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Gingle, cielo azzurro e gelato. Così il Cav. ha riscritto una liturgia finita con la Prima Repubblica

26/03/2009

Roma. Più di qualsiasi complicata innovazione statutaria, più di tutte le polemiche su elezione diretta, a voto segreto o per acclamazione, il vero segno dei tempi e dello spirito che animerà il nascente partito di centrodestra è la colonna sonora. La fulminante invenzione del “gingle” congressuale: un intermezzo musicale che intratterrà la platea tra un intervento di Fabrizio Cicchitto e un saluto di Francesco Pionati, a segnare il definitivo compimento di quella mutazione politica, estetica e simbolica avviata da Silvio Berlusconi nell’ormai lontano 1994. Le convention di Forza Italia al posto dei vecchi congressi, le telecamere al posto delle delegazioni straniere, un cielo azzurro punteggiato di rade nuvole alle spalle dell’oratore in luogo dei lunghi tavoli occupati dalla nomenclatura. E il “gobbo” elettronico, ma soprattutto il leader, a passeggiare sul palco con un microfono a gelato, da solo, al posto di ogni altra cosa. Il “gingle” congressuale è la sigla di chiusura di questo quindicennale spettacolo. L’ultimo stacco musicale che accompagna i titoli di coda. La fine di una storia lunga cinquant’anni, ma in agonia da almeno venti.
La liturgia congressuale italiana, in origine, prevedeva alcune caratteristiche comuni a quasi tutti i partiti: si cominciava con l’inno di Mameli, poi quello del partito, quindi la chiamata della presidenza, che andava a disporsi sul palco dietro lunghe file di tavoli, alle spalle dell’oratore e incombenti su di lui da un piano rialzato. La disposizione dei dirigenti – e la loro distanza dal segretario – comunicava immediatamente ai delegati l’effettivo equilibrio delle forze, le alleanze interne così come l’ascesa o la disgrazia di ciascuno di loro. Specialmente nel Pci, dove questi dettagli erano particolarmente curati. “Si facevano intere riunioni – ricorda Claudio Velardi – per stabilire chi doveva stare in prima fila al centro, chi in seconda a destra…”. Un rituale che da capo segreteria di Massimo D’Alema, allora leader del Pds, Velardi può vantarsi di avere infranto per primo, ancorché con un inevitabile compromesso, al congresso del 1997: oratore al centro e gruppo dirigente di lato. “E non più issato a metri di altezza sopra di lui”.
Naturalmente, ciascun partito aveva le proprie specificità: i congressi del Pci si svolgevano all’interno di grandiose strutture capaci di contenere le migliaia di delegati chiamati a prendere il proprio posto in una scenografia che voleva essere al tempo stesso maestosa e rassicurante, e in cui non volava mai una mosca. I congressi della Dc erano caratterizzati da una scenografia dimessa e popolare, senza troppe pretese, in cui volavano spesso sedie e cazzotti. Ai congressi del Msi, i più spartani di tutti, i cazzotti volavano in pratica dall’inizio alla fine, e spesso si accompagnavano alle bastonate.
I congressi socialisti, almeno fino all’arrivo di Bettino Craxi, erano molto simili a quelli del Pci, ma in tono e dimensioni decisamente minori. “Un’iconografia povera – dice Paolo Franchi – neanche paragonabile a quella comunista”. Ma poi sarebbe venuto Craxi, e le invenzioni scenografiche dell’architetto Filippo Panseca, come la celebre piramide che torreggiava sui delegati al congresso del 1989. “Nei capannoni dell’ex Ansaldo, però”, osserva Franchi. A sottolineare che quella era un’innovazione “che comunque si inseriva sull’archeologia industriale, sia pure ‘pansechianamente’… che coglieva una tendenza, ma cercando di portarsi dietro anche una tradizione e una storia”. Una tendenza, quella verso la modernizzazione e la spettacolarizzazione, che era certo “di lungo periodo”, come si sarebbe detto nel Pci. E che si sarebbe affermata infine anche nel Pds, secondo alcuni proprio a partire da quel congresso del ’97 in cui Velardi detronizzò la presidenza, ma anche i delegati, cui vennero tolti i vecchi banchi per scrivere (anche qui si dovette però giungere a un compromesso: sedia con “ribaltina” per prendere appunti). Per i nostalgici, l’inizio della fine: dal banco per scrivere alla sedia per applaudire, dalla cartellina di documenti alla valigetta di volantini e pieghevoli. E delegati progressivamente ridotti a sparuta minoranza ostaggio di telecamere, giornalisti e ospiti illustri sempre più numerosi, silenziosa platea di uno spettacolo che nessuno osa più fischiare. (il Foglio, 26 marzo 2009)

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