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Il valore del Pd

06/08/2008

La posizione assunta in Parlamento dal Partito democratico sul caso Englaro ha suscitato un dibattito che è forse più interessante per quello che dice di sé e dei suoi protagonisti – buona parte della cosiddetta intellighenzia di sinistra – che per il suo contributo alla discussione sulla vicenda. Un caso che per complessità e delicatezza dovrebbe indurre in chiunque – nello scriverne, nel parlarne e persino nel pensarne – una particolare attenzione e una speciale cautela.
Questo non vuol dire, naturalmente, che non si possa criticare la scelta del Partito democratico di non partecipare al voto sul conflitto di attribuzione sollevato dalla maggioranza, e sostenere che la posizione più limpida fosse votare “no”. E si può comprendere anche l’indignazione di molti dinanzi a una campagna che in qualche caso ha toccato punte di autentica disumanità. In proposito, il teologo Vito Mancuso ha scritto sul Foglio: “Con lo stesso zelo che oggi intende difendere la vita, nei secoli passati si seminava morte mettendo al rogo chi la pensava diversamente. Un tempo i roghi, oggi le insinuazioni di omicidio verso il padre e la madre di Eluana”. Su questi argomenti, in effetti, c’è parecchio zelo in circolazione. Non è una novità, ma forse non è nemmeno il punto centrale del dibattito, che secondo me riguarda invece una peculiare concezione della politica e della democrazia.
Venerdì, su Repubblica, Miriam Mafai ha scritto che la decisione di non partecipare al voto ha segnato “una brutta giornata… per chi crede nel Partito democratico e nella laicità del nostro stato”. Sabato, sulla Stampa, Fabio Fazio ha scritto che “l’astensionismo certamente sofferto ma di fatto compatto e disciplinato” del Pd (“roba da centralismo democratico”) rivela “la vera identità del Partito democratico: quella cioè di non poterne avere una”. E ha persino istituito un parallelo, che sapeva parecchio di nesso causale, tra “l’astensionismo” del Pd in Parlamento e quello dei suoi elettori che alle comunali di Roma hanno fatto mancare i loro voti a Francesco Rutelli. Domenica, di nuovo su Repubblica, Eugenio Scalfari ha scritto che su questi temi, in autunno, il Pd dovrà chiarire la sua posizione, per poi parlare con “una sola voce”, perché “dall’incontro tra laici e cattolici democratici è nato il Pd” e “la laicità è stato fin dall’inizio considerato il valore fondante”. Pertanto, questa è “la prima prova concreta per saggiare la validità dell’incontro tra quelle due culture”. Se la prova fallisse, concludeva, le conseguenze “metterebbero in discussione l’esistenza stessa del partito”. Altri, ad esempio sul Manifesto, hanno proposto direttamente la “sospensione dell’accanimento terapeutico” sul Pd, giudicato ormai manifestamente incapace di intendere, volere e sentire. Tralascio altri interventi, anche più accesi, che si sono concentrati sullo stesso punto – l’identità del Pd – perché non mi sembra che rispetto agli articoli citati modifichino sostanzialmente i termini della questione. E forse è proprio questo che bisognerebbe sforzarsi di fare.
Prima, però, bisogna sgomberare il terreno dagli equivoci. Innanzi tutto, non è vero che il Pd non abbia assunto una posizione sul conflitto di attribuzione, sia in Parlamento sia sulla stampa. Antonello Soro e Rosy Bindi hanno ricordato sul Corriere della Sera che “la decisione di non partecipare al voto in Aula, forma di dissenso raramente utilizzata, è stata presa all’unanimità per esprimere la massima distanza dalla strumentalità e dal cinismo del centrodestra”. E che “il Pd ha già ottenuto un confronto parlamentare che permetta di colmare il vuoto legislativo su questa materia”. Tra l’altro, l’argomento con cui il Pd si è opposto al conflitto di attribuzione è lo stesso, paradossalmente, utilizzato su Avvenire da Francesco D’Agostino per negare la necessità di una legge sul testamento biologico. “La teoria generale del diritto – scrive D’Agostino – ci insegna che, per definizione, in un ordinamento giuridico i ‘vuoti’ sono solo apparenti, perché un’adeguata interpretazione (estensiva, restrittiva o analogica) delle norme vigenti è in grado sempre di colmarli”. E questo è esattamente lo stesso principio richiamato da Soro e Bindi per concluderne che il giudice non può non esprimersi sui casi che gli vengono sottoposti. E di conseguenza, quando lo fa, non può essere accusato di alcuna ingerenza.
Sul conflitto di attribuzione, dunque, il Pd una posizione l’ha espressa chiaramente. Dopodiché, i suoi parlamentari non solo non hanno rifuggito, ma sono stati essi stessi a chiedere (e ottenere) che il Parlamento discuta una legge sul testamento biologico, peraltro da tempo presentata dal senatore (cattolico) Ignazio Marino, che per questo obiettivo si batte da anni. Ragion per cui gode oggi di una meritatissima popolarità presso quegli stessi ambienti che nel 2006, quando i Ds ne annunciarono la candidatura, lo additarono come prova vivente dell’inarrestabile deriva clericale che la nascita del Pd comportava. Ultima precisazione: non è vero che nella scelta di non votare il Pd sia stato “compatto e disciplinato” come ai tempi del “centralismo democratico”, giacché non solo i radicali eletti nelle sue liste, ma anche una dirigente (ed ex ministro) come Barbara Pollastrini ha votato “no”, rivendicando la sua scelta in un’intervista all’Unità.

