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Memorie di un governo ombra

07/03/2009

Roma. Erano passati soltanto due giorni dal varo del governo Berlusconi. E come promesso, il 9 maggio del 2008, Walter Veltroni presentava alla stampa il governo ombra del Partito democratico. “Avevamo detto quarantotto ore – esordiva soddisfatto – e per una specie di piccolo vezzo abbiamo fatto quarantasei”. Ma soprattutto, con misurata solennità, rivelava: “Questa mattina siamo stati, Dario e io, dal presidente della Repubblica… abbiamo voluto illustrare a lui, prima dell’illustrazione pubblica, la composizione, l’ossatura e la fisionomia del governo ombra, i suoi compiti e il modo in cui lavorerà”.
Secondo la leggenda, Veltroni avrebbe voluto che il presidente ricevesse l’intero esecutivo, in una sorta di seconda cerimonia del giuramento, con tanto di telecamere e diretta tv, scontrandosi però con il fermo rifiuto del Quirinale. Ma anche se fosse vero, la piccola delusione non aveva lasciato comunque nessuna macchia nell’orgoglio del padre dinanzi alla sua creatura. “Una figura del tutto nuova nel panorama politico italiano”, aveva detto Veltroni, un altro passo in quel “processo di trasformazione ed europeizzazione del sistema politico” avviato con le elezioni. Uno “shadow cabinet” che “avrà un grande compito di iniziativa politica e programmatica nel paese”, che “non starà solo a Roma: girerà, incontrerà, ascolterà”, e soprattutto “sarà uno degli strumenti dell’opposizione, ma anche dell’ulteriore fase di sviluppo e di crescita del consenso che attorno al Pd si determinerà nel corso dei prossimi mesi”. Era il 9 maggio del 2008 e Franceschini era giusto dietro di lui, su quello stesso palco.
Il 21 febbraio 2009, invece, Franceschini era da solo, sul palco dell’Assemblea nazionale del Pd. Il suo primo discorso da candidato segretario. E la sua prima, autentica ovazione, scattata come per magia da una platea fin lì piuttosto assonnata, inerte e apparentemente rassegnata a tutto, non appena il candidato aveva pronunciato le seguenti parole: “Azzererò il governo ombra”. Ma non meno plateale era stata l’approvazione che Franceschini aveva ricevuto, con la stessa proposta, alla riunione del coordinamento, presenti buona parte dei principali ministri ombra, all’indomani delle dimissioni di Veltroni. Il solo Piero Fassino aveva tentato una timida difesa d’ufficio dell’esecutivo, giudicandolo un utile strumento di raccordo tra le funzioni più strettamente di partito e quelle di opposizione, ma un sordo brusio l’aveva rapidamente scoraggiato dall’insistere. E chissà, forse nella repentina decisione di Franceschini avevano pesato anche le ironie che avevano cominciato a circolare dopo le dimissioni di Veltroni. “E del governo ombra che si fa?”, era stata una delle prime domande corse nel Transatlantico di Montecitorio, mentre i giornalisti pensavano al futuro segretario, all’ipotesi del reggente, al congresso di ottobre, alle primarie e all’Assemblea nazionale. “Si apre la crisi del governo ombra – aveva risposto senza scomporsi un deputato – Franceschini assumerà l’incarico per un governo ombra balneare che ci porti fino al voto di ottobre”.
Evidentemente, questa umiliazione, Dario Franceschini aveva deciso di risparmiarsela. E così, nel giro di un paio di giorni appena, il governo ombra era ritornato nell’ombra.
