Una passione senza misura
Da tempo volevo scrivere qualcosa su questo libro, perché lo ha scritto il mio filosofo di riferimento, perché è un bellissimo libro e perché mi ha riportato alla mia infanzia. E’ una raccolta di saggi e il primo saggio riguarda la famosa scommessa di Pascal, la teoria secondo cui conviene comunque scommettere che Dio esista, perché se esiste vinci il paradiso, mentre se non esiste non perdi nulla. Non vi riassumerò tutta l’interpretazione di questa apparente banalità che dà Massimo, anche perché se ve ne anticipassi la conclusione vi toglierei il piacere maggiore della lettura, che è per l’appunto quello di seguire la ricostruzione passo dopo passo, nonostante la conclusione sia in un certo senso sotto gli occhi sin dall’inizio, un po’ come la lettera rubata di Edgar Allan Poe o una puntata del Tenente Colombo. Devo inoltre avvisare, per correttezza, che l’autore non condivide affatto il mio giudizio e sostiene che il saggio su Pascal è il più banale o scolastico o non ricordo cosa di tutto il suo libro. Quello in cui si è davvero impegnato è il saggio su Spinoza. Quello mi ha invitato a leggere e su quello mi ha cortesemente chiesto un parere, che io gli avrei dato pure volentieri, se solo ne avessi capita mezza parola (ma l’ho letto a notte fonda, ero davvero molto stanco, avevo appuntamento dal dentista la mattina dopo, non ho avuto tempo di studiare, avevo segnato male i compiti sul diario, insomma è stato tutto un complesso di cose, voi capite). Comunque sia, detto e ribadito per correttezza che l’autore non è d’accordo, secondo me il saggio su Pascal è meraviglioso. Leggetelo, perché vale da solo assai più del prezzo di tutto il libro (e poi, se proprio avete tempo da perdere e nulla di meglio da fare, magari buttate anche un occhio a quell’incomprensibile manciata di paginette su Spinoza). Ammetto però che sulle mie preferenze incide forse un elemento personale. Il fatto è che pure da piccolo, ma piccolo piccolo, ero comunque un bambino ateo e razionalista, con una certa inclinazione verso il materialismo dialettico. Ma avevo anche le paure di tutti i bambini, o almeno di tutti i bambini fifoni. A cominciare dalla paura della notte, del buio e della solitudine. Essendo però un bambino ateo e razionalista, alla mamma che mi domandava di cosa avessi paura – dopo che l’avevo tirata giù dal suo letto urlando, per l’appunto, che avevo paura – non potevo rispondere: del Diavolo. Perché non ero mica cretino, mica credevo al Diavolo, e nemmeno al buon Dio né a tutte le altre storie della subdola propaganda clericale spacciata dalla mia maestra, che vi credete. Dunque rispondevo semplicemente: “Ho le paure“. Come il raffreddore. Non ha senso la domanda: hai il raffreddore di cosa, o per cosa. Ce l’hai e basta. E’ un fatto. Una constatazione empirica di cui uno spirito razionalista deve scientificamente prendere atto. Insomma, la cosa era diventata un piccolo problema, tanto che una volta ne avevo parlato persino con mio padre, che alla fine mi aveva chiesto, pure lui: “Ma di cosa hai paura?”. Eravamo in automobile, mi stava portando a casa (sì, i miei genitori avevano divorziato, mio padre era comunista e allora portava pure la barba – astenersi aspiranti psicanalisti cattolici dai commenti, grazie). E io, fermamente convinto delle mie idee e forte di una lunga riflessione, senza esitare: “Del Diavolo”. Ma il Diavolo non esiste, disse mio padre con tono affettuoso. E qui veniamo a Pascal. Perché ovviamente sapevo che avrebbe risposto così (mio padre, non Pascal) e lo aspettavo al varco. Perché magari è tutto un film che mi sono fatto dopo, magari allora non risposi proprio nulla, ma io giurerei di avergli detto, a otto anni o giù di lì, più o meno così: da un punto di vista puramente razionale, che prove ho io che permettano di escludere categoricamente l’ipotesi che tutta la mia vita dalla nascita a questo momento non sia solo un sogno, un’allucinazione indotta da un demonio che in questo stesso istante mi stringe in pugno e che da un momento all’altro potrebbe schioccare le dita e risvegliarmi? E io allora avrei scoperto di colpo che non esisteva nulla, né quella macchina né papà né mamma né la scuola né il pianeta Terra né l’umanità. Avrei scoperto che ero l’unico essere umano esistente, che tutto ciò che chiamavo mondo era semplicemente un sogno che avevo fatto dopo esser caduto addormentato nella mano del Diavolo. Non so dire cosa rispose mio padre (immagino: “Ma figurati”), fatto sta che se non ricordo male in Pascal si trova un ragionamento molto simile (per criticarlo, ovviamente) e che comunque tutto questo è un po’ la versione speculare della sua scommessa (a dimostrazione di quello che dimostra splendidamente Massimo Adinolfi nel suo libro, se l’ho capito bene – il che in verità mi capita di rado, ma non si può mai dire). Resta però la questione dell’errore di calcolo, che Adinolfi non affronta. E questa è forse l’unica grave lacuna del suo saggio. Nello schema di Pascal, infatti, non si contempla l’ipotesi illustrata da Roberto Benigni negli anni Ottanta, e cioè che tu scommetti tutto sul dio di cui parla Pascal, convinto dal ragionamento secondo cui male che vada non perdi nulla, poi passi all’altro mondo e ti ritrovi davanti Manitù. Bella fregatura. E a quel punto ti resta poco da fare. Il massimo che puoi fare è pregarlo di metterti nello stesso girone di Pascal, così almeno chiedi indietro i soldi.

Credo che Pascal – reminiscenze scolastiche, di un liceo ormai lontanissimo – consigliasse anche di comportarsi da credente (andando in Chiesa, ecc.) perchè poi la fede sarebbe arrivata. Un po’ come potresti fare con Veltroni (se scherzare è lecito, ma sono sicuro di sì. La volta scorsa mi hai un po’ rimbrottato …).
Bel post
Roberto ha ragione, comincia ad applicare il metodo pascal per quanto riguarda “l’essere Veltroniano”, poi, fatto questo, non porre limiti alla provvidenza….
e che cavolo, pure voi!
una volta che scrive un post in cui non si parla di veltroni…