L’intreccio degli equivoci
In un simile intreccio di equivoci e incomprensioni, l’impressione è che il bandolo stia nella diffusa convinzione che su questi temi, e persino su un caso-limite come quello di Eluana Englaro, si misuri nientemeno che “l’identità” di un partito e la sua stessa possibilità di esistere. Su questo, ieri il Riformista ha pubblicato un interessante intervento di Pietro Ichino, giuslavorista e deputato del Pd, che dice di comprendere (pur non condividendo) chi sostiene fosse politicamente più opportuno votare “no”; ma questa – osserva – è “una questione di mera opportunità politica, non una questione di principio”. Eppure, nel dibattito, questione di principio è divenuta. Anzi, si direbbe che per molti questa sia al contrario la questione di principio.
Chissà, forse la diversità di valutazione non dipende solo da convinzioni filosofiche, ma un po’ anche da dove si va al mare. Un amico che frequenta le spiagge di Ostia, per esempio, giusto ieri mi parlava dei discorsi dei suoi vicini di ombrellone, che immagino piuttosto diversi da quelli che si possono sentire a Capalbio. Capita continuamente – mi diceva – di ascoltarli sostenere che se fossero al governo saprebbero bene come risolvere la crisi economica o il problema della sicurezza. Mai però che dicano: “Mi trovassi al posto della famiglia Englaro – o in uno dei tanti casi simili di cui parla la tv – saprei benissimo cosa fare”. Chissà, forse c’entra anche quella distinzione tra “sentire, sapere e comprendere” di cui parlava Gramsci. La distinzione cioè tra “l’elemento popolare che ‘sente’, ma non sempre comprende o sa” e l’elemento intellettuale che “sa”, ma non sempre “comprende” e soprattutto “sente”. Di qui, i due estremi opposti: “La pedanteria e il filisteismo da una parte, la passione cieca e il settarismo dall’altra”. Capalbio e Ostia, si potrebbe dire. E chissà, forse, se in passato si fosse tenuta a mente questa distinzione, si sarebbe evitato di regalare al cardinal Ruini una vittoria schiacciante come quella del referendum sulla fecondazione assistita, dove a votare quattro “sì” come indicato dai partiti (e dai giornali) della sinistra – e come ho votato anch’io – è stata un’esigua minoranza. La metà degli stessi elettori di centrosinistra che solo un anno dopo, alle politiche, avrebbero dato la vittoria all’Unione.
Naturalmente, riflettere su quella sconfitta – che ha pesato terribilmente, anche su questioni totalmente diverse come i Pacs – non significa pensare che avesse ragione chi disertò le urne. D’altra parte, non andare a votare non equivale a votare “no”. Semplicemente, il fatto è che su questioni tanto complesse e delicate come quelle che riguardano l’inizio e la fine della vita buona parte degli italiani non solo, probabilmente, un’opinione ferma e convinta non ce l’ha – io stesso, in verità, non so dire che cosa farei se mi trovassi nella posizione della famiglia Englaro – ma soprattutto, su questo, rifiuta di affidarsi alle decisioni del proprio partito o del proprio schieramento. Giustamente: dove comincia o dove finisce la vita non è questione che possa essere decisa da una mozione congressuale.
