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Bersani apre il congresso: “Non è vero che non c’è alternativa a Veltroni”

31/01/2009

Roma. “Basta con questa storia che non ci sarebbero alternative a Veltroni. Se serve, io sono disponibile”. Così si sarebbe espresso qualche giorno fa Pier Luigi Bersani. Se serve, s’intende, “alla ditta”, come l’ex ministro ama ripetere sin dalle primarie del 2007, quando all’ultimo minuto – e proprio “per non danneggiare la ditta” – decise di non presentarsi.
Ora però è diverso. La lunga stagione delle guerre di posizione all’interno del Partito democratico è finita. Alla prossima riunione del coordinamento, prevista per martedì, Bersani chiederà la convocazione della direzione che dovrà fissare la data delle assise (a ottobre) e aprire così ufficialmente il percorso congressuale. Convinto che non abbia senso anticipare il congresso con elezioni alle porte, come pure qualcuno chiedeva, ma che “non si debbano neanche cercare pretesti per rinviarlo”, due giorni fa Bersani si è presentato alla riunione del governo ombra con una richiesta precisa: tenere i congressi regionali soltanto dopo le assise nazionali, e non prima (come sarebbe invece previsto). Il ministro ombra allo Sviluppo riconosce dunque la necessità che tutto il partito si dedichi ora esclusivamente alla campagna elettorale, ma a patto che nessuno pensi di approfittarne per prorogare oltre il lecito la sospensione del confronto interno. Come dire: niente scherzi.
Inutile aggiungere, a questo punto, che in ottobre il principale contendente di Walter Veltroni sarà lui. Ma forse non sarà l’unico. Già alla vigilia delle primarie del 2007, quando sembrava profilarsi lo stesso duello, Francesco Rutelli era pronto a cogliere l’occasione di regolare la sua antica contesa con i popolari per l’egemonia sull’area cattolica del Pd. E così oggi, verosimilmente, dinanzi allo scontro tra i due “ex comunisti”, non si farebbe pregare a lungo prima di occupare la posizione del candidato centrista.
Si direbbe già sfiorita, invece, l’ipotesi di Renato Soru, impegnato nelle elezioni in Sardegna (si vota il 14 febbraio), dove il presidente uscente dovrà conquistarsi una difficile riconferma. Negli ultimi tempi, tra l’altro, Soru sembra aver perso l’appoggio del suo più influente sostenitore, Carlo De Benedetti. In parte, perché è l’intero Partito democratico ad aver deluso CDB, tanto da spingerlo a stracciare idealmente quella “tessera numero uno” che pure si era autoassegnato, con una famosa dichiarazione ridimensionata qualche giorno fa a semplice “boutade”. Ma nella stessa occasione – l’annuncio delle dimissioni dalla presidenza del gruppo – De Benedetti ha ridefinito tutto il suo rapporto con la politica (“La politica mi ha danneggiato tre volte”, ha detto). Gesti, sensazioni, accenni cui bisogna aggiungere, però, la sua recente uscita da Tiscali, l’articolo sugli scontri tra Soru e il partito apparso su Repubblica (che pare abbia fatto infuriare il candidato), e ieri pure l’intervista rilasciata al Giornale dal più antiberlusconiano tra i decani del gruppo, Giovanni Valentini, tutta dedicata a Soru. Dove la definizione più gentile era “pescecane travestito da spigola”. Sulle ragioni di un così brusco cambiamento, dopo l’idillio delle scorse settimane, fioriscono naturalmente le ipotesi più diverse. Nel Pd prevale però l’impressione che la vera delusione di CDB non sia Soru, ma Veltroni. E che se mai De Benedetti avesse pensato davvero all’ex presidente sardo come possibile, futuro successore dell’attuale segretario, la prospettiva di nuovi tracolli elettorali, tali da mettere a rischio la stessa sopravvivenza del partito, avrebbe convinto anche lui della necessità di una soluzione più rapida. Sempre che un nuovo tracollo proprio in Sardegna non imponga invece una soluzione rapidissima.
Di sicuro, nessuna fretta ha mostrato finora Bersani, che delle sue intenzioni ha parlato tre giorni fa in una riunione di Red (l’associazione voluta da Massimo D’Alema), svoltasi nella sede della fondazione (dalemiana) ItalianiEuropei. Curiosamente, in quell’occasione, il meno impaziente di tutti è parso però proprio D’Alema. “Il meno impaziente – racconta uno dei partecipanti – ma anche il più preoccupato. Perché poi è a lui che arrivano le telefonate, le email e gli appelli dal partito di mezza Italia”. Presente l’intero comitato di presidenza di Red, dal lettiano Paolo De Castro al mariniano Nicodemo Oliverio, ai dalemiani Livia Turco e Michele Ventura, tutti si sono detti d’accordo sulla linea del “né anticipare, né rinviare”. Per non danneggiare la ditta, naturalmente. (il Foglio, 31 gennaio 2009)

2 commenti leave one →
  1. 01/02/2009 22:48

    Bersani, luglio 2007: «Mettiamola così: diciamo che dal mio partito non ho ricevuto sollecitazioni ad andare avanti. Ma d´altra parte io mi rendo conto che la situazione non era semplice. Tra la nostra gente erano in molti che sostenevano la mia candidatura, ma erano in molti anche quelli che non vedevano particolari ragioni per un antagonismo tra me e Walter. In fondo, tutti e due siamo impegnati allo stesso modo nella partita del cambiamento. E allora, mi dicevano, perché dovete distinguervi?».

Trackbacks

  1. Bersani sì, no, forse: il dramma del PD è tutto qui : Giornalettismo

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