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Populismo fiscale

16/10/2019

Non è difficile capire quale sia il vero obiettivo della propaganda sulla lotta implacabile ai grandi evasori, anzi grandissimi, ma che dico grandissimi: stranieri (le solite multinazionali). È l’unico schema di gioco che i populisti sanno giocare: raccontare balle, alimentare la rabbia e cercare un capro espiatorio su cui rovesciarla — in questo caso i grandissi-missi-missi-mi evasori — facendo però bene attenzione a che la grande massa degli evasori piccoli e medi, che sono il novanta per cento del problema, ma anche del loro elettorato, capisca il messaggio e lo trovi sufficientemente rassicurante. Se dunque, come leggo sui giornali, questa volta Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri hanno deciso di fare la lotta all’evasione sul serio, e cioè non attraverso l’idea delle manette agli evasori (che in Italia, considerate lunghezza dei processi e opacità della legislazione, sarebbe il colpo definitivo allo stato di diritto e anche all’economia), ma con i limiti al contante e con consistenti incentivi al pagamento elettronico, benissimo. E se su questo si dovranno scontrare contro le opposte demagogie delle manette fiscali (Di Maio) e del libero rotolo di banconote (Renzi), c’è solo da rallegrarsene e da incoraggiarli. E da sperare che ce la facciano.

Il problema è che l’idea di rispondere a ogni problema con il carcere, che si tratti di presunti evasori dai colletti bianchi o di presunti invasori dalla pelle nera, non ha mai abbandonato il capo del governo, né il governo, né la sua maggioranza. Ma è difficile illudersi che su questo potremo mai fare grandi passi avanti, finché a sinistra non si capirà che l’invocazione della galera per i potenti, i banchieri, i miliardari, non è altro che lo specchietto per le allodole dietro cui si nascondono pulsioni autoritarie di cui sono e saranno sempre i poveracci a fare le spese.

Parafrasando i classici, quello che mi preoccupa, come al solito, non è il populismo in sé, ma il populismo in noi.

Come è potuto accadere

01/08/2019

Tante volte ci domandiamo come sia stato possibile che democrazie avanzate, società civilissime e moderne, paesi all’avanguardia nelle scienze, nelle arti e nella filosofia, siano sprofondati nella barbarie della dittatura e del fascismo. Come sia potuto capitare all’Italia è più facile da capire, ma fa impressione lo stesso. Sui libri si parla di tante cause – la crisi del ’29, le conseguenze della guerra, la radicalizzazione dello scontro ideologico – ma forse, tutti presi dalla ricerca di una spiegazione che ci appaia sufficiente e che non lo è mai, tendiamo a sottovalutare la gradualità del processo. Un processo che può essere innescato da mille cause, ma che per prendere slancio ha bisogno di un solo decisivo fattore: che un po’ alla volta la difesa di quei diritti e di quei principi che dovrebbero impedire lo sprofondamento nella barbarie diventi sempre più impopolare, sempre meno conveniente, spingendo chi quei diritti e quei principi dovrebbe garantirli, semplicemente, a smettere di farlo. Più mi guardo intorno – non solo in Italia – e più mi domando quanto siamo lontani dal momento in cui la bilancia del conformismo sociale penderà definitivamente a favore della barbarie, e la battaglia sarà perduta. Sarebbe meglio pensarci prima, in ogni caso. Per questo, secondo me, è sempre giusto ed è sempre utile, anche quando sembri una mossa disperata, fare del proprio meglio per difendere un principio, mettersi di traverso, opporsi ai propalatori di odio con tutta la pazienza e tutto il garbo di cui si è capaci. L’idea che tatticamente ora sarebbe comunque meglio mettere le vele al vento, invece, non mi convince. È vero, i voti si conquistano anche dicendo agli elettori quel che vogliono sentirsi dire. Ma il loro rispetto, indispensabile perché ascoltino quello che dici, lo si conquista dimostrando il coraggio di difendere le proprie idee quando si è in minoranza. Del resto, è logico: se non sei capace di difendere i principi in cui credi, come difenderai quelli in cui manifestamente non hai creduto mai?