Eppure è questa la conclusione paradossale cui porta questo dibattito sui valori che va avanti da anni. Un dibattito che sul Pd continua a pesare, nonostante la scarsa fortuna arrisa nel frattempo ai suoi maggiori promotori (oltre al referendum, si pensi alla sorte toccata alla Rosa nel pugno, o alla minoranza dei Ds che proprio su tali questioni “identitarie” rifiutò di entrare nel Pd, per confluire nella Sinistra Arcobaleno). E tanto ha pesato – questo dibattito sull’identità del Pd – che gli sventurati dirigenti hanno pensato bene di rispondere alle critiche con una “carta dei valori” del partito. Un testo che ha provocato polemiche surreali fino al giorno della sua nascita, per precipitare subito dopo nel meritato oblio. Per inciso, Palmiro Togliatti fece cancellare dallo statuto del Pci l’articolo secondo cui l’iscritto, all’atto della sua adesione, dichiarava di riconoscersi nei principi del marxismo-leninismo. Decisione assunta per sottolineare il carattere pluralistico e democratico – vorrei dire “laico” – del Partito comunista italiano, negli anni Quaranta.
Tutto questo, ovviamente, non significa che i partiti non debbano occuparsi di questioni che riguardano anche il confine tra vita e morte. Ma semplicemente che tanto in Parlamento quanto nei singoli partiti, su tali questioni, il punto non è fissare “un set di valori” in cui tutti debbano riconoscersi, il che è o impossibile (se fatto seriamente) o ozioso (se fatto al modo della tavola delle buone maniere varata dal Pd); il punto è la disponibilità alla ricerca di un compromesso. E proprio la legge sull’aborto è la prova migliore di come su questi temi la ricerca di un compromesso, a partire da diverse convinzioni etiche, filosofiche e religiose – o da diversi “valori”, se si preferisce – non è solo possibile, ma produce anche degli ottimi risultati. Tanto che ancora oggi gli antiabortisti ne chiedono “l’applicazione integrale”. Abbiano o meno ragione nel chiederlo, il fatto che questa sia la loro posizione mi pare un’ottima dimostrazione della forza di quel compromesso. E uso di proposito l’espressione “forza”, nella vana speranza di tranquillizzare tutti coloro che lamentano, da una parte e dall’altra, l’assenza di “pensieri forti” in questo campo, contro la “logica del compromesso”. Del resto, l’idea che il compromesso non possa che essere “al ribasso” è tipica dei fanatici, convinti che dalla massima altezza della loro perfetta, pura e incontaminata verità non si possa che scendere, abbassandosi a considerare le errate (se non abiette) posizioni altrui. Ma è anche la conseguenza inevitabile di una politica “fondata sui valori”.
Alzi la mano chi sia pronto a dire che sui propri “valori” è disposto al compromesso. I valori sono, per definizione, “non negoziabili”. E la risposta laica alla campagna condotta a suo tempo su questo tema dalla Cei avrebbe dovuto essere che la politica non si occupa di “valori”, perché né lo stato né i partiti hanno il compito – né il diritto – di sindacare sui “valori” del singolo. La democrazia è al contrario lo spazio in cui ciascuno, sulla base dei propri liberi convincimenti morali, filosofici o religiosi, ha il diritto di confrontarsi con gli altri e di concorrere alla decisione comune sulle soluzioni concrete da dare a problemi concreti. Ed è più che naturale che su questioni tanto complesse e delicate come quella che riguarda Eluana Englaro si manifestino, in tutti i partiti, le più diverse opzioni. Se diverse opzioni si manifestano persino nella chiesa – come sembra accadere ora sul testamento biologico – ci mancherebbe che non emergessero nel Pd.