Sul sito Internet del Pd, dove fino a due settimane fa faceva orgogliosa mostra di sé, non se ne trova traccia. I collegamenti con la home page sono stati tagliati nel giro di un paio di giorni. Abbandonato alla deriva nella grande rete globale, però, il sito Internet del governo ombra è ancora lì, sepolto sotto le pagine sui nuovi dipartimenti che ne hanno preso il posto, immobile e silenzioso come un’antica città sommersa. Ma non è difficile ritrovare la strada per raggiungerlo. “I materiali relativi all’attività del Governo ombra restano online nelle pagine dedicate”, informa, magnanima, la pagina dei dipartimenti. Ma ci vuole davvero un cuore di pietra per non commuoversi dinanzi al messaggio che s’incontra appena arrivati sul vecchio sito, tra la lista dei collegamenti ai ventuno dicasteri, l’ordine del giorno della ventitreesima riunione (l’ultima) e l’agenda degli appuntamenti che ostinatamente (dev’essere un programma automatico che qualcuno ha dimenticato di disattivare) continua a sfornare date d’incontri destinati ad andare deserti. In cima all’elenco delle tante iniziative, infatti, l’ultimo messaggio recita: “25 febbraio – Decade il governo ombra”.
Il messaggio che più colpisce è però poco più in basso, datato appena dieci giorni prima. L’invito a scaricare in formato elettronico il primo numero dei “Quaderni del governo ombra”: un volume dedicato all’intera attività della XVI legislatura, maggio-dicembre 2008. Seicentosedici pagine. E cinque introduzioni: quella del segretario, nonché presidente del Consiglio ombra (Walter Veltroni), quella del capogruppo alla Camera (Antonello Soro), quella del capogruppo al Senato (Anna Finocchiaro), quella del coordinatore del governo ombra (Enrico Morando), quella del portavoce del governo ombra (Ricardo Franco Levi). Curiosamente, l’unico che manca è proprio il futuro carnefice: il vicesegretario, nonché allora vicepremier ombra, Dario Franceschini.
Eppure c’era anche lui, sul palco, quel 9 maggio del 2008, quando Walter Veltroni presentava alla stampa la sua nuova creatura, invitando a “non fare raffronti con altre esperienze, che appartenevano a un’altra stagione della vita politica italiana”. Quella del Pci, ovviamente. E di Achille Occhetto, padre del primo governo ombra, varato nel luglio del 1989, con Giorgio Napolitano agli Esteri, Aldo Tortorella all’Interno, Alfredo Reichlin al Bilancio, Ettore Scola alla Cultura. 
“La prima differenza tra il governo ombra che feci io allora e quello di oggi – conferma Achille Occhetto – sta nel fatto che il mio aveva una funzione innanzi tutto simbolica. Nel senso che era uno dei simboli, degli annunci, una delle prime tappe di quel mutamento profondo del Pci che si sarebbe compiuto con la svolta… il governo ombra lanciava l’ipotesi di un’Italia bipolare, con un’opposizione che non dicesse solo dei no, ma che si assumesse anche l’onere di indicare le proprie posizioni in positivo”. Il significato dei due esecutivi resta dunque profondamento diverso. “Allora era premonitore di un grande cambiamento, ora invece voleva essere qualcosa di simile a quello che c’è in Inghilterra, dove però c’è un sistema perfettamente bipartitico, e qui certo stava la prima difficoltà”. Ma soprattutto, osserva Occhetto, il governo ombra “ha bisogno di grande unità di intenti, mentre nel Pd rimanevano profonde differenze e anche una battaglia sorda fatta alle spalle del segretario, che ha impedito al governo ombra di svolgere la funzione corale e collegiale che sarebbe stata necessaria”. E così, secondo Occhetto, alla fine è caduto, in fondo, per colpe non sue.
Segnali premonitori di quanto stava per accadere, però, si erano già avuti durante il dibattito in Assemblea nazionale. D’altra parte, a quel punto, la sorte dello “shadow cabinet” era ormai segnata. “Quando Rosy Bindi, rivolgendosi a Franceschini, ne ha chiesto l’azzeramento – ha scritto sul suo blog Beatrice Magnolfi, ministro ombra alla Semplificazione – l’Assemblea nazionale è scoppiata in un applauso scrosciante, come se il povero G. O. (sic, ndr) fosse la causa di tutti i guai del Pd. Così alla catarsi salvifica delle primarie si è sostituita la catarsi salvifica del licenziamento dei ministri ombra”. Ma per quanto il suo giudizio sul governo ombra sia ovviamente diverso da quello dell’assemblea (“con i mezzi che ha avuto, ha fatto anche troppo, e in ogni caso non ha fatto danni”, che è già molto, obiettivamente), nessun rimpianto. Anzi. “Ora – dichiara l’ex ministro ombra – ho più tempo a disposizione. E mi sono iscritta a Facebook”. Un altro magari si sarebbe iscritto in palestra, ma i tempi cambiano e delle proprie ore libere è giusto che ognuno faccia quello che crede.