Coraggio!

20/07/2019

Leggo sul Corriere della sera della «coraggiosa sfida di Boeri alla sinistra», audacemente esortata dall’ex presidente dell’Inps a riconoscere il fatto che uno stipendio di un insegnante a Reggio Calabria «vale il doppio» che a Milano, e a trarne le logiche conseguenze nella discussione sulla riforma delle autonomie regionali. Secondo la sintesi del Corriere: «Allora, piuttosto che difendere l’attuale uguaglianza delle Regioni, che tra l’altro tanto uguali non sono, visto che in alcune si spende di più e in altre peggio, perché non promuovere la reale uguaglianza tra le persone?». Come dalla premessa del malfunzionamento delle Regioni si arrivi alla conclusione che si debba approfondire il regionalismo, per di più in nome della «reale uguaglianza» delle persone, è un mistero che non sono capace di penetrare. L’unica cosa che mi sembra di capire è che questa «reale uguaglianza» deve stare alla semplice uguaglianza un po’ come il «socialismo reale» sta al socialismo. Quanto alla «coraggiosa sfida» di Boeri, e cioè l’idea che per ottenere questa «reale uguaglianza» tra insegnanti di Milano e insegnanti di Reggio Calabria si debba abbassare lo stipendio degli insegnanti di Reggio Calabria, che dire? Non stupisce che Tito Boeri sia un impavido professore milanese, e non reggino. Ma questa sarebbe una risposta troppo facile. Mi auguro invece che la risposta della sinistra sia altrettanto coraggiosa, e faccia notare all’intrepido professore che compito della politica non sarebbe quello di limitarsi a riconoscere le cose che non vanno, come ad esempio il fatto che a Reggio Calabria, Caserta, Catania o Catanzaro il costo della vita differisca alquanto da quello di Milano – per non parlare della metropolitana, degli ospedali, delle scuole o della criminalità organizzata – ma di cambiarle. Capisco però che anche questa risposta potrebbe incontrare prevedibili obiezioni, e apparire a molti ideologica, pregiudiziale, astratta. Dunque, con uno sforzo di pragmatismo, suggerirei di accompagnarla a una sincera manifestazione di disponibilità a ridiscuterne quando il professor Boeri, da parte sua, avrà trovato il coraggio di spendere il suo stipendio – e le sue giornate – a Reggio Calabria, Caserta, Catania o Catanzaro, anziché a Milano, diciamo per un annetto. Sempre che nel frattempo non abbia cambiato idea.

Ci duole informarvi che la crisi appena cominciata è già finita

19/07/2019

Corriere della sera. Pag. 3: «“È finita la fiducia, anche personale”. Poi Salvini si corregge – “Di Maio è perbene. O questo governo o il voto”».

Corriere della sera. Pag. 6: «Di Maio furioso con l’alleato: ora mi deve chiedere scusa – “Vuole sviare dal caso Russia”. Poi frena: con lui la soluzione si trova».

E allora Suslov?

14/07/2019

Se solo per un attimo volessimo prendere sul serio l’argomento “e allora il Pci?” – variante storico-politica di quello che nei manuali di retorica classica è chiamato argomento dello “specchio-riflesso”, o “bacia-la-porta” – bisognerebbe far notare ai suoi sostenitori una conseguenza logica tanto ovvia quanto, evidentemente, trascurata. E cioè che il legame con Mosca, certificato ma non certo esaurito dai relativi finanziamenti, è proprio la ragione per cui, nonostante prendesse assai più voti della maggior parte dei partiti di governo, il Pci al governo non ci poteva andare comunque, e di fatto non ci è andato mai, in nessuna combinazione e per nessun motivo (men che meno al ministero degli Interni). Personalmente, considero il parallelo tra la Lega e il Pci completamente campato in aria, e ancor più fuorviante il parallelo tra i rispettivi rapporti con la Russia, ma se proprio ci tenete a sostenerlo, allora, per coerenza, direi che andrebbe portato fino in fondo, traendone le conseguenze pratiche.

