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L’autunno del Pd

26/11/2008

Al termine di una settimana passata tra accuse di “sabotaggio” e reciproche richieste di espulsione, il Partito democratico ha riunito ieri il suo coordinamento, convocato per tentare una mediazione tra le due fazioni in cui sembra essere irrimediabilmente diviso il Pd: quella di chi pensa che il partito rischi di morire per colpa di Massimo D’Alema e quella di chi pensa che il partito rischi di morire per colpa di Walter Veltroni.
Almeno su un punto, come si vede, l’accordo è pressoché unanime. Ed è il punto più delicato, che l’altro ieri Anna Finocchiaro ha forse involontariamente sottolineato, quando in un’intervista televisiva ha smentito con decisione l’ipotesi che a “rischiare” sia il segretario. “Veltroni non rischia perché ha avuto un’investitura popolare”. Ma subito ha aggiunto: “Quello che rischia, casomai, è il Pd”.
Bisogna dire che un simile sospetto a qualcuno era già venuto. Accompagnato da un dubbio anche più radicale, e cioè che il Pd in realtà “non esista”, come ha scritto sul suo blog Alessandro Gilioli, giornalista dell’Espresso, in un breve commento che su Internet ha riscosso subito grande successo.
“Se telefonate allo 06 675471, il numero ufficiale del Pd – nota Gilioli – vi risponde una simpatica musichetta registrata che dice ‘Democrazia è Libertà -la Margherita: i nostri operatori sono tutti occupati, pazientate un attimo’. In compenso, se telefonate allo 06 67111, il numero della vecchia sede nazionale dei Ds, vi risponde un gentile centralinista che dice: ‘Democratici di Sinistra, buongiorno’. Come spesso accade, sono i segnali deboli che trasmettono i messaggi più forti”. Negli stessi giorni, il dubbio sull’attuale esistenza in vita del Pd è stato se possibile rafforzato dall’argomento con cui Paolo Gentiloni ha respinto l’ipotesi di un congresso anticipato, proposta dai veltroniani. L’argomento usato da Gentiloni è stato infatti il seguente: non si può convocare nessun congresso perché dobbiamo ancora fare le tessere.