Chi della perdita del posto (peraltro subito compensata da un incarico in segreteria) sembra essersi fatto una ragione, e senza troppi rimpianti, è Sergio Chiamparino. In fondo, la prima crisi del governo ombra era stato proprio lui ad aprirla, alla direzione del 19 dicembre, quando aveva proposto di cancellare sia l’esecutivo sia il coordinamento, sostituendo quest’ultimo con una segreteria più rappresentativa del “territorio” (che è poi, sostanzialmente, ciò che ha fatto Franceschini). In quell’occasione, per coerenza, Chiamparino aveva anche presentato le sue dimissioni da ministro ombra per il Federalismo. “Poco male, visto che non ci viene mai”, aveva commentato Linda Lanzillotta, ministro ombra alla Pubblica amministrazione (“E in effetti non aveva tutti i torti”, confessa ora Chiamparino). Fatto sta che al termine di quella tempestosa direzione, forse anche per evitare i prevedibili articoli dell’indomani sul suo primo rimpasto, Veltroni riuscì a convincere il sindaco di Torino a ritirare le dimissioni.
“Per me è stata un’esperienza formativa – riconosce comunque Chiamparino – ho avuto numerosi contatti con il governo e i gruppi parlamentari, e ho vissuto come protagonista la prima fase della discussione sul federalismo fiscale, che credo abbia portato dei risultati”. Ma probabilmente neanche lui se la sentirebbe di sottoscrivere le parole di Roberta Pinotti. “Sul governo ombra troppe aspettative”, dichiarava infatti il 23 febbraio l’ex ministro ombra della Difesa alle agenzie. “Non era quello il luogo delle scelte politiche”.
Altri, invece, l’hanno presa con filosofia. Matteo Colaninno, per esempio. Alla domanda se sia rimasto deluso per l’esclusione dalle nomine dei nuovi capi dipartimento, l’ex ministro ombra allo Sviluppo rispondeva con nettezza: “Assolutamente no. Verrò investito nelle prossime ore di una delle deleghe più importanti e rilevanti in questo quadro di crisi”, quella “per i mercati finanziari, il sistema del credito e la finanza per le imprese, nell’ambito del dipartimento di Pierluigi Bersani. Rilancerò così la mia attività in un settore chiave e, a mio avviso, determinante nei prossimi mesi per il futuro del sistema economico italiano”.
Ermete Realacci, dal canto suo, all’indomani delle dimissioni di Veltroni e alla vigilia dell’Assemblea nazionale che avrebbe dovuto ratificare (o respingere) la nomina di Franceschini, preferì giocare d’anticipo. “Franceschini sciolga il governo ombra”, dichiarò alle agenzie. “L’idea era interessante – commenta ora l’ex ministro ombra dell’Ambiente – ma penso che alla fine sia stato soprattutto il deficit di strutture e di comunicazione a segnare la disgrazia del governo ombra… per cui i ministri veri, facendo il loro mestiere, svettavano ovunque, e i ministri ombra restavano nell’ombra”.
Un problema di comunicazione, in effetti, c’era. Ma forse si era anche preteso troppo, dal mondo dell’informazione, con una riunione a settimana, seguita quasi sempre da regolari conferenze stampa, sempre meno affollate – per non dire surreali – dove il malcapitato cronista aveva la sensazione che si ha arrivando in terribile ritardo a una festa di compleanno, per scoprire un attimo dopo di essere il primo. Trovando più persone dietro il tavolo della conferenza che davanti, tra tante sedie vuote, la percezione che qualcosa non funzionasse si aveva. E doveva essere davvero forte, se alla fine smisero di darne conto persino i giornali di partito, o di area, o vicini. Non parliamo di Repubblica, ma neanche l’Unità, né Europa.