Chissà

17/04/2019

Di solito in questi casi si ricorda come ci si era conosciuti, che cosa si era fatto insieme, dove e come ci si era incrociati o mancati l’ultima volta. È un esercizio che risulta spesso maldestro, a volte grottesco, quasi sempre implacabilmente egoriferito, e che risulterebbe ancora più assurdo a proposito di una persona così poco egoriferita qual era Massimo Bordin. Forse bisognerebbe tacere e basta. Forse, non volendo tacere, parlare poco. Perché è difficilissimo scrivere anche solo un rigo, pensando a come lo avrebbe letto lui, e a come lo avrebbe chiosato. Probabilmente con un semplice: adesso non esageriamo. Chissà come avrebbe letto e chiosato, domani, i tanti articoli che già si stanno scrivendo su di lui. Probabilmente non ne avrebbe letto neanche uno – almeno non ad alta voce, non in radio – limitandosi a un riferimento ironico e affilato, distaccato ed elegante, asciutto e preciso, com’era lui.

Haiku

20/12/2018

Di Maio: “Risalirei sul balcone”.

Ma forse

con diversa intenzione.

Di noi

13/12/2018

Mai avrei voluto suscitare nel futuro
la pietà degli alunni.
Mai essere su un quaderno di scuola
in questo modo.

(Hilde Domin – Von uns)

 

La storia si ripete

06/12/2018

Le voci sull’ex segretario del Pd che alla vigilia del congresso pensa di promuovere una scissione per fondare un nuovo partito mi danno una forte sensazione di – come dire? – déjà vu.

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Lingua di fuoco e guanti di velluto

10/08/2018

In un bell’articolo sul Foglio che è anche l’unica cosa che abbia letto finora, in questa stanca mattina del 10 agosto, Giuliano Ferrara parla della necessità di una “lingua di fuoco” per contrastare l’ondata populista globale (e nazionale), citando due grandi classici della letteratura occidentale che prima o poi dovrò decidermi a leggere (o finire di leggere): la Lettera scarlatta e il Vangelo. Lo segnalo qui, dove non scrivo niente da mesi, vincendo la pigrizia e l’idea che semmai dovrei pensare a scrivere ben altro, e prima ancora a leggere, e prima ancora a chi me lo fa fare, perché proprio questa stessa catena di pensieri e di esitazioni mi sembra sia degna di nota. Perché ho l’impressione che qualcosa del genere accompagni e tenda a rallentare o a spegnere del tutto ogni impulso a prendere la parola e a fare qualcosa, forse non solo in me. È come se di fronte alla crescente gravità e assurdità e a volte perfino tragicità delle notizie di cronaca, e di conseguenza al desiderio di dire qualcosa, si opponesse un muro molto più efficace della semplice paura di litigare o di farsi dei nemici, nella forma di un’enorme stanchezza. E mi chiedo se andasse così anche in altre fasi della nostra storia, e se non fosse proprio questo il modo in cui si presentava anche allora, in tanti di coloro che i libri avrebbero definito attendisti, la pressione del conformismo sociale, o semplicemente la viltà. Chissà se anche loro, interrogati oggi sulle ragioni della loro acquiescenza, risponderebbero come avrei risposto io alla domanda sul perché, a proposito di questo o di quello, non abbia scritto un articolo, un post su facebook o anche soltanto un tweet: ero stanco. Ho l’impressione di non essere l’unico, in questo periodo, ad avvertire sempre più spesso una simile svogliatezza, e a biascicare scuse fino a tardi per non alzarmi dal letto. Servirà davvero una “lingua di fuoco”, per uscire da questa situazione. Ma serviranno anche guanti di velluto, perché nulla stanca come la retorica e l’indignazione malriposta, a comando, insincera. Ed è ora di alzarsi.