La mia impressione è che questa ossessione per i “valori” sia il frutto di una peculiare ideologia che si è affermata dopo il crollo del comunismo. E che, come tutte le ideologie, parte dall’affermazione della fine delle ideologie. Finite queste – si è detto – anche il confine tra destra e sinistra ha cessato di esistere, o si è “spostato” altrove – e cioè, appunto, sulle questioni bioetiche, o semplicemente sui “valori” – perché sulle questioni su cui un tempo si dividevano le forze politiche ci sarebbe ormai un larghissimo consenso. La vecchia lotta per la distribuzione della ricchezza non ha più ragion d’essere, perché ormai siamo tutti d’accordo sul fatto che la migliore soluzione possibile la fornisce il mercato. Ma se così fosse – domando – che cosa resterebbe della democrazia? Su che cosa potrebbero mai dividersi, e decidere, gli elettori? Evidentemente, la scelta non potrebbe essere che sulle persone chiamate ad applicare l’unica e indiscutibile ricetta rimasta; sulla loro personale affidabilità, competenza e moralità. L’unica “questione politica” che rimane è dunque la “questione morale”. Di nuovo, insomma, i valori.
Il problema è che il tentativo di espellere il conflitto sociale dall’orizzonte della politica ha prodotto la necessità di trovare un altro terreno su cui dare sfogo alle contrapposizioni che nella società, checché se ne dica, restano irriducibili a qualsiasi teoria organicistica. E così, coloro che nulla hanno avuto da dire sull’identità del Pd quando questo ha candidato come capolista Massimo Calearo – che da leader di Federmeccanica non soltanto si era contrapposto (eccome) agli operai, ma aveva persino inneggiato allo “sciopero fiscale” contro il governo Prodi – adesso s’interrogano gravemente dinanzi alla scelta di non partecipare al voto sul caso Englaro.
Ovviamente, non dico questo perché pensi che la vita e la morte siano questioni meno importanti delle tasse o dei salari. Semmai, l’esatto contrario. Ma forse aiuterebbe la discussione sostituire “valori” con “principi”: ciò che sta cioè al principio di ogni discussione, che viene prima, perché è la prima ragione che mi porta a sostenere quello che sostengo, il punto di partenza di tutti i miei successivi ragionamenti. Potremo dunque confrontarci e magari trovare anche un ottimo compromesso a mezza strada, per esempio, su quale sia la legge elettorale meglio rispondente ai principi della nostra democrazia; mai però sull’essenza di quei principi, sul fatto cioè che l’Italia debba restare una democrazia. E potremo farlo anche sulle questioni bioetiche, così come in passato abbiamo trovato un ottimo compromesso sull’aborto, pur partendo dalla più grande varietà di convinzioni morali e religiose (o, se proprio volete, valori). (il Foglio, 6 agosto 2008)

