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Lo sberleffo intimidatorio

09/02/2017

unitaDue giorni fa il direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana, firmava un lungo articolo per rispondere punto su punto alle accuse rivolte al giornale dal blog di Beppe Grillo. Ieri il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, scriveva un editoriale non meno impegnativo in polemica con l’iniziativa di Luigi Di Maio, che ha inviato all’Ordine dei giornalisti una inquietante lista di cronisti sgraditi. Leggi tutto…

Demonizzazioni

09/02/2017

Goya.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato su twitter una catena di distribuzione che si è permessa di ritirare la collezione creata da sua figlia. Il tenore del tweet farebbe anche sorridere, venendo da uno degli uomini più potenti del mondo («Mia figlia Ivanka ha ricevuto un tratttamento così ingiusto…»). Ma questo è solo l’ultimissimo e forse persino il meno grave episodio di una lunga serie, che ci ricorda quotidianamente il gigantesco conflitto d’interessi di cui il presidente è fiero e indisturbato portatore. E a me ricorda anche tutti gli intellettuali e giornalisti che per venti anni ci hanno spiegato che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese moderno, che una cosa simile poteva succedere «solo in Italia», che in America non sarebbe stato neanche pensabile e che per sistemare le cose sarebbe bastato copiare le loro rigorosissime norme antitrust (e dunque, se non lo si faceva in un baleno, era perché la sinistra era venduta e corrotta). Fake news.

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Intervistato da Repubblica, Massimo D’Alema spiega di non essere «rancoroso», bensì «addolorato». A farlo soffrire è lo stato in cui è ridotto il Partito democratico, un partito ormai «diroccato», che Matteo Renzi ha portato irresponsabilmente sull’orlo dell’abisso. «L’82 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha votato No al referendum», spiega l’addolorato presidente dei comitati «Scelgo No».

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Sulla vergognosa vicenda della lista di proscrizione dei giornalisti sgraditi stilata da Luigi Di Maio e su come i giornalisti dovrebbero rispondere a simili provocazioni ho scritto oggi sull’Unità. Qui aggiungo solo una cosa. Anzi, una e mezza. La prima riguarda la bonaria risposta dell’Ordine: «La smettano con la demonizzazione generalizzata dei giornalisti». Si limitino alla demonizzazione generalizzata della politica e delle istituzioni democratiche – dico io – che peraltro hanno imparato da noi (ragion per cui continuo a pensare che l’unica replica davvero sensata consisterebbe di una sola parola: ingrati). La mezza cosa che volevo aggiungere è che tutto questo vale a maggior ragione per il Corriere della sera, da cui è nata l’intera campagna contro «la casta» e che ora si sente accusare dai cinquestelle di far parte, assieme agli altri giornali, di «una casta intoccabile». E non gli pagano nemmeno la Siae.

Motto

02/02/2017

Presto e male

Tanto è uguale

Alcune cose di cui spero tanto che non parleremo mai più

11/01/2017

(essendo ormai acclarato il ruolo degli hacker russi, e di Wikileaks, nell’elezione di Donald Trump; e a maggior ragione dopo l’emergere, in Italia, di una rete di spioni capace di violare gli account di mezzo parlamento, del capo del governo e dell’ex governatore della Banca d’Italia)

  1. Il voto elettronico
  2. Wikileaks come bastione della libertà di stampa
  3. Julian Assange come eroe della sinistra
  4. L’uso di intercettazioni, verbali e dossier come strumento di lotta politica
  5. L’idea che tanto più alto è il grado di libertà di stampa quanto più di frequente i principali mezzi di comunicazioni sono utilizzati per mettere i propri avversari alla gogna