Certo la partenza dello “shadow cabinet” non era stata incoraggiante. Subito, infatti, era scoppiata la guerra per gli uffici da ministro ombra, i sottosegretari, i consulenti, qualcuno disse perfino le autoblu (finì con una risistemazione delle loro stanze da parlamentari, a Palazzo Marini, e con qualche segretaria in comune). E poi l’elefantiasi, con i consulenti che si aggiungevano ai ventuno ministri, subito ribattezzati, appunto, “sottosegretari ombra”. E c’era poco da prendersela con la stampa. Probabilmente, il punto di non ritorno era stato toccato già con il primo rimpasto, e la nomina di Cesare Damiano a “viceministro ombra al Lavoro”, come recitava la definizione ufficiale in cima ai suoi comunicati.
D’altra parte, neanche i loro progenitori comunisti avevano avuto vita facile. “Piacciono poco i due governi che da cento giorni si fronteggiano in Parlamento”, scriveva per esempio Repubblica il 29 ottobre 1989. “A scorrere i risultati di un sondaggio condotto da Epoca – proseguiva l’articolo – tra 84 deputati e senatori, scelti con criterio rigorosamente proporzionale, si scopre infatti che solo un manipolo di ministri veri e di ministri ombra è stato ritenuto degno della sufficienza: e che tra le vittime più illustri c’è il presidente del Consiglio ombra Achille Occhetto, surclassato – con il suo 5,5 – da un Giulio Andreotti giudicato meritevole di un incorraggiante 7”.
Eppure si impegnavano anche loro, senza dubbio. Anche loro, i primi ministri ombra del Pci, giravano l’Italia, proprio come annunciato da Veltroni in quella conferenza stampa del maggio 2008, per essere sempre sul posto, davanti ai problemi del paese.
“Per esempio – ricorda Occhetto – portammo tutto il governo ombra a Rimini, dove tenemmo una seduta legata alla mucillagine, perché in quel momento c’era un’emergenza ambientale”. Un episodio di cui si trova ancora traccia sui giornali dell’epoca. “E il governo ombra prepara il suo piano contro le alghe”, scriveva ad esempio Alberto Stabile su Repubblica, il 22 luglio 1989. Non per nulla, come ricorda ancora il padre della svolta, buona parte di quei ministri ombra poi al governo ci sono finiti sul serio. “L’unico che non c’è mai arrivato sono io, che ero il presidente del Consiglio – confessa Occhetto – e pensare che mi dicevano che volevo fare la svolta perché ero ansioso di andare al governo. E poi ci sono andati tutti, sia i contrari sia i favorevoli, solo io ne sono rimasto fuori”. Ed è difficile dire se nel tono con cui lo dice ci sia più orgoglio o rimpianto.
Chi per la perdita del governo ombra sembra invece esserci rimasto proprio male è Vincenzo Cerami, che pochi giorni fa ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo straziante: “Io, unico ministro ombra a mandare in crisi il vero”. E cioè il ministro della Cultura, Sandro Bondi. “Con me è sempre stato molto gentile – ha detto Cerami – però l’avevo messo nei guai. Infatti si è detto disponibile a lasciare per fare il coordinatore del Pdl”.