11 commenti leave one →
  1. 06/08/2008 15:44

    C’è un equivoco di fondo di cui sembri non accorgerti. Il tuo bagnante di Ostia non dice che non saprebbe cosa farebbe se fosse un parlamentare o un giudice chiamato a occuparsi del caso Englaro: lui non saprebbe cosa farebbe se fosse nei panni della famiglia Englaro. E bella forza. Nessuno di noi – bagnanti o parlamentari, piddini o pidiellini, ostiensi o capalbiesi – saprebbe cosa farebbe, perché ringraziando Dio non ci troviamo in quella tragica situazione. Ma qualcuno che sa cosa fare c’è, ed è, guardacaso, proprio la famiglia Englaro. E lo sa perché è quello che Eluana – la persona della cui sorte di tratta di decidere – voleva (vorrebbe, vuole) che si faccia del suo corpo in stato vegetativo permanente. Il dibattito di questi anni non verte sul tipo di supporto psicologico da dare alla famiglia Englaro, o sul modo più corretto per aiutarla a prendere una decisione: non sarebbe un dibattito politico. Il dibattito di questi anni è stato una continua serie di tentativi, finora riusciti, per impedire alla famiglia Englaro di mettere in pratica una decisione presa, ripeto, dalla loro congiunta. Quando un giudice ha sancito che quella decisione può essere legittimamente messa in pratica, la maggioranza ha escogitato l’ennesimo, e il più pretestuoso, di quei tentativi. Ora, non parliamo della violazione del “valore” (parola di cui anch’io diffido) dell’autodeterminazione personale, che pure mi pare un concetto (vogliamo usare questa parola invece?) imprescindibile per un partito di sinistra. Ma il principio secondo cui in democrazia i giudici applicano e interpretano le leggi e i parlamenti non compiono atti ad personam, anzi contra personam, non meritava una presa di posizione più netta?

  2. francesco cundari permalink
    06/08/2008 19:33

    Per miic: Della scelta della famiglia englaro non mi permetto di discutere. Su questo, ho citato le parole del teologo vito mancuso che paragona la campagna dei “difensori della vita” contro i familiari di eluana ai roghi dell’Inquisizione (parole che mi sembrano abbastanza nette). Quanto al resto, non è che non me ne accorgo, è semplicemente che non parlavo di quello, non era proprio quello l’argomento del mio articolo. Dopodiché, parliamone pure. Ebbene, secondo me la fai troppo facile e la metti anche nei termini sbagliati, e cioè: il “vero” motivo per cui gli altri sostengono quel che sostengono non sarebbe nel merito delle loro posizioni – che non prendi nemmeno in considerazione – ma solo in una cinica strumentalizzazione o nel desiderio di compiacere la chiesa. Perché nel merito, appunto, la fai facilissima. E invece la questione facile non è, né dal punto di vista scientifico, né giuridico, né etico. E mi sorprende che tu non lo capisca. Perché non si tratta di “una decisione presa da una loro congiunta”. Mi dispiace, ma non è così. E con questo non sto dicendo che la famiglia “mente” (rispondo al commento di Lisa due post qui sotto) ma solo che il principio della “volontà presunta” non è una scelta banale, scontata, senza conseguenze potenzialmente assai rilevanti e a loro volta per niente scontate, e perlomeno degne di essere discusse. E lo stesso vale per tutti gli altri aspetti di questo caso, che personalmente considero ai limiti dell’indecidibilità. E infatti, proprio per questo, non mi permetto di dire, né di pensare, né a né ba sulla scelta della famiglia, ma al tempo stesso non posso non riconoscere che siamo su un confine molto labile, e chi solleva il problema non solleva un problema pretestuoso e inesistente – come, chessò, l’offesa che i pacs recherebbero alla sensibilità o alla stabilità delle famiglie italiane. Mi spiego?

  3. 07/08/2008 07:23

    ho letto i vari interventi dei leader del pd, ma continuo a non capire perché per dire no al cinismo e alla strumentalitá del conflitto di attribuzione non si possa semplicemente votare no.

    sul resto del tuo articolo concordo in pieno, ma lo si puó affermare anche sottolineando lo speculare cinismo e strumentalitá della scelta del pd.

