? Quel 18 giugno 1815 vanno a cercarlo lì, su quegli aggeggi. Non hanno bisogno di ricordare. L’invenzione della tecnologia è stata una cosa devastante». Mi ha colpito perché questa, se ricordo bene, era esattamente la critica che veniva rivolta contro l’invenzione della scrittura in un famoso dialogo platonico (sebbene non così famoso perché io me ne ricordi con certezza il titolo senza bisogno di consultare la mia memoria elettronica, cosa che adesso sono troppo pigro per fare). In altre parole l’accusa era che i libri, disabituandoci a conservare e gestire le informazioni a mente, ci avrebbero reso tutti dei perfetti cretini. Mi ha colpito perché l’incipit dell’intervista è una battuta di Ceronetti che dice così: «Un consiglio a chi non legge? Per carità, se vuole restare cretino, faccia pure». E cioè, sempre se ricordo bene, l’esatto contrario della tesi esposta nel dialogo platonico. Ceronetti, che è uomo coltissimo, e particolarmente in questa materia, lo sa molto meglio di me, ma deve averlo dimenticato. A me, in compenso, tutta questa storia ha ricordato di quando mi capitò di intervistare un uomo altrettanto colto e anche lui decisamente avanti con gli anni, che si rivelò però assolutamente incapace di seguire coerentemente il filo di un qualsiasi ragionamento. In ogni sua risposta confluivano disordinatamente le informazioni più disparate, in una ragnatela di associazioni, citazioni e note a margine che si faceva sempre più fitta. Nel cercare disperatamente di rintracciare il filo del suo discorso, avevo la sensazione di trovarmi dentro un’antichissima e gigantesca biblioteca colpita da un’alluvione, nei cui corridoi galleggiavano ancora pagine scompagnate e infradiciate dei libri più vari e preziosi, ma ormai quasi del tutto illeggibili. Ricordo che dopo aver chiuso quella singolare telefonata sollevai lo sguardo sul monitor dove, abbandonata ormai ogni intenzione di provare a scrivere quel che mi aveva detto, avevo aperto la mia bacheca twitter. Osservai per un attimo la successione dei tweet ed ebbi quella stessa sensazione: una biblioteca allagata.

Non so se la tecnologia ci renderà più intelligenti o più fessi – dall’invenzione del libro in poi, io direi che ci ha resi più intelligenti, ma so che è una posizione su cui ci sono delle obiezioni – mi domando però se la parte più bella del futuro non comincerà con la nostra capacità di muoverci tra tanti fogli scompagnati che ci svolazzano intorno senza perdere il filo e senza perdere la pazienza, ma soprattutto senza pretendere di rimettere sempre ogni cosa al suo posto, cioè come stava prima.