Walter Veltroni ha smentito da tempo – sin dalla prima direzione seguita alla sconfitta elettorale – l’intenzione di costruire un “partito senza tessere” (come gli era stato suggerito dal Foglio). Tutta la relativa polemica con Pierluigi Bersani, fermamente contrario all’idea di un “partito liquido”, si può dunque considerare superata. Resta però l’impressione che la tensione tra i sostenitori di due diverse idee di partito abbia prodotto un partito di tesserati senza nemmeno le tessere, a oltre un anno dalla sua nascita. Una tensione più significativa di molti altre, perché la divisione che corre tra i sostenitori del modello americano e i suoi oppositori va ben oltre la distinzione tra veltroniani e dalemiani.
“La verità – confida un dirigente del Pd – è che non abbiamo ancora trovato il modo di organizzare un grande partito democratico in cui la leadership sia contendibile, in cui i dirigenti siano eletti dal basso e non nominati dall’alto, e in cui di conseguenza il dibattito interno sia libero, aperto e non autodistruttivo”. Un problema aggravato dal fatto che “giovani come Enrico Letta o Nicola Zingaretti possono mettersi d’accordo e se occorre fare un passo indietro, sapendo che prima o poi verrà il loro turno; e lo stesso possono fare i più anziani, rassegnandosi al fatto che il loro turno è già venuto; ma per Veltroni, Bersani e i loro coetanei l’accordo è impossibile, perché per loro questo è l’ultimo treno”.
E’ anche così, a ben vedere, che si finisce in stallo. E lo stallo, a sua volta, genera nuove tensioni. “La sfida tra D’Alema e Veltroni, e a cascata tra dalemiani e veltroniani, sta diventando un’ossessione”, dice Giuseppe Fioroni a Repubblica. Per il responsabile organizzazione del Pd questa ossessione porta a “dividere il mondo in chi è con me e chi è contro di me”, una “gabbia” che cancella il merito dei problemi e “riduce tutto agli opportunismi del momento”. Chiusi in una simile gabbia, però, i dirigenti hanno cominciato ad aggredirsi. Il veltroniano Giorgio Tonini non ha esitato ad accusare i dalemiani di “sabotaggio”. Il dalemiano Roberto Gualtieri ha replicato parlando di “pulsioni staliniste”. Uno scontro che va avanti, con diversi attori e spesso anche a parti rovesciate, da oltre trent’anni. “Potrei fare molti nomi di affermati dirigenti e amministratori del Pd – dice un ex militante della Fgci romana degli anni Ottanta – che la propria scelta tra D’Alema e Veltroni, quella scelta che li porta ancora oggi a definirsi dalemiani o veltroniani e a comportarsi di conseguenza, l’hanno fatta nel 1986”. Perché già allora, a quanto pare, i giovani comunisti romani si dividevano in veltroniani e dalemiani. “In veltroniani e bettiniani”, precisa Pietro Folena, che della Fgci era allora segretario nazionale. All’epoca, Goffredo Bettini era infatti a Roma un fiero avversario di Veltroni (e per questo, va da sé, in ottimi rapporti con D’Alema). “Bettini non stava nella Fgci, ma la influenzava”, ricorda Folena, che oggi guarda con un certo distacco alle vicende del Pd, sottolineando però come ci voglia “un certo senso dell’umorismo per sostenere, come fanno i popolari, che il principale problema del Pd sia la rivalità Veltroni/D’Alema”.
Resta il fatto che la loro trentennale epopea fa rabbrividire i compagni di partito che vengono da un’altra storia e che oggi si trovano dinanzi a questa lenta erosione, frutto di rivalità interne e lotte di corrente. Uno spettacolo da tempo oggetto di amara ironia da parte degli ex democristiani, che assistono ai furiosi combattimenti tra ex comunisti sempre chiosando tra loro: “Nella Dc queste cose non si erano mai viste”.
Nella Dc, ricorda ad esempio Pierluigi Castagnetti, a “questi livelli” non si arrivava mai, perché c’era una regola non scritta, secondo cui negli scontri interni nessuno poteva pretendere l’umiliazione dello sconfitto. “Anzi, accadeva spesso che il presidente del Consiglio affidasse la guida del partito a chi aveva osteggiato la sua strategia”. Ma non è detto che la Dc di Aldo Moro e Amintore Fanfani debba essere un modello. Secondo Castagnetti, però, una volta “stabilito che Veltroni era insediato e la sua posizione incontendibile, sarebbe stata consigliabile maggiore apertura, e non penso solo a D’Alema e ai dalemiani, ma anche a Francesco Rutelli e a tanti altri”. Adesso, infatti, si dice che Rutelli torni ad agitare la questione della collocazione del Pd in Europa con l’intenzione di promuovere una scissione. Ma proprio le parole di Castagnetti, che nella battaglia contro l’ingresso del Pd nel Pse è stato tra i più decisi, mostrano la relativa importanza della questione. Perché è lui il primo ad ammetterlo: “Il vero problema è che la questione dev’essere risolta ora, prima della campagna elettorale, e cioè nel momento in cui l’identità del Pd è tutt’altro che definita… paradossalmente, se nel frattempo il problema dell’identità del partito fosse stato chiaramente risolto, sarebbe stato molto più facile accettare una soluzione o l’altra sulla collocazione europea, perché non avrebbe avuto lo stesso peso”.