    OT (x la tua risposta a miic). la volontá presunta é faccenda complicata, concordo. infatti la sentenza contestata stabilisce non a caso che debba decidere il giudice di volta in volta. nel caso englaro ha reputato fosse chiaramente espressa (testimonianze concordanti ecc)

  4. 07/08/2008 09:28

    Ti spieghi, ma non mi convinci (e vabbe’). Parliamone, discutiamone, ecc: ma cosa stiamo facendo da vent’anni? Io forse la faccio troppo facile, quello che mi sembra inaccettabile è che un Rutelli dica neanche troppo velatamente la stessa cosa alla famiglia Englaro: che è troppo facile staccare la spina, ecc. ecc. La volontà presunta è un criterio troppo labile e potenzialmente pericoloso, dici, e sono d’accordo. Ma non mi pare che sia questo il punto centrale del dibattito. Qui infatti c’è un sacco di gente che dice che anche in presenza di una volontà chiara ed espressa una persona non può disporre del proprio corpo, della propria vita, e quindi il testamento biologico non serve a niente. Sperare che questa posizione non sia strumentale, e che con costoro si possa trovare un compromesso, riesce evidentemente molto più facile a te che a me.

  5. 07/08/2008 15:02

    sai, più che cautela io direi silenzio. Gli organi legislativi fanno bene e sentenziare e il parlamento a discuterne, è il loro lavoro, ma i grandi dolori e i grandi amori sono muti.

  6. 07/08/2008 16:52

    Il problema è l’assurda pretesa di legiferare sui valori.
    Le leggi vanno redatte per regolare delle materie. Le questioni mediche saranno regolamentate da principi scientifici, quelle sociali dai diritti civili riconosciuti dalla costituzione. I valori in cui si crede servono al singolo individuo per scegliere di volta in volta come comportarsi, nei limiti della legge.

    E questo è il torto di gran parte della politica cattolica e delle gerarchie vaticane: voler trasformare credenze personali in leggi valide per tutti. Pretendendo persino di occuparsi di questioni al di fuori della propria competenza e delle proprie conoscenze.
    La medicina è una materia scientifica che nulla ha a che vedere con la religione. Materie come la fecondazione e la nascita, la morte e le condizioni vegetative di una persona sono di esclusiva pertinenza dei medici che si occupano del singolo caso. Le scelte da compiere spettano unicamente alle persone coinvolte, secondo coscienza.
    In mancanza di una legge specifica, spetta senza dubbio alla magistratura valutare i casi nell’ambito della normativa in vigore.

    E’ un dibattito indecente e senza senso quello che vede coinvolti i rappresentanti della Chiesa: semplicemente non hanno alcun diritto di indicare un’etica. Un’etica universalmente valida non può in nessun caso fondarsi sul relativismo di un qualche dogma religioso che, in quanto tale, non è valido per tutti.

  7. 07/08/2008 23:28

    cundari, mi dài un indirizzo email valido?

  8. francesco cundari permalink
    08/08/2008 16:57

    in effetti mi ero sempre dimenticato di aggiungerlo nel profilo (link in alto a destra)

  9. John Doe permalink
    09/08/2008 00:35

    Io la penso allo stesso modo di Aleks, non ha senso leggiferare su una cosa simile. A proposito del pd e del suo comportamento (si vabbè, i radicali e la pollastrini…) bastava dirlo. Che un partito possa non avere una posizione ufficiale è lecito, anzi dal mio punto di vista è doveroso, ma allora lo dica.
    Che c’è di strano e di scorretto nel dire: riguarda le coscienze e ognuno si regoli con la sua, la politica non c’entra niente!
    La posizione ufficiale del pd è stata: io vado, sono offeso e non gioco più.

    L’unica cosa che mi atterrisce della mancanza di una legge in merito è che ogni pretore, ogni gip, ogni presidente di cassazione e ogni auditore farebbe applicare la sua, di caso in caso e secondo la sua coscienza…..bello eh?
    Ci manca solo di vedere d’avanzo che pubblica i verbali delle intercettazioni tra famiglie disintegrate dal dolore e medici obiettori, e abbiamo fatto tombola.

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