Va anche detto che al loro primo duello – alla Festa democratica di Firenze del settembre 2008 – pur giocando fuori casa, Bondi non era sembrato molto in difficoltà. Anzi, con il suo appassionato elogio di Antonio Gramsci, aveva rapidamente conquistato la platea. Una platea rimasta invece assai più freddina dinanzi alla replica di Cerami, che poi dovette addirittura rettificare il suo pensiero in un articolo sull’Unità. “Guarda – aveva detto con piglio l’allora ministro ombra alla Cultura – io ho fatto colazione, pranzo e cena per trent’anni con Gramsci, quindi se per un momento ci prendiamo una pausa da Gramsci, questo male senz’altro non ci fa”. Cerami, però, pause non ne aveva prese, e aveva proseguito: “Però bisogna pur partire dal principio che c’è dietro uno iato potente… c’è dietro di noi un vuoto, cioè, noi dobbiamo per forza di cose guardare avanti, perché da dietro noi non abbiamo più da prendere nessun insegnamento, non c’è nulla che noi possiamo portarci da dietro davanti, in questo mondo che è completamente bidimensionale, che è sincronico, in questa società, appunto, mucillaginosa, in cui ci troviamo”.
Chissà cosa ne avrebbe detto il suo predecessore, Ettore Scola, nel 1989. E chissà cos’avrebbero detto, lui e i suoi colleghi, allora, di quello che Veltroni, alla conferenza stampa del 9 maggio 2008, avrebbe presentato come il primo segnale del rinnovamento, il ministro ombra più giovane, ovviamente alle Politiche giovanili. “Pina Picierno ha, credo, ventinove anni”, aveva detto voltandosi verso Franceschini, per averne conferma. “Ventisette, addirittura – si era poi corretto – ventisei, ventisei anni… e quindi è un primato, da questo punto di vista”.
Laureata in Scienze politiche con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita, all’epoca suo mentore, quindi capolista in Campania dopo l’esclusione dello stesso De Mita dalle liste (affronto che lo spingerà ad abbandonare il Pd), Pina Picierno non ha mai nascosto il suo entusiasmo per il nuovo incarico. “Senti, ma com’è fare il ministro ombra?”, le chiese a margine di un dibattito Diego Bianchi, blogger e opinionista specializzato nelle vicende democratiche. “E’ una figata pazzesca, è la cosa che ho sempre voluto fare”, rispose lei. “Ma che? Il ministro ombra?”, domandò l’altro, comprensibilmente disorientato. “No, no, il ministro”.
Non era la sola, però, a nutrire tanto entusiasmo, almeno all’inizio. Un simile sentimento trova infatti ampio riscontro nei documenti d’archivio, a cominciare dagli ordini del giorno delle riunioni (tra i quali curiosamente manca soltanto, oltre a quello della prima riunione, evidentemente occupata tutta dalle formalità dell’insediamento, proprio l’ordine del giorno della diciassettesima riunione, che avrebbe dovuto tenersi il 20 novembre, e che temiamo non abbia mai avuto luogo). L’ordine del giorno della seconda riunione, svoltasi il 23 maggio del 2008, prevedeva:
1) Ddl delega sull’efficienza degli uffici giudiziari. (Lanfranco Tenaglia)
2) Sicurezza-Immigrazione. (Marco Minniti)
3) Federalismo fiscale. (Sergio Chiamparino)
4) Nuovo modello contrattuale. Il documento Cgil-Cisl-Uil. Le iniziative del Pd. (Enrico Letta)
5) Progetto impresa più facile. (Pier Luigi Bersani)
6) Varie.
L’ordine del giorno della ventitreesima riunione, l’ultima, svoltasi l’11 febbraio del 2009, era invece assai più sintetico. E significativo.
1) Proposta del Pd per il piano anticrisi.
2) Varie.
(il Foglio, 7 marzo 2009)

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  1. 07/03/2009 23:29

    Azz…Cundari, 9 cose su 10 non le sapevo e ho imparato molto. Dubito che gli ultimi 4 o 5 governi italiani (quelli veri) abbiano avuto recensioni più complete della tua.

    Lasciami però dire che la cosa più rilevante è la mole di informazioni che possiedi, che neanche la cia ne sa di più. Non ci credi? Il loro factbook, aggiornato a ieri, riporta Veltroni ancora a capo del PD.

    Devi dire a Ferrara di contattarli su un canale criptato, per informarli del colpo di palazzo :-)

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