Eppure, come ha scritto Silvio Pons, nella recente storia della sinistra italiana i problemi identitari sono sempre stati l’altra faccia di un’incapacità espansiva. Dalla “diversità” berlingueriana degli anni Ottanta, quando la forza del Pci non trovò sbocchi, alla “gioiosa macchina da guerra” occhettiana degli anni Novanta. E anche la vicenda dei Democratici di sinistra, secondo il direttore dell’Istituto Gramsci, non ha mai veramente liquidato la maledizione identitaria. Pds e Ds hanno sofferto infatti sia di un deficit di identità (“la Cosa 2”), sia di un eccesso di dibattito sull’identità (“dire qualcosa di sinistra”). E il Pd corre ora lo stesso rischio. Il rischio di essere “un partito dall’identità debole e però percorso da un orgoglio autoreferenziale, non solo a causa della difficoltà delle due anime costitutive a fondersi in una cultura politica unitaria, ma perché il profilo culturale sinora emerso appare eclettico e indefinito”.
Dalle parole sempre più pesanti che i dirigenti del Pd s’indirizzano l’un l’altro, però, emerge più che altro il drammatico venir meno delle ragioni del loro stare insieme. E questo accade, probabilmente, perché quelle ragioni non sono mai state chiarite. O per essere più precisi, perché non si è mai chiarito se il Pd dovesse rappresentare il ritorno alla “democrazia dei partiti” dopo il passato quindicennio nuovista e antipolitico, o viceversa il trionfale compimento di quella stagione. Se cioè si trattasse di sostituire alla vecchia genealogia comunista De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci (peraltro in buona parte fasulla, come tutte le genealogie politiche) la genealogia De Gasperi-Togliatti-Moro-Berlinguer, o invece quella Kennedy-Bobbio-Mario Segni-Obama.
Al convegno di Orvieto dell’ottobre 2006, quando sembrava che a prevalere fosse la prima linea, a tenere la relazione per i diessini era Roberto Gualtieri, che parlava di “democrazia dei partiti” e di un “assetto del sistema politico, economico e finanziario internazionale che ha preso forma a partire dagli anni Novanta non solo ingiusto, perché portatore di grandi asimmetrie nella distribuzione della ricchezza, ma anche instabile, poco efficiente e poco sicuro”. E in quell’occasione D’Alema poteva persino scherzare con Fioroni, domandandogli se “insieme” avrebbero avuto l’80 o il 90 per cento nel nuovo partito. Dal giorno dopo l’incoronazione di Veltroni del 14 ottobre 2007, e cioè appena un anno dopo, è parsa prevalere invece la seconda linea, e di conseguenza sono cambiate le parole d’ordine (e le squadre in campo). Alla democrazia dei partiti – e alla conseguente opzione per il modello tedesco nel campo delle riforme istituzionali – seguiva dunque “la nuova stagione” del bipartitismo e del modello americano, all’enfasi sull’intervento pubblico in economia seguiva una retorica di segno opposto e d’impronta quasi giavazziana. Una svolta radicale, dunque, ma sempre nascosta e anzi pubblicamente negata: ieri dai dalemiani, perché ormai Veltroni lo avevano votato e perché le elezioni incombevano; oggi dai veltroniani, nonostante nel frattempo il loro leader abbia fatto più di una marcia indietro, sia sulla concezione delle alleanze sia sul modello di partito. Ragion per cui non si capisce più su quali diverse linee politiche i contendenti dovrebbero affrontarsi.

Il paradosso è che il nuovo partito così come i suoi dirigenti, a cominciare proprio da Veltroni, appaiono al tempo stesso nuovi e vecchissimi, eclettici e tradizionalisti. E così le loro parole, in cui i richiami a Barack Obama si mescolano al più classico gergo di partito. A quell’insieme di luoghi comuni e piccoli tic linguistici che per i comunisti è stato codificato da Luciano Bianciardi in un libro (“Il lavoro culturale”) del lontano 1957. Un campionario di formule retoriche che erano in fondo il frutto più evidente della pedagogia togliattiana. Occorreva sempre “porsi alla testa” delle masse, ma per guidarle verso uno “sbocco politico”; bisognava continuamente “allargare il fronte”, intrecciare rapporti con “gli intellettuali” e con “le forze vive della società”, ma perché nella società bisognava “radicarsi”, per aderire a “tutte le sue pieghe”. Il contrario esatto, in breve, del lessico di un partito rivoluzionario, compatto e militarmente inquadrato, che con gli “intellettuali borghesi” non doveva avere nulla a che spartire, e tanto meno con “i riti della democrazia parlamentare”. Un partito la cui preoccupazione doveva essere, al contrario, la purezza e l’omogeneità ideologica, e che per prima cosa doveva pensare a espellere dal suo seno sabotatori, opportunisti e ogni elemento spurio.
Quel linguaggio e quella concezione della politica e della funzione del partito – spesso duramente criticata dai rivoluzionari più accesi – sarebbe divenuta ben presto quasi una seconda lingua per generazioni di comunisti, tanto che nemmeno il crollo del Muro di Berlino sarebbe bastato a seppellirla. Anzi. Di fronte alle molteplici trasformazioni che il vecchio partito avrebbe seguito di lì in poi, da Pci a Pds, da Ds a Pd, mai sarebbe mancato l’ammonimento del vecchio dirigente a tener conto della necessità (che era sempre “storica”) di costruire non già “un nuovo partito, ma un partito nuovo”. Un partito nuovo e moderno, al passo coi tempi, ma anche “radicato” (ovviamente “nel territorio”).
Anche così, attraverso luoghi comuni e frasi fatte, per le vie misteriose della routine e dell’inconscio, una grande organizzazione trasmetteva e divulgava una cultura politica, una comune visione delle cose, uno stesso modo di pensare e d’intendere i principali fatti della vita nazionale. Un’identità, insomma, che alla fine sarebbe rimasta attaccata ai suoi appartenenti come una seconda pelle.
Non deve stupire, pertanto, che dinanzi al crollo di tutte le antiche certezze, dopo l’89, più forte si facesse sentire l’attaccamento a quei riti, a quei tic, a quei piccoli segnali di riconoscimento. Non era in fondo un meccanismo molto diverso da quello descritto da Natalia Ginzburg a proposito della sua famiglia.
“Quando c’incontriamo – scriveva la Ginzburg – possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. (…) Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo”.
A cinquant’anni dalla prima edizione de “Il lavoro culturale”, introducendo la prima riunione di direzione dopo la sconfitta elettorale dell’aprile 2008, il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, ha spiegato che occorreva costruire un partito “radicato nel territorio”; ha replicato alle critiche di chi gli aveva ricordato la proposta di un “partito senza tessere” affermando che quello era un “falso problema”, perché il problema vero era naturalmente “un altro”; ha annunciato l’avvio del tesseramento e l’organizzazione di una grande manifestazione parlando della necessità di mobilitare tutte le forze, toccare larghi strati ed estendere l’influenza del partito in tutte le pieghe della società, per legarsi strettamente al popolo e ai suoi bisogni, o addirittura “farsi popolo”; e ha concluso il suo solenne discorso ripetendo ancora una volta, come già all’indomani delle primarie che nell’ottobre del 2007 lo avevano eletto segretario, che il Pd non sarebbe stato “un nuovo partito, ma un partito nuovo”.
Dopo la sconfitta, insomma, all’obamiano “Yes, we can” è seguito il più familiare lessico togliattiano. Alla “vocazione maggioritaria”, il “nuovo centrosinistra”. Alla “nuova stagione”, l’antica. Eppure, a quanto pare, nemmeno questo è bastato. Forse perché, come sostiene Pons, il problema è proprio la falsa alternativa tra nuovismo e continuismo. Una scelta che Silvio Berlusconi, ad esempio, non ha mai dovuto fare, presentandosi ora come erede di De Gasperi, ora come imprenditore prestato alla politica. “Il problema – spiega Pons – è che da un lato l’elogio della tradizione comunista e cattolico-democratica è un limite, fa velo a un rapporto più disinibito con il passato e viene percepito, nel migliore dei casi, come qualcosa che ha già fatto il suo tempo. Dall’altro, il cambiamento e l’invenzione della tradizione, per funzionare, hanno bisogno di fondamento e credibilità, altrimenti sono percepiti come trasformismo”.

