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Partita a poker

11/04/2009

Roma. L’impressione è che tra Silvio Berlusconi e il Partito democratico, sulla data del referendum, sia in corso una classica partita di poker. Per non dire quel gioco che si faceva da bambini, fissandosi negli occhi finché a uno dei due non scappa da ridere. Se è vero infatti che il rilancio del premier sull’election day potrebbe essere un bluff, nient’altro che una minaccia da agitare verso la Lega, resta il fatto che la cauta soddisfazione con cui il Pd si mostra intenzionato a vedere le sue carte nasconde un azzardo non meno spregiudicato.
Nel caso in cui Berlusconi accorpasse davvero voto sul referendum e voto per le europee, raggiungimento del quorum e vittoria del “sì” sarebbero scontati. Ma questo vorrebbe dire che dal giorno dopo sarebbe vigente una legge elettorale che assegna la maggioranza assoluta alla singola lista che raccolga più voti (e non alla coalizione). Buona parte del Pd sotto sotto confida nella Lega, contrarissima al referendum, ma non può nemmeno scartare l’ipotesi che Berlusconi metta nel conto la rottura con Umberto Bossi e la conseguente caduta del governo, puntando sul voto anticipato. Del resto, se si votasse quest’anno e con la legge uscita dal referendum, chi mai potrebbe contendere al Pdl il premio di maggioranza?
“In questo momento di particolare difficoltà non posso che apprezzare come all’interno del governo si stia lavorando all’accorpamento del referendum con il voto di ballottaggio per le amministrative”, dice Enzo Bianco. Un apprezzamento curioso, considerato che Berlusconi non ha mai parlato di accorpamento “con i ballottaggi”. L’election day invocato dal comitato referendario di Giovanni Guzzetta – e poi dal segretario del Pd – si riferisce infatti alle elezioni europee. “Nel suo impeto di soccorso non si sa bene a chi – dichiara Guzzetta indignato – il senatore Bianco rischia oggi di essere più realista del re… ci piacerebbe capire dunque per conto di chi Bianco va facendo queste avances alla Lega”. E aggiunge: “Ha forse paura che la posizione del suo partito possa avere successo?”.
Impossibile dire, naturalmente, se Bianco parli per sé o per conto di altri. Anche perché la lista dei sospetti, stando almeno alle posizioni conosciute fino a ieri, potrebbe includere l’intero stato maggiore del Pd. In un simile gioco di specchi, il segnale rivelatore più curioso sta però nella dichiarazione pronunciata giovedì sera da Mario Segni, nel corso di un’intervista alla dalemiana Red Tv, nelle inconsuete vesti di portavoce del padrone di casa, Massimo D’Alema. Dichiarazione rimbalzata ieri su tutte le agenzie, senza raccogliere smentite. “Ho l’impressione – ha detto il leader referendario – che le cose siano in netto miglioramento nel Pd… posso dire che D’Alema mi ha detto di essere favorevole, non solo all’accorpamento, ma di essere favorevole al sì… l’ho incontrato privatamente e mi ha autorizzato a dirlo pubblicamente”.
Tra un Bianco che fa mostra di esortare Berlusconi a concedere l’election day, ma di fatto gli suggerisce il modo di disinnescarlo, e un D’Alema che decide di farsi rappresentare da Segni, si capisce che qualcosa non torna. Per averne conferma, basterebbe rileggere le dichiarazioni rilasciate all’inizio della campagna referendaria da quasi tutto il Pd, a cominciare da Dario Franceschini (che invitava i promotori a rinviare persino la raccolta delle firme, per dare tempo ai partiti di cambiare la legge in Parlamento), a proposito di quel referendum che ora tutto il Partito democratico si appresta a sostenere ufficialmente. Alle dichiarazioni di tanti suoi autorevoli esponenti, il 25 aprile 2007, il Corriere della Sera affiancava peraltro un utile specchietto sui dirigenti che si apprestavano a firmare e quelli che non ci pensavano proprio. Nel secondo elenco, oltre a Franceschini, c’erano praticamente tutti. Eppure, nella riunione di direzione tante volte annunciata e ancora mai tenuta in cui il Pd dovrà ufficializzare la sua posizione sul referendum, il risultato è pressoché scontato. La linea sarà quella del “sì per la riforma”. E cioè votare “sì”, ma dicendo subito che la legge uscita dal referendum dovrà essere cambiata in Parlamento. Senza dire come, però, perché su questo nel Pd hanno idee molto diverse. D’altra parte, è l’unica carta di cui dispongono. Se Berlusconi puntasse davvero all’election day, mettendo in conto la rottura con la Lega e la caduta del governo, per chiedere subito nuove elezioni, il solo spettro che potrebbe frenarlo è quello del “ribaltone”. Una maggioranza parlamentare trasversale pronta a tutto pur di cambiare la legge e impedirgli il cappotto. Ma con tanti sostenitori del bipartitismo in circolazione, anche nel Pd, e dopo una campagna tutta sui loro argomenti, una simile manovra somiglia comunque a un ennesimo, forse temerario azzardo. (il Foglio, 11 aprile 2009)

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