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Ora la Treccani e chissà anche la Rai, la superba performance di Amato

06/03/2009

Il piccolo incidente della cosiddetta “commissione Attali” di Roma, voluta da Gianni Alemanno e subito abortita, non poteva lasciar segno sul curriculum del presidente designato. E infatti non ne ha lasciato alcuno. Il 20 febbraio Giuliano Amato è stato nominato presidente della Treccani (dal governo Berlusconi) e già ieri la Stampa lo dava “a un passo” dalla presidenza della Rai (nel quadro di un’intesa tra Pd e Pdl). Niente di straordinario, per il presidente della fondazione ItalianiEuropei (con Massimo D’Alema), più volte sottosegretario e ministro di quasi tutto negli anni Ottanta e Novanta (due volte al Tesoro, più Interni e Riforme), parlamentare del Psi dall’83 al ’94 (e poi dell’Ulivo dal 2001 al 2008), vicepresidente del Consiglio nell’87, due volte presidente del Consiglio (nel ’92 e nel 2000), presidente dell’Antitrust dal ’94 al ’97, vicepresidente della Convenzione europea nel 2001. Ma soprattutto “in corsa”, o anche “a un passo”, tra l’altro, da direttore generale del Fondo monetario internazionale nel 2000, da segretario generale della Nato nel 2003, da governatore della Banca d’Italia nel 2005, e per due volte da presidente della Repubblica, nel 1992 e nel 2006. D’altra parte, non si può sempre vincere.
Tralasciamo incarichi e presidenze extra istituzionali – basti citare l’Aspen Institute in cui è di casa – perché l’elenco eccederebbe di molto lo spazio di un articolo (e per la stessa ragione tralasciamo i titoli accademici raccolti nella sua lunga carriera di giurista). Da una superficiale ricerca su Internet sappiamo comunque che nel 2004 Amato ha presieduto la Commissione sui Balcani, nata su iniziativa e col supporto della fondazione Robert Bosch Stiftung, della fondazione Re Baldovino, del German Marshall Fund e della Charles Stewart Mott Foundation. E tanto basta, crediamo, per avere se non un quadro esauriente, almeno uno schizzo approssimativo del curriculum di quello che la Stampa accredita ora come il prossimo presidente della Rai. Ma siamo certi che se qualcuno avesse da eccepire sui suoi titoli o sulle sue competenze specifiche, dalla bacheca del professor Amato salterebbero fuori in un attimo tre lauree honoris causa in Scienze della comunicazione, un paio di oscar come migliore attore non protagonista e almeno una dozzina di nomination.
Alla sua febbrile attività di giurista, presidente del Consiglio, consigliere, ministro delle Riforme e dell’Economia, si deve buona parte di quello che si è fatto nel mondo negli ultimi trent’anni. Padre della (defunta) Costituzione europea, nonno del federalismo e zio della riforma del sistema bancario, Amato è l’incarnazione del motto: molti amici, molte onorificenze. Eppure, nella sua lunga carriera di studioso sempre in corsa per qualcosa e a un passo da qualcos’altro, i nemici non sono mancati. Quando Bettino Craxi lo chiamò al governo, nel 1983, Lelio Lagorio ne rimase sbalordito. “E’ il tuo storico traditore!”, esclamò. Ma Craxi, in piedi davanti alla finestra di Palazzo Chigi, voltandosi appena, disse solo: “L’ho perdonato”.
Quasi dieci anni dopo, al tempo del primo scatto verso il Quirinale, a tradire Amato fu invece Franco Bassanini, rivelando all’Espresso le sue confidenze del ’76, quando insegnavano entrambi a Firenze e “per risparmiare avevamo in comune un appartamento in piazza Beccaria che ci subaffittava Roberto Zaccaria”. Partivano in auto da Roma, insieme, ogni settimana. Ma un giorno Amato si presenta con due volumi della Guida Monaci. “Vedi Franco – dice – noi non dobbiamo commettere l’errore che fece Togliatti nel ’46… dobbiamo compilare le liste di coloro che dovremo mandare subito in pensione appena la sinistra avrà preso il potere”. Liste di proscrizione – commentò scandalizzato Bassanini. Ma si sbagliava. Semmai, liste d’attesa. (il Foglio, 6 marzo 2009)

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