Specchio-riflesso

22/12/2016

Sempre più spesso mi capita di domandarmi come si comporterebbe oggi un ipotetico Perseo del web – e della politica – al tempo della grande egemonia del discorso antipolitico e populista. Con quale scudo potrebbe sfuggire allo sguardo pietrificante di Napalm51, o magari di Dibba78. Con quali sandali magici saprebbe sorvolare la marea di insulti e insinuazioni che sommerge sistematicamente ogni tentativo di discussione razionale. Con quale elmo incantato riuscirebbe a rendersi invisibile alle infinite schiere di mestatori, provocatori di professione ed eternamente ingrugniti per vocazione. Esiste un modo? Esistono uno scudo, dei sandali, un elmo di cui un politico – o un partito – possa impadronirsi, per tagliare la testa della Medusa prima che la politica del risentimento lo trasformi in una statua di pietra? Non lo so. Quello che so è che il vecchio gioco infantile dello specchio-riflesso, in questo caso, ha l’unico effetto di trasformare in Medusa lo stesso Perseo. Il suo scudo, dunque, non serve a niente. E so che il tentativo di sollevarsi al di sopra dei suoi contestatori, guardandoli dall’alto in basso, non fa che rendere più spettacolare la sua caduta, dopo. Dunque non servono neanche sandali alati. E so che anche cercare di rendersi invisibili non fa che aumentare la collera di quel popolo arrabbiato, che i propri rappresentanti vuole vederli invece bene in faccia e sempre più da vicino. Dunque niente elmo incantato. Figurarsi poi se può servire un sacco in cui nascondere la testa della Medusa: non basterebbe la borsa di Mary Poppins per contenere tutti gli infiniti volti della Gorgone post-ideologica. Dunque, che cosa resta? Chissà. Forse a lui, al nostro ipotetico Perseo contemporaneo, non resta proprio niente. E nemmeno a noi: politici, giornalisti o impiegati che siamo, persi nel labirinto delle nostre reti sociali, sempre più virtuali e sempre meno sociali. Forse tutto quello che resta, per chi proprio non voglia rassegnarsi, è l’aspirazione all’impresa, l’intenzione del volo, il desiderio di provare ancora una volta a saltare alle spalle del mostro, nonostante tutto. Se non altro per essere ben sicuri che non sia lui – il mostro – quello accovacciato dietro uno specchio.

Contrordine, compagni: abbiamo vinto

07/12/2016

unitaNon fatevi ingannare dall’esultanza di Beppe Grillo, dalle dichiarazioni roboanti di Matteo Salvini, dai proclami entusiastici di Renato Brunetta. Non hanno capito niente. Ignorate pure le espressioni di giubilo di Marine Le Pen, Nigel Farage e di tutta la destra populista europea. Non hanno capito niente neanche loro. O forse anche loro si sono fatti abbindolare dai «vaniloqui televisivi» dei «soliti noti» che si sono mobilitati per «soffocare la portata di uno spontaneo pronunciamento collettivo» e addirittura «mistificarne» il senso. Secondo la costituzionalista Lorenza Carlassare, infatti, per «neutralizzare il risultato clamoroso del referendum», si continua a «riferire quel successo soltanto ai partiti (affermando così che ha vinto la destra) ignorandone volutamente il grande protagonista, il popolo italiano», e in particolare «il popolo della sinistra». Ma come, si domanda sconsolata sull’Huffington Post, non le hanno viste «le bandiere rosse nelle piazze, nei teatri, nei tanti luoghi degli incontri festosi dei Comitati del No?». Leggi tutto…

La «tenaglia francese» che minaccia la sinistra europea

03/12/2016

unitaL’annunciato ritiro di François Hollande dalle presidenziali non sancisce soltanto la sua personale impopolarità. Sancisce anzitutto la crisi di una sinistra riformista che in Europa rischia di finire stritolata nella morsa tra liberismo e populismo. Il caso francese è particolarmente emblematico. Una parte degli elettori di sinistra è già andata a votare alle primarie della destra, come ha fatto, e raccontato su questo giornale, Marcelle Padovani. Un fenomeno che in altri contesti può essere considerato persino fisiologico (negli Stati Uniti ci sono sempre stati democratici incalliti che si registrano come repubblicani, e viceversa), ma che nel caso francese appare la spia di un problema ben più grosso. Il punto, insomma, è se gli elettori di sinistra che hanno votato alle primarie della destra non si siano semplicemente portati avanti con il lavoro, essendo già rassegnati all’idea che le prossime elezioni riserveranno loro la possibilità di scegliere unicamente da quale candidato della destra farsi governare, tra la destra liberista di François Fillon e la destra populista di Marine Le Pen. A dirla tutta non sarebbe nemmeno la prima volta: nel 2002 ai socialisti toccò il surreale compito di fare campagna elettorale per il loro storico avversario, Jacques Chirac, pur di evitare la vittoria di Jean-Marie Le Pen (il padre di Marine). Ma questo attiene più agli inconvenienti del doppio turno e alle trappole mentali che può indurre negli elettori: nessuno immaginava che il candidato socialista, Lionel Jospin, potesse uscire dal ballottaggio, e così al primo turno l’elettorato di sinistra si disperse in una infinità di liste di sinistra radicale. Leggi tutto…