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Storia e fenomenologia dell’epistolario veltroniano

04/10/2008

L’ultima lettera di Walter Veltroni risale a tre giorni fa. Pubblicata sul Corriere della Sera il primo ottobre, rispondeva a un articolo di Pierluigi Battista, che a sua volta criticava un’intervista di Veltroni, sempre al Corriere, del giorno precedente (quella sull’involuzione autoritaria dell’Italia). La penultima lettera veltroniana è del 26 settembre (per comodità, qui si considera sempre la data di pubblicazione, ovviamente successiva a quella di spedizione), indirizzata a Pier Ferdinando Casini e dedicata alla riforma della legge elettorale per le europee; tema su cui Veltroni assicurava la più ferma opposizione del Pd e offriva a Casini la disponibilità a un fronte comune contro la maggioranza. La terzultima lettera è di due giorni prima (24 settembre). Aveva per destinatario Silvio Berlusconi ed era dedicata alla vertenza Alitalia; tema su cui Veltroni assicurava al premier la più leale collaborazione dell’opposizione, invitandolo a riportare tutte le parti attorno a un tavolo.
Tre lettere in sette giorni – sette giorni peraltro non avidi di interviste, conferenze stampa e apparizioni televisive – fanno la media di una lettera ogni due giorni. Un picco significativo anche per la produzione epistolare di Veltroni, da sempre assai generosa. Persino dalle Maldive, dove passò le vacanze dal primo al 14 agosto del 2007 – “Scalzo, abbronzato, più asciutto e snello, un calzoncino e se proprio serve una t-shirt, non ne vuole sapere di telefonini e di giornali”, lo immortala un articolo di Repubblica dell’8 agosto (uscito solo sul sito Internet, però) – persino da lì, pur sprovvisto di telefonini e giornali, Veltroni fece arrivare alla stampa ben due importanti missive (“Le Asl, la Rai, le istituzioni – così il Pd cambierà l’Italia”, la Repubblica, 5/8/07; “Roma capitale delle nascite, la fiducia nel futuro”, il Messaggero, 8/8/07).
L’uso della comunicazione epistolare è infatti una caratteristica peculiare del veltronismo. E’ vero che tutta la storia del Pci trabocca di lettere fondamentali e controverse, su cui sono stati scritti ponderosi volumi: dalla lettera del ’26 che Antonio Gramsci scrive ai compagni della maggioranza del Pcus – cui gli storici fanno risalire il precoce antistalinismo gramsciano – a quella di Ruggero Grieco allo stesso Gramsci, già in carcere, che il prigioniero, e un buon numero di storici con lui, considererà come una manovra per comprometterlo. A pensarci bene, però, la storia del Pci trabocca di simili lettere per una ragione pratica: perché, almeno per tutta la prima fase di vita del partito, una buona parte delle decisioni (quelle che contavano) non si prendeva né a Roma, né a Milano, né a Napoli, ma a Mosca (oppure perché, come nel caso di Gramsci, il mittente si trovava in galera). E non c’è bisogno di addentrarsi nella filologia per cogliere la differenza che passa tra le lettere dal carcere e le lettere dalle Maldive. D’altronde, anche lasciando da parte il caso del Pci, l’importanza strategica dell’epistola non è una novità nella storia della politica mondiale: con il “telegramma di Ems”, Bismarck scatenò la guerra franco-prussiana del 1870 (c’erano di mezzo anche lì i francesi, incontri diplomatici di dubbia efficacia e qualche piccola manipolazione dei fatti); con la “lettera agli amici di Romagna”, pochi anni dopo, Andrea Costa sanciva la rottura del Partito socialista con gli anarchici (e anche qui, a proposito di alleanze vecchie e nuove, sarebbe facile far paralleli); con una lettera al comitato centrale, poi passata alla storia come il suo “testamento”, Lenin denunciava la brutalità di Stalin e raccomandava di sostituirlo al vertice del partito.
Nell’Italia repubblicana, però, l’uso d’intervenire per via epistolare non fu mai molto diffuso. Le poche lettere famose erano in genere lettere riservate, che ai giornali non sarebbero dovute arrivare mai. Dunque si può dire senza tema di smentita che Veltroni è effettivamente l’inventore di un nuovo genere politico-letterario: la lettera alle agenzie.
Si tratti di storia del mondo, storia d’Italia o storia del Pci, resta infatti la peculiarità di un leader politico, né costretto alla clandestinità né altrimenti impedito a comunicare con i suoi contemporanei, che di proposito sceglie di rivolgersi a loro nella forma al tempo stesso solenne e dimessa, originale e desueta, della lettera. Qui si nasconde dunque il segreto dell’epistolario veltroniano: in una scelta ponderata e consapevole, che vuol forse significare una condizione di volontario esilio; una condizione che se non è ancora concreta – il regime berlusconiano non è arrivato a tanto, almeno finora – è esistenziale.
L’importante non è dunque il contenuto della lettera, ma il francobollo, il timbro postale; dimostrazione di una distanza siderale e incolmabile. “Tre milioni e mezzo di persone mi hanno scelto – ha detto Veltroni all’Espresso – perché sono un dirigente che pensa che la vita sia più ricca della politica”. Sbagliano dunque gli avversari, quando replicano alla sua rivendicazione di un ruolo nella vicenda Alitalia ricordandogli che fino a due giorni prima – quando Alitalia sembrava spacciata – se ne stava a New York, per presentare la traduzione del suo romanzo: “The Discovery of Dawn”. Non capiscono che è tutto lì, il segreto di Veltroni. Nel suo essere sempre altrove, come la vita. Perché felicità e successi non sono mai quelli che puoi stringere tra le mani, ma sempre quelli che aspetti, proprio come i risultati elettorali. Perché anche il voto – come la vita – è solo un brivido che vola via.
E’ molto probabile che la prossima lettera di Veltroni arrivi direttamente dal Polo nord, dove il segretario è deciso a guidare la spedizione democratica, con Ermete Realacci, in soccorso degli orsi polari. Ma se pure laggiù nessuno dei due potrà presentarsi snello e abbronzato, con un calzoncino e se proprio serve una tshirt, che importanza ha? Dopo la scoperta dell’alba, la scoperta dell’aurora boreale non sarà certo meno gravida di conseguenze politiche. (il Foglio, 4 ottobre 2008)

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