Al coordinamento del Pd che si è tenuto ieri, in compenso, tutti i maggiori dirigenti hanno concordato sulla necessità di “fare squadra”, cui li ha esortati Veltroni, e sulla conseguente non necessità di un congresso anticipato (si terrà in autunno). Più o meno nelle stesse ore, l’onorevole Pino Pisicchio, parlamentare del Pd di formazione morotea, ha presentato alla Camera un suo studio sul partito politico italiano (“Tra cambiamento e declino”, Cacucci editore). Nel libro, al sesto capitolo, si parla di “presidenzializzazione”, un processo che “condurrebbe i regimi all’adozione di una prassi di governo di tipo presidenziale, secondo lo schema statunitense, senza mutare la struttura formale prevista dalle costituzioni”. Un processo definito anche come “presidenzialismo strisciante” (nel paragrafo dedicato, per l’appunto, all’interazione tra forma di governo e forma partito). Nei convegni di ItalianiEuropei e in tutte le ultime interviste di Massimo D’Alema lo stesso concetto è espresso come “presidenzialismo di fatto”. E’ solo uno dei molti esempi che si potrebbero fare, per dire che se davvero si dovesse andare a un congresso, a rigor di logica, D’Alema dovrebbe stare con Fioroni. E Veltroni con Parisi. E’ dunque facilmente comprensibile perché, alla fin fine, nessuno abbia troppa voglia di convocarlo, questo famoso congresso.
Resta solo da domandarsi come i dirigenti del Pd potranno nel frattempo continuare a parlarsi, andando avanti di questo passo. E parlare al proprio popolo. Ma soprattutto resta da capire se resti ancora traccia di un linguaggio comune, al di là di povere formule retoriche cui appigliarsi quando non si sa più che dire, tra ex comunisti ed ex democristiani, e tra veltroniani, dalemiani, mariniani, prodiani e via elencando. Se insomma alla fine di tante traversate, transizioni incompiute e tradizioni rivisitate, in loro resti ancora traccia di un lessico comune, scampato alla furia delle acque e alla corrosione del tempo. (il Foglio, 26 novembre 2008)

2 commenti leave one →
  1. 28/11/2008 00:46

    (…)“allargare il fronte”, intrecciare rapporti con “gli intellettuali” e con “le forze vive della società”(…)
    Peccato che invece di intrecciare rapporti con gli intellettuali, si allacciano con Casini.
    Bel pezzo.

  2. francesco cundari permalink
    28/11/2008 12:37

    Però, onestamente, pure il mercato degli intellettuali al momento non è che offra di molto meglio…

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